6 GIUGNO 2006

di Morgendurf

05.06.06, la sveglia suonò alle ore 05.15. Il dott. Giovanni Trizzo – John per gli amici, il dottor Strappacuore per i colleghi – si alzò dal letto, si preparò con la consueta meticolosità ed uscì di casa. Mentre guidava verso la clinica universitaria pensò al programma della giornata: la sala operatoria lo stava aspettando, mentalmente ripassò la tipologia degli interventi che sarebbero stati eseguiti. Nulla di difficile, solita routine, almeno per lui.
Era il braccio destro del primario, ma fra qualche mese ne avrebbe occupato il posto. Il dott. prof. De Tonelli sarebbe andato in pensione e lui aveva appena ricevuto la designazione quale suo successore. Era una novità annunciata, tutti ne parlavano da quasi un anno, aveva lavorato sodo per ottenere quell’incarico, con qualche sgambetto, qualche sgomitata e gli appoggi giusti. A 44 anni sarebbe diventato primario di un reparto prestigioso.
Di un’università accreditata. Il più giovane primario in Italia.
Respirò a pieni polmoni pensando a questo. Ricordò l’espressione di Elena quando le fece leggere la lettera di nomina, ricordò la sua reazione, le parole di lei: “Allora possiamo iniziare ad organizzare il nostro matrimonio”. Elena aveva 30 anni, era la sua fidanzata, oltre che l’unica figlia del suo mentore.
Lui aveva fatto in modo di conoscerla nel 2001, nel 2002 avevano ufficializzato la loro relazione con i rispettivi genitori, ottenendo la benedizione del futuro suocero. Si era brillantemente laureata in Lingue e Letterature straniere e, dopo una serie di master prestigiosi e grazie alla sua perfetta conoscenza di cinque lingue, lavorava al Parlamento Europeo a Bruxelles. Rientrava in Italia di rado, la professione di traduttrice la impegnava molto. Lui talvolta la ospitava a casa sua e giocavano a marito e moglie. Nel senso che le faceva trovare la casa in disordine, biancheria da lavare e da stirare e lei, amorevolmente, provvedeva a tutto. “Prove tecniche di trasmissione”, come le chiamava lui.
Il sesso c’era ma non sempre andava bene. “Scusami Elena, ma, sai, sono particolarmente stressato, sono stanco, ho bisogno di ferie”. Lei non si preoccupava, per lei il sesso non era tutto, lo comprendeva e lo giustificava, una volta sposati qualsiasi problema si sarebbe risolto, ne era sicura.
Il giorno prima avevano litigato. Al telefono, ovviamente, e per futili motivi. Qualcosa riguardo al matrimonio, la scelta dei fiori per l’addobbo della chiesa non li aveva trovati d’accordo. Ma Giovanni non si preoccupava più di tanto, avrebbe risolto tutto, come sempre. Non oggi, non domani, ma dopodomani. Oggi e domani aveva altri programmi, progetti che non prevedevano la presenza di Elena. Fra due giorni le avrebbe fatto recapitare le solite rose rosse, l’avrebbe chiamata per invitarla a cena, sarebbero andati al solito ristorante, le avrebbe regalato un gioiello e tutto sarebbe ritornato come prima.
Uscì dalla clinica alle 16.15. La giornata era stata gravosa, uno degli interventi si era rivelato impegnativo e si era protratto più del previsto, ma, per fortuna, tutto era andato bene. Salì in macchina, accese il cellulare ed inviò un sms. “Alle 21.00 sono da te, fatti trovare pronta, vestita come piace a me, aspettami in strada”, diceva il testo. Attese un attimo fino a che giunse il suo messaggio di conferma, poi, spense il telefono, e si diresse verso casa. Si preparò scrupolosamente, si vestì come la situazione richiedeva, trasferì alcune cose dalla valigetta da medico ad uno zainetto, afferrò il cappello e la cappa e si diresse verso la casa di Pilar. Nonostante il nome, Pilar era italiana. Era impiegata in una clinica privata, fissava gli appuntamenti per i ricoveri e gli interventi. Giovanni l’aveva conosciuta lì, mensilmente vi si recava per interventi a pagamento. Parlando con lei, scoprì che era orfana di entrambi i genitori. La madre spagnola ed il padre italiano erano deceduti quando lei aveva 16 anni, a seguito di un incidente stradale.
Erano andati in una località sul Lago di Garda per festeggiare i loro 20 anni di matrimonio. La sera stessa del loro arrivo, mentre stavano passeggiando sul lungolago, furono falciati da un’auto pirata. Entrambi morirono sul colpo. L’auto fu ritrovata giorni dopo, abbandonata in una stradina di campagna ed incendiata. Era stata rubata il giorno prima dell’incidente in una località del Veneto, ad un avvocato che ne aveva regolarmente sporto denuncia per furto e che, al momento del sinistro, si trovava in volo per l’estero. Non fu mai trovato il responsabile della morte dei suoi genitori. Lei aveva sempre vissuto da allora con i nonni paterni ma, recentemente, uno alla volta se n’erano andati e lei era rimasta sola.
Aveva iniziato a frequentarla. A fare sesso con lei. Quello che non poteva fare con Elena, perché Elena non voleva. Ad Elena non piaceva. Così lui si arrangiava come poteva, con chi poteva, anche da solo. Pilar era perfetta per lui. 40 anni, single, viveva da sola, qualche relazione andata male, una discreta cultura ed una buona posizione economica. Si faceva ospitare da lei ogni qualvolta doveva recarsi alla clinica privata per gli interventi. Arrivava il giorno prima, passavano la notte insieme e, una volta terminata l’operazione, tornava nella sua città, a casa sua.

