F I N E S T R E I N S O N N I

Una donna guarda fuori dalla finestra, un uomo le cinge le spalle e le bacia il collo, lei continua a guardare fuori quasi impassibile, sembra che in quel buco di vetro trovi riposo, un passaggio segreto da un dentro apparentemente ordinato ad un fuori caotico ma interessante. Anche in inverno, molte finestre rimangono aperte, molti i volti scrutare dalle trasparenze, gli sguardi rivolti verso l’alto come cercando di se il più intimo pensiero .
Così anche quando si cammina, quando distrattamente la testa spinta dal basso cerca un buco nell’aria, quel pezzo di cielo sembra farti ricordare la tua umanità. I tuoi passi sono tra migliaia di scarpe, automobili, buste di plastica, edifici compatti, così simili e a volte anche tristi, se non fosse per quelle finestre e per alcuni balconi, piccoli giardini sospesi, talmente fitti da riuscire a malapena ad affacciarsi, ma spezzano il grigio e lo fermano il passo. Attraverso le finestre le giornate si lasciano guardare già dal primo sole del mattino, il suo spegnersi lento, lo sviluppo di una fotografia a colori che d’improvviso muta in impressionante bianco e nero. Solo a tratti si illumina di piccole macchie gialle sfumate dai silenzi chiusi dei lampioni, falene che ci girano intorno ed i soliti gatti già nascosti nei buchi del cemento.
La luce di ogni finestra accendendosi, racconta storie, umori, sogni sudati, canzoni che spesso echeggiano nell’aria, lasciando sperare nella carezza finale di una vita che corre. In estate con il caldo le vedi aprirsi al volo libero delle rondini, facendo gustare agli occhi e alle labbra il sapore dolce del mare fattosi vicino alle risate frettolose dei passanti. Nel freddo, i suoi vetri diventano fogli su cui alitare il caldo fiato dei propri pensieri, in attesa che il buio li inghiotta.
Qualche volta accade, certe espressioni dell’anima divampano nello sguardo attento, richiamato da una donna dai capelli rossi che attraversando una strada, regala sorrisi senza conoscere nessuno, lei sembra avere solo quello, un bel sorriso che emerge tra maschere e passanti. Guardi tutte quelle facce nascoste tra le mani, i passi stanchi di chi non ha ancora dormito, un padre che saluta la figlia dalla sua finestra gridando il suo nome, un uomo seduto su un muretto che si lascia accarezzare dal vuoto, una ragazza grassa guardarsi preoccupata in uno specchio. Con le gambe a ciondoloni delle ringhiere i bambini ci guardano, e nei loro occhi il ricordo di come eravamo, loro, ancora seduti su una soglia, verso mattini che conservano odori e piccole mani di un mondo che non riesce a pensarli.
A loro rimane almeno il tempo di sorridere, a volte anche un semplice osservare. Un pensare lento nello scorrere veloce che riconosce solo il presente, senza nessuna paura di vivere né di morire. Così, illuminati dalla luce filtrata dai vetri, la loro vista accompagna il tatto emozionante del dito contro l’aria, cancellando ogni tempo. Questa è l’immagine che viene fuori dal caos con tenerezza infinita, si scrive da sola su un muro, suggerendo l’interruzione del giorno in un miracoloso, simbolico fermarsi.
“Basterebbe guardarci negli occhi per osservare di ognuno la propria storia e la verità canterebbe con la stessa voce.”
In certe notti, la parola si presenta come semplice, coreografico fantasma di se stessa, ha l’odore della polvere, crepita dal di dentro come legna sul fuoco, tutta sotto i vestiti, resa ormai gracile da un’autentica fame di ritornare ad essere. In quest’ora tutto non si muove. La nostalgia indaga sulla notte aperta. Percepisco l’aria e i dintorni con la pelle che d’improvviso si fa dura e tesa, anche il vento ha cominciato a soffiare, ma solo per un istante, su ciocche di capelli e profili, di un caldo fiato tra naso e bocca. Chiudo gli occhi, le ombre brillano su ponti di polvere vivendo immagini di lenti passi e parole in lontananza. Nel regno sensibile , il visibile imprime e si svela, il buio in piedi mentre la mente si risveglia. Quanto cammino per arrivare in questo luogo così lontano dalle luci della città ed il respiro malato delle strade.
Dalla finestra, ora, il corpo abbondante di una montagna ancora vestita di abiti estivi, di un verde fitto e spesso, come coperta da una vernice indelebile, si ha la sensazione che rimarrà sempre così, poi gli odori aprono un taglio, si svuotano leggeri dentro quella piccola fessura, e la memoria ne viene fuori con occhi di un diverso colore, lei, amichevolmente che accoglie e ricorda, finalmente dimenticando un presente schiacciato dal continuo borbottare del suo stesso stomaco.
In questa stanza la scopro tacere e spingersi oltre il mistero della logica, ogni perché si scandisce nel ritmico e cadenzato ticchettare delle mie unghia sul vetro. La luce si spegne mentre la mano sorregge ancora i sogni di un leggero vibrare di cuore tra il cuscino e la memoria della luce che domani, spaccherà immensa la finestra. Mi scopro tradita dal mio stesso pensare, così tutto ridiventa e nell’attimo dopo si ricrea.
