LA VERITÀ DEL MALE

di Miriam Carnimeo

È arrivato il giorno. Il vestito nuovo è stato cucito. Sento mia madre che ride in cucina, mio padre le sbuccia un’arancia. Questo è il suo primo gesto ogni mattina, come rinnovato dono di nozze per lei.
Parlano di me, delle mie strane abitudini, di come ogni oggetto che amo finisce nel mio letto a una piazza: vestiti, fotografie, vecchi giocattoli, libri. Non riesco a farne a meno.
La notte prima degli esami ho indossato il mio vestito nuovo, accartocciando il corpo nell’odore di cotone e amido. Il suono della campanella vibra nell’entusiasmo delle mie forme. Dalla porta dell’aula con i passi di un amico entra l’aria fresca della giornata. Lo conosco da quando avevo dodici anni.
Lui mi rubò una scatola di riso per attirare la mia attenzione. Il giorno dopo ritrovai quella scatola accanto alla cassetta della posta con su scritto scusa, sei bella!, da allora siamo sempre insieme.
Nella mia città i tempi sono veloci. I passanti con lo sguardo basso non si lasciano distrarre dai colori. Le donne stringono sempre qualcosa in mano, alcune portano borse vuote su cui si arrampicano come sulle funi, gli uomini hanno i colli stretti da cravatte che rallentano il fiato e raddrizzano la spalla.
Anche io indosso il mio costume, cammino lentamente. Con l’arrivo del sole la pelle si scopre, riconosco il suo odore. Sono felice. Mi guardo tra le vetrine dei negozi per cercare le trasparenze di un giorno che comincia fresco di novità. L’ultimo giorno degli esami di maturità.
I ragazzi sventolano le pagine dei loro quaderni tra tremori e voci nervose, ognuno con il suo vocabolario tra le mani, pesante come un mattone. Qualcuno mi offre una sigaretta, la fumo pensando al mio ritorno a casa, correndo verso l’estate.
Ho finito!
Il trucco mi si è sciolto in sudore. Sugli scalini della scuola tiro fuori dallo zaino le scarpette da ginnastica, i tacchi di quelle nuove mi hanno tagliato il tallone. Quando arrivo al portone di casa c’è un uomo. Indossa un completo scuro, camicia bianca e scarpe lucide, ha una borsa di cuoio, una di quelle professionali da avvocato, con le tasche richiuse da fibbie dorate. Mi apre il portone, lo spinge con le sue mani pallide, evita di guardarmi accennando un sorriso a labbra strette che non seguono il suo sguardo, fisso sulle mattonelle del pavimento. Un tempo breve trascorso nel silenzio imbarazzante di chi hai di fronte senza conoscerne la storia.
-Posso salire con lei?- dice. Annuisco. Sono solo sette piani i miei, perché rifiutare. Lui guarda l’orologio, finge di avere fretta.
La distanza tra noi, fastidiosamente obbligata, sembra breve. In quel momento penso a mio padre. La sua faccia si sporgerà timidamente dall’uscio di casa, mi dirà: -Brava!
Con un gesto indifferente la mano dell’uomo blocca l’ascensore. Il vocabolario rosso cade a terra con un rumore sordo, aprendosi su parole sconosciute. Con le sue piccole mani mi strappa il vestito, raschiando la pelle, bloccando le mie tra le sue gambe, stringe con forza. Mi ero domandata spesso che cosa si prova a trovarsi in un luogo chiuso con una persona che ha deciso di toglierti la vita.
Cosa fare? Puoi essere tanto lucida da decidere all’improvviso di rischiare, di reagire? In quel momento c’è qualcuno che ha già deciso il tuo destino!
Ho conosciuto una donna che dopo uno stupro si è ricucita la vagina con una spillatrice, un’altra che il giorno del suo matrimonio si è lanciata dal terzo piano di un palazzo in ristrutturazione. Ma ora ci sono io con quest’uomo. Io lo guardo prendersi quello che ho difeso dalla fame, dalla privazione, e non so come spiegargli che io amo la mia vita e vorrei ancora viverla, spensieratamente.
Ha già abbassato i pantaloni, io grido perchè qualcuno mi senta. Dal piano di sopra battono i pugni sulla porta. Lui non si ferma. Ha gli occhi chiusi, la testa abbassata sul mento. Lo lascio fare, allungo il braccio per spingere l’avvio ad un piano, uno qualsiasi e l’ascensore riprende a salire. Avvicino lentamente la bocca al suo collo, stringendolo con le braccia per averlo più vicino, mordo con la bocca e i denti che penetrano nell’unico vuoto sopra la cravatta. Il sapore del suo sangue mi fa dimenticare ogni prudenza.
-Se muoio io- gli ripeto -Tu muori con me!
L’ascensore si ferma, la porta viene aperta dall’esterno e un vecchio ci fissa inorridito. L’uomo si preme una mano sul collo, uscendo sento per la prima volta la sua voce. -Grazie- mi dice.
Riprende la sua borsa e corre giù per le scale, io rimango a bocca aperta, stremata. Il vecchio continua a guardarmi, si tocca gli occhiali senza dire nulla, aspetta che io salga gli ultimi gradini fino alla porta di casa. Mio padre mi guarda, il vestito nuovo lacerato è macchiato da un sangue nero, grumi vecchi di cent’anni.
-Vai a farti una doccia- dice debolmente mia madre. Mio padre piange. Mi fa sedere e mi sbuccia un’arancia, con lentezza.
-Non fa nulla- dice -L’importante è che sei viva!
Se mai qualcuno mi chiederà che voce avesse mio padre, io gli risponderò di come un giorno mi abbia accolto su una sedia, senza l’ansia di parlare, solo con la sua arancia da sbucciare, il suo dono d’amore per la mia vita che adesso lo comprende.
Io, voglio vivere ancora.

Miriam Carnimeo – Altri Lavori

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