Pilar si era innamorata di Giovanni. All’inizio era un po’ diffidente, le esperienze negative con altri uomini l’avevano segnata, l’avevano resa guardinga.
Dopo un periodo di solitudine aveva deciso di provare a fidarsi di nuovo, di affidarsi nuovamente a qualcuno. Lui, lentamente, si era fatto spazio dentro di lei. L’aveva fatta sentire nuovamente donna, nuovamente desiderabile, l’aveva colmata di tante piccole attenzioni, quelle che più non riceveva da tanto tempo. Un bombardamento d’amore, questo è il termine esatto. Si sentiva al centro del suo mondo, si sentiva coccolata, non solo da lui, ma anche dagli amici e dalle amiche che le aveva presentato.
Una sera Giovanni le chiese di organizzare una cena per tutti loro, sarebbero stati in totale in quindici persone. Lei fu felice di predisporre tutto affinché si sentissero a proprio agio. Sarebbe stata una serata elegante, per questo scelse un abito consono alla situazione. Durante la cena furono consumate molte bottiglie di vino, a Pilar iniziò a girare la testa, tanto che Giovanni la fece stendere. “Non è nulla” – le disse – “vedrai che tra poco ti passerà e ti sentirai meglio. Fidati, sono o non sono il tuo medico?”
Uno stato profondo di semi-incoscienza, durante il quale gli ospiti presenti ruotavano attorno a lei. Sentiva anche del dolore fisico, ma non capiva da dove provenisse, se provocato da qualcosa o da qualcuno, non riusciva a muoversi e non capiva perché. Forse stava solo sognando.
Qualche giorno dopo, mentre si stava spalmando la crema per il corpo, notò dei lividi attorno ai polsi ed alle caviglie, delle striature sui glutei. Cercò di far mente locale, cercò di ricordarsi come e dove poteva essersele procurate, ma, per quanto si sforzasse, ciò che affioravano erano solo immagini confuse, nebulose. Alzò le spalle, fece finta di niente. Forse era solo un po’ di stanchezza. Pensò a Giovanni: da quando lo frequentava, da quando si era resa conto di essersi innamorata di lui dormiva poco. Anche la sua alimentazione ultimamente era inadeguata. Sorrise pensando fossero gli effetti del suo innamoramento. Sorrise pensando a lui.

