LIMBO – CAPITOLO 11: La Battaglia

PREVIOUSLY ON LIMBO…

Jade degli Arceri Rossi è un Keeper, protettore degli oggetti sacri di Seidon. Insiema a Misar e il gigante Yumo, si reca presso la Gilda di Nicon, dove conosce il giovane Tzadik…

…nel frattempo il mago Rivier e il suo apprendista Mylo vengono catturati dai Testimoni di Seidon, fanatici religiosi pronti a muovere battaglia contro gli eretici della Gilda di Nicon. Una volta che i due prigionieri sono condotti al cospetto del primo ministro Tawares, vengono misteriosamente rilasciati…

…segretamente i due maghi fuggono dall’accampamento per andare ad avvertire Nicon dell’imminente battaglia. Una volta giunti presso la gilda irrompono nella tenda nella quale Nicon e il gruppo di Jade discutono animatamente. Pochi istanti più tardi la ragazza viene colta da un malore…

…Jade è caduta in sonno magico propiziato da Sawar, che la cerca disperatamente manovrando la sua Torre Galleggiante e seminando distruzione in tutte le terre di Limbo. L’elenty Rivier, con l’aiuto della magia, riesce a riportare l’anima della Keeper nel suo corpo. Poi la gilda si mette in movimento, preparandosi alla battaglia contro i Testimoni.

SI ATTEDE LA NUOVA ILLUSTRAZIONE DI CHARLES HUXLEY.

