IL GELO NELLE SCARPE

di Dario de Giacomo

All’alba ho fatto un sogno strano. Ero appeso a un filo di luce; sospeso nell’aria che delineava i contorni della mia figura. Da quella distanza di immagini fluttuanti mi vedevo tra trent’anni. Annegavo nei giorni di domani. Non c’era neppure una voce da ascoltare né dietro né davanti, ma i pensieri parlavano direttamente nella mia testa, cantavano, e la canzone diceva:
Se ti puntellassi alla solida terra, forse, tu potresti fermarti a guardare, invece scivoli dietro un punto in movimento. Ti acquatti per sporcarti le mani di terra grassa, ti rannicchi dove l’ombra è più fitta e uccide i colori. La tua fame, da giorni, che devi sfamare, tutti i muscoli tesi, con l’orecchio più attento a cogliere in volo una libellula dalle ali d’oro, ma quando si scrollerà dalle ali l’argento di un pulviscolo effimero, allora balzerai in
piedi dal buio, strisciando nera come un’ombra sui muri brillanti. Non ci sarà un solo pensiero in quel balzo, solo la traccia assopita della tua umanità d’istinto: uno slancio per sfamare la tua fame.
Tu conosci i cuori prima che battano, soffochi i loro rantoli dentro i tuoi occhi antichi. Credo che siamo solo uomini da marachella, partoriti da madri isteriche. La notte poi, nel chiuso tepore di luce artificiale, sogniamo gli uomini da delitto con le madri lontane. Io, per esempio. Ho già compiuto quarant’anni e, come dire?, costruisco ancora villaggi per gli gnomi, mentre alle mie spalle si consumano tragedie. Perché nei miei costanti esercizi di banalità quotidiana, gli eventi esplodono come i botti di natale, senza fare vittime: solo lo spavento per il rumore che non mi aspettavo. Lo scoppio mi
trema prima dentro il torace, liberando grosse bestemmie e dopo resta il silenzio, in attesa dietro di me.
Ora non ricordo più con precisione quando ho iniziato a costruire la mia diga di piccole e ignobili abitudini, quella con cui riparo i pensieri dalla piena degli avvenimenti. Stanotte, però, guardando il buio ho avvertito un brivido: forse era il lavorio segreto di qualcosa che erodeva la diga, o di qualcuno. Questa sensazione si è avvitata nella mia giornata infestandola. Ha gonfiato la spaccatura fino al punto di rottura: con un colpo secco si spezza qui, ora, dove un blocco di gelo viscido scivola dentro le mie Converse, congelandomi le dita.
Davanti a me c’è un omone butterato che cola fiato sulle ‘e’ chiuse, avvolgendosi nella sua sciarpetta. A pelle trovo che quest’uomo sia più insopportabile del freddo, perché non so come coprirmi per difendermi dalla sua simpatia forzosa, che ora tiene banco, in fila davanti all’Ufficio Postale. Ci racconta le storie, come dice lui, strappate al ventre di Napoli dove abita. Impiega quaranta minuti netti per arrivare qui. Ma qui, per me, è anche troppo vicino. È capitato dentro l’arteria di folla in attesa come un grumo di sangue e noi siamo costretti a subirlo. Mi chiedo se esploderà. Questa sarebbe una soluzione definitiva. Forse è solo questo freddo a mettermi di cattivo umore, penso senza convinzione. Sto sdrucciolando in questa nebbia piovigginosa di luce, che si annoia a illuminare i miei attimi millenari sempre sul punto di spiccare il volo. Ma ancora una volta io resto in basso, perché dalla nascita non mi sono mai mosso.
Sono cresciuto salendo e scendendo le scale di uno stabile popolare in via Massenzio. Sono diventato uomo su pianerottoli dove le porte non si chiudono mai, nemmeno di notte. Eppure la forzata intimità di sguardi e parole mi spaventa ancora.
Abito al terzo piano con mia madre, che è ammalata sempre dell’ennesimo malanno della vecchiaia, e quando salendo sento dei passi alle mie spalle, ancora oggi mi affretto a scalare i gradini tre alla volta. Da ragazzo, invece, socchiudevo la porta di casa e aspettavo, appiattito in silenzio nell’ingresso, che le scale fossero vuote di corpi. Sempre fuori luogo. Anche stamattina davanti a quest’uomo. Mi arrendo immobile, di spalle, allo svolazzare del suo chiasso colorato da festa di paese. Aspetto il mio turno.
Chi è l’ultimo? – ha sibilato l’omone, ingombrando il piccolo spazio utile tra noi e la porta, senza aspettare la risposta. La fila ondeggia a branchi di parole, scompostamente, brucia senza calore. A tratti entro ed esco dalla consapevolezza di quel luogo: ora ci sono al centro del senso e un attimo dopo ne vengo ricacciato fuori brutalmente, ritrovandomi spogliato anche di me stesso. Ma ci pensano le parole dell’uomo a spingermi bene, come un dolore al petto, per farmi rientrare a forza nella fila e anche dentro me stesso. Quel dolore è come un… però i sintomi dell’angina assomigliano all’infarto ma non amazzano, spaventano solo fino alla noia. La noia di aver creduto di morire, invece devi rassegnarti ad un’immobilità che è solo temporanea. Così restiamo tutti immobilizzati nel gelo, sperando che l’impiegato si affretti a pagare gli stipendi. Forse la morte è così, un’estenuante abbandono, senza nemmeno l’idea di un appiglio.
Sto seriamente sperando che quest’uomo muoia sotto il nevischio e che il suo sudario sia di lino bianco. Io odio il lino, perché è freddo e quando si bagna aderisce alla pelle sgradevolmente umido. L’uomo ha tutte le risposte sotto il suo ampio maglione a quadroni arancione e sono sempre tutte giuste. Le tira fuori a mazzi: banconote fuori corso che vuole cambiare a tutti i costi con
quelle buone.
Finalmente è arrivato il mio turno. Sguscio dentro come un cane, esposto agli sguardi di tutti. Fa caldo al chiuso nell’Ufficio Postale. Alle mie spalle però l’omaccione ha decisamente tagliato in due il suo discorso, lo ha tranciato di netto con un ringhio. Le sue parole mi arrivano smorzate dal calore dell’ambiente: hanno un colore diverso, come i fuochi di artificio sparati in lontananza nel buio solido delle notti di vigilia. ‘Prodotto di una sottocultura’ – ‘Affermare il principio’ – ‘ Io per primo’.
Mi sento slittare in quel suo modo superiore di tornire le frasi, grandiose come la sua stazza, che mi innervosisce. