CAPPUCCETTO ROSSO 2010

C’era una volta…
…beh, lei si faceva chiamare Susy, ma il suo vero nome era un altro e nessuno lo conosceva, almeno nel quartiere in cui viveva, che era tutto il suo mondo ormai. La sua storia era iniziata altrove, in un paesino di campagna, con il padre fornaio e la madre a casa a badare a lei e i suoi fratelli. La TV le insegnò a sognare e quando compì sedici anni partì per l’avventura. Non avrebbe mai immaginato che le uniche avventure che l’aspettavano sarebbero state quelle nelle camere a buon mercato dei motel vicino all’autostrada, insieme ai camionisti e agli uomini di Don Vincenzo.
La serata era a fine. Anche per quella notte si era portata a casa la pagnotta, della quale solo un terzo le sarebbe rimasta in tasca, una manciata di euro giusti giusti per saldare l’affitto del suo monolocale. Sicura sui suoi tacchi a spillo, avvolta in un vistoso cappotto rosso di flanella, coprì velocemente la strada che separava il motel dal quartier generale del suo protettore. Gli avrebbe dato la sua parte, come avveniva ogni sera, e poi finalmente se ne sarebbe andata a dormire nel suo buco, 28 orgogliosi metri quadri di autosufficienza. Era stanca, stanchissima. L’ultima cosa che si augurava era proprio ciò che le chiese il paparino. Era così lo chiamavano lei e le altre ragazze. Don Vincenzo le si avvicinò con quel sorriso deformato da una vistosa cicatrice, afferrò i soldi con gentilezza e disse: – Brava Susy. Hai lavorato parecchio stasera… immagino che sarai stanca e mi duole doverti chiedere un ultimo favore, ma è appena arrivato in città un caro amico con un irrefrenabile bisogno di compagnia. È un signore importante che sicuramente ti lascerà una lauta mancia… Ecco l’indirizzo… –
Le porse un foglietto, lei lo lesse cercando di trattenere le lacrime di disperazione che le salivano agli occhi. Non era il solito motel, ma un albergo di lusso del centro.
– Ma… è lontano… – cercò di obbiettare lei. Don Vincenzo cambiò rapidamente espressione, trasformando la sua faccia in un ghigno.
– Allora inizia a correre bambina, intesi? – incalzò lui. Susy non poté fare altro che prendere la porta e incamminarsi verso il suo prossimo incontro.
Doveva attraversare la periferia sud della città, quella che le persone perbene evitavano anche di giorno. Laggiù succedeva sempre qualcosa di sbagliato. Il mese prima una sua amica era stata assalita sa un gruppo di ragazzini, 13-14 anni al massimo. L’avevano violentata in dieci, picchiata e poi lasciata alla fermata del tram. Susy si augurò che fosse troppo tardi anche i per i ragazzini. Erano loro i più pericolosi perchè al massimo potevano rischiare il riformatorio, sempre se la polizia riusciva a prenderli… Si avvolse ancor più nel suo cappotto rosso e accelerò il passo. Quando raggiunse il centro della città il cielo ad est era rischiarato appena dalle prime luci dell’alba.
Porse il bigliettino che le aveva dato Don Vincenzo al portiere dell’albergo e le porte si aprirono come per incanto. Nel silenzio innaturale della hall, Susy rimase affascinata dall’ovattata esperienza del tappeto sotto i suoi tacchi appuntiti. Conquistò l’ascensore e premette il pulsante numero 12. Provò a risistemarsi davanti allo specchio, preoccupata per quella punta acida di sudore che le aveva deformato il suo profumo. Un camionista non avrebbe notato niente ma questo nuovo cliente doveva essere qualcuno importante. Si augurava di poterlo convincere a fare una doccia prima del rapporto, perchè per qualche assurda e masochistica ragione lei ci teneva ai clienti…
Bussò alla camera 522. Nessuno rispose. Lei si passò una mano sui capelli ramati, lunghi e leggermente mossi. Bussò di nuovo. Una voce greve ma asciutta la fece sobbalzare. – Entra! –
Penetrò in una penombra morbosa, alimentata da una piccola abatjour accanto al letto. L’uomo sedeva su una poltrona nell’angolo più lontano della stanza, le gambe accavallate, le mani salde sui braccioli e la testa totalmente immersa nell’oscurità.
– Chiudi la porta – le ordinò. Susy obbedì e quando il chiavistello elettronico fece scattare la serratura sentì un brivido freddo percorrerle tutta la schiena. Duranti gli ultimi due anni, ovvero dal giorno che aveva incominciato a lavorare per Don Vincenzo, si era trovata spesso in situazioni difficili, ma mai davvero in pericolo. Una sensazione mai avvertita prima la convinse che questa volta era diverso.
– Sei carina… – disse lo sconosciuto, rimanendo immobile sulla sedia. – Spogliati – le chiese poi. L’idea della doccia le era ormai uscita dalla testa. La paura le ghermiva lo stomaco. Avrebbe chiuso gli occhi, se fosse arrivato il peggio, pensò. E intanto incominciò a sganciare i bottoni del suo cappotto rosso. Cinque minuti più tardi aveva indosso solamente le mutandine a perizoma e il reggipetto leggermente bombato che dava risalto ai suoi piccoli seni.
– Benissimo… – commentò lo straniero. – Adesso avvicinati… –
Susy forzò le gambe cercando di muoversi verso il suo cliente, d’altra parte quello era il suo lavoro. Provò ad aggrapparsi alla falsa sicurezza di quel pensiero. Due piccoli riflessi cremisi all’altezza della testa dello straniero la distrassero dalle sue idee.
– Che strani occhi che ha, signore… – balbettò lei, fermandosi di colpo.
– È per poterti ammirare meglio tesoro… – rispose lui, con una nota di stucchevole dolcezza nella voce.
Poi lo sguardo le cadde sulle mani dell’uomo, che sembravano fare parte della poltrona tanto erano grosse e nodose…
– Lei… – mormorò – …ha davvero delle grandi mani… –
– È per toccarti meglio, piccina… Vieni più vicino… – rispose lui, immobile.
Infine vide l’abnorme rigonfiamento nei pantaloni all’altezza dell’inguine. Rimase impietrita a pochi passi da lui. Riuscì a dire: – Ma che coso grande… –
– È per scoparti meglio, bambina! – terminò lo straniero avventandosi come un lupo sul corpo seminudo di Susy.
In quell’istante la porta della stanza si spalancò. Un ragazzo, che solo in un secondo tempo Susy riconobbe come il portiere dell’albergo, fece il suo ingresso con un fucile a canne mozze grosso come un cannone. Puntò senza esitazione tra le gambe dello straniero e fece fuoco.
Il resto sono storie di corse in automobile, passaporti truccati e vendette trasversali.
Il ragazzo riuscì a portare Susy lontano dalla città, addirittura in un altro paese, pieno di sole e di mare, e laggiù vissero per sempre felici e contenti.

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3 risposte a “CAPPUCCETTO ROSSO 2010

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