CAPITOLO 11 – La battaglia

Si accese un’alba fredda, striata di viola, in un cielo in cui si rincorrevano strati sottili di nubi accompagnati da un vento gelido. Gli uomini di Nicon avevano già smontato l’accampamento. Si sarebbero divisi in tre gruppi, procedendo parallelamente verso le montagne. In caso di attacco, avrebbero cercato di evitare l’accerchiamento, puntando sulle loro qualità di cavalieri. Ma la magia poteva fare la differenza. Nicon si avvaleva di un’ampia conoscenza magica e sperava che l’Elenty potesse apportare il suo contributo. Insieme forse sarebbe riusciti a spaventare i Testimoni inducendoli ad un ritirata.
Rivier e Mylo restarono nel gruppo di Nicon, quello che procedeva centralmente. Cavalcavano vicino a Jade, ai suoi due compagni, e al giovane Tzadik. Tutti però facevano fatica a parlare. Gli occhi dei cavalieri erano puntati in avanti, alla ricerca del nemico.
«Li avremo di fronte alla fine del terzo margine» dichiarò Rivier. Aveva proiettato la sua vista verso l’orizzonte, calcolando lo spazio che separava le due armate. Alcuni cavalieri si girarono a guardare lo stregone, incerti se credere alle sue parole oppure no. Poco importava in fondo. Lo scontro era ormai inevitabile. I Testimoni di Seidon procedevano attraverso le pianure in formazione allargata, per evitare di venire aggirati dal loro obbiettivo. Ma adesso la gilda poteva avvalersi del fattore sorpresa, o per meglio dire, del fatto che i testimoni credevano di poter portare il primo attacco inaspettatamente, causando paura e scompiglio. Invece la sorpresa sarebbe stata solo loro, quando li avessero visti in formazione pronti allo scontro.
«Come ti senti?» Domandò Tzadik rivolgendosi alla ragazza Keeper. Lei si voltò di scatto, cercando una risposta soddisfacente a quell’inaspettata domanda.
«Meglio…» riuscì a dire. La sua mente era distante. Pensava all’uomo dei suoi incubi; Sawar. Le sfuggì un sorriso, ma era forzato e tutti lo capirono, anche Mylo che cavalcava poco più dietro. Jade cercò con lo sguardo l’Elenty, sperando in una parola d’incoraggiamento. Il consiglio di un Elenty immortale era tutto ciò che le rimaneva. Ma Rivier non la notò, o fece finta di niente. Continuava a cavalcare scrutando l’orizzonte.
«Dovrei lasciarvi. Forse sarebbe meglio per tutti…» provò a dire. Ma la paura tradì la sua voce.
«Non lo pensare neanche» ribatté l’allievo della gilda, stupendosi dell’impeto con cui era intervenuto.
«Invece forse è la soluzione migliore. Potrei andare avanti, dai Testimoni. Loro forse potrebbero proteggermi dall’uomo che vuole il mio medaglione…»
«In questo modo riveleresti la nostra posizione e perderemo il fattore sorpresa.» Era stato Nicon a parlare, dalla prima fila dello schieramento. Nonostante la distanza era riuscito a sentire le parole della ragazza.
«Non dirò niente…»
«È troppo tardi ormai. E poi ti ritroveresti comunque dentro la battaglia, ma dalla loro parte. È davvero laggiù che vuoi stare?» La domanda di Nicon rimase sospesa. Jade non sapeva cosa rispondere. Quelle persone l’avevano aiutata, malgrado non fossero minimamente interessate al compito che perseguiva. Se si fosse attenuta alle regole di un Keeper, avrebbe dovuto lasciare immediatamente la gilda, anzi non avrebbe dovuto neanche cercarla. Ma adesso che era a conoscenza dei Misteri, le cose stavano diversamente. Non era più sicura di niente, e tutto ciò che riusciva a fare era lasciarsi andare al flusso degli eventi, come una zattera in preda alle correnti del fiume. Guardò il gigante Arenty, impassibile accanto a lei, e poi l’amico di suo padre, il vecchio Misar. Anche lui era confuso, ma le rivolse uno sguardo carico di amore. Sentì che quell’uomo era davvero speciale.
«Può darsi che Sawar si trasformi nella nostra salvezza. Chissà…» Era stato Rivier a parlare. Si, anche questa era una possibilità. Se la contingenza dei due eventi fosse avvenuta, non era detto che la gilda si sarebbe ritrovata tra l’incudine e il martello. Per il ministro Tawares, Sawar era un nemico ancora più pericoloso di Nicon. In tal caso le parti dello scontro sarebbero state stravolte, e gli uomini della gilda potevano ritrovarsi a combattere a fianco dei religiosi.
