IL PAESE DEI BALOCCHI

– ispirato dal delitto di Perugia –

MICHELE:

Internet è il paese dei balocchi.
E’ come l’arte, come i sogni: si può tirare fuori il peggio di sé senza fare del male a nessuno.
Io esisto.
Mi vedo riflesso nello specchio in pixel.
Ci sono io con le mie gioie quotidiane e con tutta quell’altra parte di me che è pura essenza e può essere ciò che vuole.
Tanto io torno lo stesso al mattino a bermi il mio cappuccino al bar.
Ne sento il sapore languido e il rumore della macchina del caffè del bar è un suono rassicurante.
Realtà.
La realtà è sempre riportata alla coscienza dai sensi.
Il sibilo della macchina del caffè espresso mi fa svegliare.
E la misuro la realtà.
Le sensazioni hanno una fine, misurate dalla mia pelle, dalle mie mani, dai miei vesiti.
Solo nella Rete si dilatano le sensazioni.
Le notizie sono reiterate nel tempo e nello spazio e gli avvenimenti sembra che succedano sempre in qualsiasi momento.
Ma in qualsiasi momento si può spegnere tutto e ritornare a bere il caffè.
Come ho fatto questa mattina.
Tutto è successo nella realtà virtuale.
Ne ho solo un vago ricordo, come di un film visto a tarda notte nel dormiveglia.

RITA:

La bambina non cammina più per il mondo.
Non si può più muovere.
E’ china e soffoca.
Soffoca non perchè le stringano la gola o l’abbiano coperta con qualcosa.
Soffoca perchè questo è il suo destino di donna.
Lei voleva essere libera, libera di fare tutto ma adesso è china qui, in terra straniera bloccata dall’angoscia del senso della fine.
E’ successo tutto perchè ad un certo punto il suo corpo la chiamava in quell’orgia.
Sembravano tutti preda di un’allucinazione.
Non sentivano niente con i loro sensi ma solo le allucinazioni li guidavano.
Invece il corpo di Rita aveva cominciato a sentire.
Aveva cominciato a sentire le bestie rabbiose che stavano dentro quei corpi innocenti che da sé non avrebbero mai potuto fare del male.
E il suo corpo si ribellava ma era troppo tardi.

MICHELE:

Che cosa volevo?
Volevo solo sentire, sentire veramente.
La noia, non la sento più ora.
Mi sento spossato e sudato, come quando da bambino mi sedevo sulla terrazza davanti al mare in uno di quei pomeriggi di fine estate.
Lo scirocco nella luce che calava era esausto come le mie giovani gambe sbucciate dalle partite di pallone nella polvere.
Io sento ora il sapore di questo cappuccino come sentivo allora il refrigerio di acqua e limone sulla mia lingua arsa.
Penso a mio padre che mi ha chiamato stamattina e volevo piangere.
Ma io non sono più quel bambino.
Lo ero fino a ieri, fino a quando ho voluto fare quel gioco, quel gioco…
Ma non era vero, non era vero finchè non ho sentito lo scatto dell’elastico del suo reggiseno rotto.

RITA:

Il sesso è conoscenza.
Rita l’aveva sempre pensato questo.
Tutto ciò che è successo è stato l’evoluzione di quella bambina che voleva conoscere il mondo e la vita.
Il mondo, la vita: quante volte queste due parole hanno lo stesso significato.
Il mondo è brutto, la vita mi ha tradito.
Questo pensiero accompagnava la fine di Rita nella stanza dove tante volte aveva navigato nel paese dei balocchi, nella babele, nel melting pot.
In Internet c’è il mondo e c’è la vita.
Il mondo grandissimo che mai si potrà visitare tutto nella vita e il senso della vita cioè l’ossessione sessuale sono lì a portata di mouse.
Ma sono piaceri superficiali come i passi a mezz’aria che spesso popolano i sogni.

MICHELE:

E’ così, è così, cercavamo solo di reificare la sessualità surreale del mondo virtuale, quella dove
si gioca con le bambole in carne ed ossa.
Lei non poteva sentire male, era finta e quindi potevamo osare.
Le immagini oniriche erano risvegliate dal crack.
Eravamo nel gorgo.
Era venuto fuori anche quel sogno della mannaia.
Io l’ho fatto una volta e mi ero svegliato sudato.
Si poteva fare, per finta si poteva fare.
Ma la bambola aveva cominciato a piangere.
A piangere, invece doveva divincolarsi al massimo.
Non piangere.
Mi stavo svegliando ma gli altri no e lei ora non c’è più.

QUELLO CHE RESTA:

Il campo di battaglia è la stanza incasinata.
La furia si è scatenata qui, si sente.
Un piede spunta fuori dalla coperta, come in un film horror, come nei tanti CSI con corpi inermi mostrati oscenamente e conditi di commenti asettici di maghi della scientifica.
La vittima sacrificale dell’esaltazione dei sensi ha placato tutte le insoddisfazioni che si sono cortocircuitate in questa stanza.
I suoi occhi chiusi sul suo pudore di bambina si riapriranno infinite volte nel circuito mediatico e sempre sembrera di vederla rialzarsi, sdraiarsi con tutta la sua giovinezza sul lettino spartano di una stanza di studentessa fuorisede .
Corpo vivo che si rilassa senza malizia, con la pienezza di stare nel mondo con libertà di movimenti.
La realtà ha l’odore del caos.
Nel silenzio c’è il ticchettio di una sveglia.
Dopotutto questa è una delle tante case della provincia italiana.
Gli ameni paesini dai tetti rossi che punteggiano la spina dorsale dell’Italia, quell’Appennino che sembra presepe dai viadotti dell’Autostrada del Sole.
L’orologio è una vecchia sveglia lasciata qui forse da una vecchietta che vi abitava e che ha affittato la casa a questi studenti, che se avesse saputo…
C’è in tutte le case italiane, ne ho viste dappertutto di uguali.
C’è disegnata sopra una gallina che muove ritmicamente la testa battendo i secondi.
E’ la realtà, il tempo che torna normale.
E’ come se fosse passato un uragano, ha sconvolto tutto e ora c’è la quiete.
Ci sono i detriti abbandonati.
Tra questi il corpo di una ragazza vinto dai demoni di esseri umani allevati dai videogiochi.

Maria Zimotti – Altri Lavori

Elaborazione fotografica di Willoclick

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3 risposte a “IL PAESE DEI BALOCCHI

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