Poi qualcuno apre la bocca, tira fuori una rabbia con la faccia da mostro, e seminando fiamme allontana emozioni che debolmente divengono banali e troppo delicate per i suoi bruschi gesti. Quella voce si alza, scuote i muscoli ad ogni variare di frequenza, soffoca il silenzio come mano ingorda, padrona del giorno si aspetta solo un’ambigua stanchezza a risucchiare ogni nera energia. Facile davvero, penso.
Poi trovi puttane di sentimenti vendersi al miglior offerente, e gli animali nei piatti d’argento, con odori forti, aromatizzati per palati esigenti, flusso di macchine colorate soffiare fumo già ai primi attimi di respiro. Al primo urlare è già pronta una bestemmia covata nell’insonnia e dalle mancanze che hanno scavato buchi profondi nell’anima, marci e della stessa puzza dei rifiuti per strada.
In questi luoghi dove nascerebbe la poesia? Una voce fuori campo suggerisce, nella prima luce che si specchia sul viso, ma dovresti svegliarti di soprassalto per inseguirla, magari obbligandola a rimanere nuda per imparare a goderla in silenzio.
Arriva l’odore del caffé, ha già una forma, lasci che si estenda nella tua camera di pensieri scheletrici, le dai una voce corposa che ravvivi la gola di un suono che diventa canzone, magari, la poesia sta nel cantarla solo al vento freddo dell’inverno che ghiaccia il cuore in un solitario toccarsi. La luce dura poco, il buio si protrae. L’ispirazione è una sposa dal velo lungo che strisciando ti lascia inciampare. La scrittura di un inchiostro nero che sporca il claustrofobico bianco di emozione incredula, ad ogni tratto ti convince a lasciarla da sola ed in luoghi più aperti.
Poi se la ride in un portacenere, dove una sigaretta non aspirata si brucia autonoma. Attimi dopo qualcosa accade, un altro qualcuno che conosci, apre la porta, si siede con fare nervoso e ti guarda simpaticamente rilassato. Ha fatto una passeggiata ieri sera, camminato nell’unico giardino di fronte ad una fontana, le tasche piene di mollica di pane per sfamare uccelli e pesci di un appetito, senza rimedio. Continuava a fare domande a passanti solo con gli sguardi, loro con la testa bassa e le mani trattenute da guanti di lana a mezze dita. Lui ha sempre cercato la poesia, senza conoscere sfumature, né aria fresca nel naso, per assaporarne le intuizioni. In quel suo giorno il cielo ha cominciato a lamentarsi, la pioggia ha inondato ogni possibile memoria, solo il presente a strizzargli gli occhi di lacrime poggiate sulle labbra cadenti.
Poi le mani, tempo visibile tra le macchie scure tinteggiargli la pelle, non più chiuse nel pugno di un esistenza trascorsa a difenderla nel contenuto. Il suo sangue scorrendo firma la propria presenza in uno spazio così piccolo da non riuscire ad accettare la ragione del proprio smarrimento. La memoria ancora emerge, come sacco pesante, che continua a ricordargli il valore intoccabile di una semplice carezza accolta ad occhi chiusi e sole in faccia. Tutti i suoi resti sono nel palmo segnato, che si stende come una benedizione sulla testa. Raccolto nel cappotto scriveva racconti senza penna, poi di corsa a raggiungere il calore di una luce così accogliente da far rabbrividire anche i vetri. Sotto una finestra ad immaginarne il calore, poi con le orecchie sul palo della luce per catturare l’unica voce di una notte di strada. Lui una memoria c’è l’aveva, gli bastava aprire di più gli occhi per ricostruire paesaggi, volti, luoghi, e raccontare il tutto come guardandolo galleggiare in uno specchio.
“Quanto hai scritto tanto?” e poi rideva di me.
“Io scrivo di cuore” mi diceva “e non ho bisogno di scrivere, ci sono altri che scrivono di culo non avendo niente da dire, io non li ho mai visti sia ben inteso, ma quelli che scrivono di testa e di cuore si!”
La testa te la possono rubare, facile preda con i suoi preziosi pensieri e nomi, ma il cuore, quello no, quello viene con te ovunque e parla anche quando fuori ma molto freddo, le sigarette sono finite, e poco lontano bruciano un vecchio sulla panchina addormentatosi magari nel tuo stesso sogno. Nell’odore di quell’aria, le parole diventano così piccole da perdere ogni valore, ed è solo il cuore a ricordare e a saperne scrivere.
Questo tipo di poesia non si inventa, non chiede nulla ma felicemente esiste. Adesso leggi pure, mi disse, siamo quello che scriviamo, con delle ali nello stomaco, nidificando in ogni sguardo il senso di ogni memoria e della sua consolante nudità.

Miriam Carnimeo – Altri Lavori

Foto di Miriam Carnimeo

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2 risposte a “F I N E S T R E I N S O N N I

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