«Non auguriamoci niente» ammonì Nicon. «Noi combatteremo solo per i nostri ideali, per ciò in cui crediamo. Chiunque alzerà la spada contro di noi sarà nostro nemico, e chi l’alzerà accanto a noi sarà nostro amico. Questo si vedrà.»
Nessuno disse altro. Solo il rumore degli zoccoli continuò ad accompagnare i sibili di un vento sempre più gelido. Sulle pianure del vespro, tre manipoli di cavalieri divergevano gradualmente verso il loro destino. La battaglia era vicina.
Tzadik cavalcava a testa alta, respirando l’aria fredda satura di un sapore che lo faceva sentire vivo. Non aveva paura, ed era strano, pensò. Quello sarebbe stato il suo primo vero scontro. Non gli aspettavano i lividi delle spade di legno, ma il freddo e letale filo del metallo sulla nuda pelle. Eppure sentiva che la sua vita si stava intrecciando con quella di altri; la ragazza, il vecchio Elenty, e naturalmente Nicon. Si avvicinavano gli eventi da lui sognati, i messaggi che lo avevano indotto ad abbandonare la sua famiglia e ad abbracciare il ruolo di cavaliere della gilda.
I corni suonarono molto prima della fine del terzo margine. Erano distanti, ma facilmente distinguibili nel vento che li trasportava. Gli esploratori dei testimoni avvertirono il reggimento. Nessuna sorpresa, dunque, pensò Nicon, né da una parte né dall’altra. Solo uno scontro aperto, schieramento contro schieramento, sulle pianure sconfinate del vespro. Ordinò agli uomini di muoversi al trotto. Adesso era importante intuire le mosse del nemico, ascoltare il cuore del guerriero e la mente del mago, voci interiori che attraverso le stagioni ogni cavaliere della gilda aveva imparato a codificare. Potevano farcela, ma lo scopo non era quello di sbaragliare l’esercito nemico. L’essenziale era sopravvivere, per il bene di ogni Arcon e per il futuro di Limbo.
Nei riflessi rosati nei quali si perdeva l’orizzonte, apparvero i Testimoni di Seidon. Uno schieramento ordinato di lance e vessilli, una formazione allargata in semicerchio che poteva contare almeno un migliaio di elementi. Nicon si chiese se fossero solo quelli. Il rapporto era di dieci a uno, ma gli uomini della gilda avevano la magia dalla loro parte, e questo non era un vantaggio da poco. Le due falangi laterali dello schieramento di Nicon si erano perse nella distanza, ma l’accerchiamento poteva essere evitato solamente se i suoi uomini avessero agito con tempismo. Le armate stavano ancora studiandosi.
Un vessillo bianco svettò sopra gli altri, e un corno intimò ai Testimoni di fermarsi. Nicon rallentò l’avanzata ma non si fermò. Sentiva i cavalli dei suoi uomini scalpitare alle sue spalle, consci di ciò che li aspettava. Bisbigliò poche parole in lingua Bit, e la sua vista, amplificata dalla magia, riuscì a vedere chiaramente quello che stava succedendo nei pressi del vessillo appena issato. Un uomo afferrò un rotolo di pergamena dalle mani di un cavaliere più anziano, probabilmente lo stesso primo ministro Tawares. Poi il messaggero spronò il suo cavallo allontanandosi dal reggimento. Si arrestò a una cinquantina di passi dal gruppo di Nicon, che nel frattempo si era fermato.
«Ho una consegna per il vostro capo» disse il messaggero, alzando la mano e mostrando la pergamena.
Nicon ordinò ad uno dei suoi uomini di andare a prendere l’ambasciata. Tutto si svolse nel silenzio rotto dai fischi del vento e dallo scalpiccio dei cavalli. Il messaggero e il cavaliere della gilda tornarono alle rispettive guarnigioni.
Nicon lesse il messaggio. Lo lesse a tutti quanti, perché non aveva segreti per i suoi uomini, e le decisioni che lui prendeva erano sempre condizionate dall’umore di tutto il gruppo. La gilda agiva come un’entità unica, la cui coscienza era la somma delle coscienze di tutti gli uomini.

“Anime perdute, uomini senza più fede, io mi rivolgo a voi come il pastore si rivolge alle sue pecore, che in preda alla follia si gettano in una corsa sfrenata verso le oscurità del bosco, dove le aspetta un branco di lupi affamati. Io sono il primo ministro dei testimoni che portano la parola del grande Seidon, e il mio nome è Tawares. Siete ancora in tempo per redimervi, per abbracciare la parola del sommo padre. Deponete le spade e allargate le vostre braccia in modo che noi possiamo abbracciarvi, e condurvi alla conoscenza. Altrimenti saremo costretti a fermarvi, e fermare così la diffusione delle vostre assurde dicerie, che corrompono le anime di ogni Arcon di Limbo. Alzate il vessillo bianco ed arrendetevi, perché l’unica altra vostra alternativa è la morte.”

Attese alcuni istanti prima di chiedere ai suoi uomini cosa avrebbe dovuto rispondere. Gli occhi gli caddero sul volto dell’Elenty, deformato da un bizzarro sorriso. C’era poco da ridere, pensò.
«Cosa rispondete, uomini?» chiese.
E i suoi uomini risposero con un grido di battaglia. I cavalli si mossero irrequieti, ma un attimo dopo vennero spronati al galoppo. Due urli identici si alzarono oltre le file dei Testimoni di Seidon. Le falangi li avevano superati e adesso si trovavano alle loro spalle. La battaglia ebbe inizio.
Gli incantesimi vennero lanciati, e subito incominciarono le allucinazioni. I Testimoni urlarono davanti alle apparizioni di creature deformi e abominevoli. Nicon sperava di infliggere subito un colpo vincente, per potersi ritirare verso le montagne ed attendere le conseguenze di una piccola vittoria. Forse Tawares li avrebbe lasciati stare per un po’. In fondo la sua idea non era mai stata quella di sbaragliare l’esercito nemico, ma di prendere tempo. I Testimoni erano Arcon come lui, ignari della verità su Limbo e accecati da stupide menzogne.
Le urla si mischiarono, quelle di orrore da una parte e quelle di grinta e determinazione da un’altra. Le tre falangi piombarono sulle linee dei religiosi con una forza distruttiva. Una buona parte dei Testimoni stava combattendo contro i propri incubi, suscitati dalla magia dei loro nemici. Chi riusciva a vedere oltre le creazioni spettrali, ingaggiò il corpo a corpo. In quella situazione l’equilibrio numerico era stato ripristinato, ma presto l’effetto delle visioni sarebbe terminato e i Testimoni avrebbero riconquistato il vantaggio.
Tzadik roteò la spada cercando l’elmo di un avversario. Una mossa azzardata che portò i suoi frutti. Il cavaliere venne disarcionato dal proprio cavallo, e crollò al suolo con un tonfo sordo. Più tardi il giovane avrebbe ricordato solo quell’evento nei minimi particolari. Il resto era una confusa accozzaglia di immagini di violenza ed assordanti cozzi di metalli.
Yumo fece quello per cui era nato e presto creò un vuoto attorno a Jade e al vecchio Misar. L’Arenty era privo di cavalcatura, ma superava in altezza la testa di qualsiasi cavaliere. Piantato saldamente sulle sue gambe, roteava l’ascia in micidiali fendenti. Caddero tre teste prima che i Testimoni si rendessero conto che non conveniva farglisi vicino.
Rivier si tenne defilato, con Mylo sempre accanto. Innalzò una protezione attorno a loro e attese. I Testimoni sembravano ignorare i due, o forse non riuscivano a vederli. Mylo si tenne vicino al maestro cercando di ricordare le parole che controllavano gli elementi. Scoprì presto che la battaglia e le esercitazioni erano due cose completamente diverse.
Nonostante la forza d’urto di quel primo impatto, le file dei Testimoni si ricomposero velocemente, e fu inevitabile l’accerchiamento. Nicon teneva impegnati tre cavalieri, ma riuscì a scorgere con la coda dell’occhio un paio di compagni cadere sotto i colpi dei nemici. Dovevano uscire da quella situazione, altrimenti non ci sarebbe stato scampo. Evocò uno strappo di luce che accecò temporaneamente i suoi contendenti. Ordinò di sfondare l’accerchiamento, ma il caos era pressoché totale. Fu in quel momento di scompiglio che Rivier spaccò la terra sotto i piedi dei cavalieri. Nessuno aveva mai assistito ad un portento simile. La terra smossa formò uno sbarramento. I cavalieri della gilda si mossero rapidi, salirono sul terrapieno e si prodigarono in una veloce ritirata. Poi ripresero formazione fuori dall’accerchiamento. I due schieramenti erano di nuovo faccia a faccia.
Lontano i corni strillarono nel vento delle praterie. Nicon si voltò e vide ciò aveva temuto di più. Una seconda armata, almeno cinquecento elementi, stava sopraggiungendo alle loro spalle. Era la fine. Dovevano fuggire, adesso, in qualsiasi modo. Dovevano spaccare le linee, oppure dividersi, perdersi nelle pianure. Forse si sarebbero riuniti un giorno. Forse la Gilda sarebbe tornata ad esistere, forse…
Era pronto a dare il segnale di ripiegamento ma qualcosa lo fece fermare. Il suono dei corni non era quello di una carica ma di una ritirata. E allora apparve, magnifica e terribile, un’isola galleggiante nel cielo rosato delle pianure, tutta a rocce e a guglie, nera come l’ebano, scintillante come la pirite. Sawar stava arrivando.
La battaglia s’interruppe. Gli uomini abbassarono le armi. Davanti a quella visione apocalittica nessuno riuscì a muoversi. I Testimoni videro i loro compagni cadere uno a uno, afferrati sadicamente da quelle creature di pietra che le leggende chiamavano Belve. In realtà Gargoyle oppure Golem sarebbero stati termini più appropriati, dato che Sawar era capace di animare ciò che era inanimato, e trasformare statue di roccia in micidiali macchine da guerra.
La ritirata dei Testimoni si stava trasformando in un’autentica carneficina. Nicon ordinò di serrare le file, volgendo le spalle si loro contendenti. Lentamente anche i Testimoni presero posizione. Era avvenuto ciò che si era aspettato. Sawar era il nemico comune e lo avrebbero combattuto insieme; il diritto alla vita degli Arcon contro la follia dell’Elenty corrotto.
«Seguitemi!» disse Rivier rivolto ai due ragazzi che gli erano vicino, l’apprendista Mylo e il giovane Tzadik. I tre si diressero dietro le formazioni dei cavalieri. Incontrarono anche la ragazza Keeper e i suoi compagni, i quali si unirono a loro ed insieme uscirono dai manipoli. La torre si avvicinava velocemente. Ancora qualche istante e le belve avrebbero attaccato le prime file occupate dagli uomini di Nicon.
«Ho bisogno di tutto il tempo che riuscirete a darmi. Se vogliamo fermare quel pazzo, dovrò usare ogni stratagemma di mia conoscenza, ma avrò bisogno di concentrazione. Per questo vi ho portato qua…» Rivier era sceso da cavallo. Stava già componendo dei disegni con le mani, e il crepitio aleggiava nell’aria.
Jade spiegò all’Arenty cosa doveva fare, e il gigante si posizionò davanti al gruppo. Mylo e Tzadik si appostarono con i cavalli poco più dietro. Anche Misar e la ragazza erano pronti a combattere. L’evocazione dell’Elenty ebbe inizio, e il crepitio divenne un suono così sgradevole che ritornò sovente negli incubi di coloro che lo udirono.

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