Giovanni parcheggiò l’auto davanti alla casa di Pilar alle 21.00. Era in perfetto orario, il viaggio era durato 50 minuti, niente traffico in autostrada, nessuna coda al casello. Lei arrivò dopo un minuto. Entrando in macchina si scusò, aveva avuto difficoltà ad infilare l’abito, ad allacciarselo. Una pancia contenente un bambino di nove mesi è bella, ma sicuramente non comoda. Lui le rispose di non preoccuparsi, che di lì a poco la pancia sarebbe stata solo un ricordo. E così dicendo, mise in moto, dirigendo l’auto verso una zona collinare poco distante. Con la mano accarezzava la pancia di Pilar, accoglieva il loro bambino. Suo figlio. All’inizio, quando lei gli annunciò che era incinta si arrabbiò moltissimo, cercò di convincerla ad abortire, non poteva permettersi uno scandalo, non adesso. Ma quando gli comunicò che la data presunta del parto era il 06.06.06 fu preso da una frenesia incontenibile. Quel bambino sarebbe nato, e lui lo avrebbe allevato, lo avrebbe visto crescere.
Prese una strada sterrata, di qua e di là campi coltivati. Proseguì lentamente, il terreno era sconnesso per il passaggio dei mezzi agricoli. Girò a sinistra, il viottolo iniziava lentamente a salire e si snodava ora tra la boscaglia. Nessuna traccia di coltivazioni. Nessuna traccia di anima viva. Solo loro due.
Proseguì ancora per qualche minuto, poi fu costretto a fermare l’auto perché la strada si interrompeva. Spense il motore e scesero. Afferrò il suo zaino, prese per mano Pilar ed insieme si incamminarono per un sentiero. I tacchi alti che lei indossava ed il peso della pancia rendevano precario il suo equilibrio. Di lì a poco la boscaglia si aprì in una radura, illuminata dai raggi della luna crescente che filtravano attraverso le nubi. Si misero al centro dello spiazzo. L’erba era bruciata, si poteva intravedere un disegno, una forma circolare, all’interno della quale c’era una stella a cinque punte.
Pilar non notò questi segni, era troppo presa da lui, troppo innamorata. Giovanni lo sapeva, era conscio del potere che aveva su di lei. Fecero sesso, quello che a lui piaceva, come lui voleva. Solo così riusciva ad avere le erezioni. Solo così poteva raggiungere l’orgasmo. Solo così ce la faceva a godere. E lei che lo amava lo assecondava. Perché aveva bisogno di lui. Una necessità mentale.
In lontananza si sentì il rintocco di un campanile. Era l’una di notte. Entrambi erano stesi a terra, ansimanti e grondanti anche di sudore. Lui si alzò, dallo zainetto estrasse una siringa, un laccio ed una fiala, prese il braccio destro di Pilar e le iniettò il liquido in vena. Lei non oppose alcuna resistenza, ne avevano parlato pochi giorni prima, lui l’aveva convinta che così sarebbe stato più semplice, per tutti, per il bambino e per lei. Non passò molto tempo che iniziarono le contrazioni. Erano più lunghe, intense e meno intervallate di quelle spontanee. L’aria era scossa da urla, il silenzio era rotto da lamenti animaleschi, quasi si stesse sgozzando una vacca o una scrofa. E continuarono ancora, e ancora, e ancora. Poi cessarono per lasciare posto ai vagiti. Il figlio di Pilar e Giovanni era nato.
Lui legò e tagliò il cordone ombelicale, lo prese in braccio, leccò il neonato fino a detergerlo completamente, prese la placenta e quel che restava del cordone ombelicale e li divorò. Pilar era stremata, guardava inebetita la scena, incapace di proferire parola. Tese la mano verso di lui, come a chiedergli di andarle vicino, di portarle loro figlio, ma lui rimase fermo al suo posto, immobile, e la guardava. Lei tentò di alzarsi per raggiungerli ma non ci riuscì, era esausta, indebolita dal travaglio e dal parto. Si distese nuovamente, sentiva gli occhi chiudersi, aveva voglia di dormire, di riposare. Era stanca, molto stanca. “Sì, dormirò un poco. Mi bastano cinque minuti, solo cinque minuti…”
L’erba sotto di lei si tinse di rosso. Ad est si poteva scorgere Venere.

Il giorno dopo Giovanni si presentò da Elena prima dell’ora concordata. Aveva voglia di rivederla, di abbracciarla. Decise di farle una sorpresa, già le aveva fatto recapitare un mazzo enorme di rose rosse ma, per renderla ancora più felice, aveva provveduto a portare con sé alcuni documenti importanti.
Anni addietro Elena era stata sottoposta ad una isterectomia totale ed aveva perso la funzione riproduttiva. Inizialmente questa condizione aveva determinato in lei uno stato di depressione, un profondo senso di colpa soggiornava dentro di lei, non poteva procreare, la figlia dell’illustre dott. prof. De Tonelli incapace della prosecuzione della specie. Per questo si era buttata a capofitto nel lavoro, per questo aveva scelto un’occupazione all’estero, per non vedere ogni giorni gli occhi di suo padre che la guardavano come si osserva un essere menomato. Quando la loro relazione divenne importante, affrontarono il discorso dei figli. Entrambi li volevano, li desideravano ed avevano deciso di ricorrere all’adozione. Per questo motivo mesi prima avevano presentato la domanda al Tribunale per i diritti dei minori, si erano sottoposti ai colloqui con assistenti sociali, psicologi, dottori, avevano iniziato a seguire i corsi di orientamento previsti, si erano mossi con un margine d’anticipo poiché sapevano che i tempi necessari per l’adozione sarebbero stati lunghi.
Suonò il campanello ed attese. Lei venne ad aprirgli indossando un sorriso smagliante, gli buttò le braccia al collo, ma il marsupio che lui indossava si frapponeva fra loro due. In quel momento si accorse del bambino ospitato dentro ad esso e che dormiva tranquillamente. Si diressero in salotto e si sedettero sul divano. Lei aveva un’espressione frastornata, non capiva, non sapeva cosa stesse succedendo. Chi era quel bambino? Di chi era quel bambino?
“Questo è nostro figlio” – le disse Giovanni. Le spiegò che la puerpera era una ragazza madre di nazionalità straniera, deceduta per un’emorragia post-partum, e quel bambino era solo al mondo, né fratelli, né nonni, né zii, né cugini, nessun ascendente. Dal fascicolo estrasse alcuni documenti, erano le pratiche per l’adozione, era tutto pronto, tutto regolare, lui aveva parlato con le persone giuste. Mancava solo la firma di Elena ed il nome di loro figlio.
“Mi piacerebbe si chiamasse Davide Samuele… sì, due nomi… Davide come tuo padre, Samuele come il mio… se tu sei d’accordo, vorrei che il nostro bambino si chiamasse così… poi, quando crescerà, vedremo se diventerà un avvocato oppure un medico…”

Questo racconto, riveduto e corretto, è stato pubblicato su “Italia & Italia”, XX, 8, p. 6.

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3 risposte a “6 GIUGNO 2006

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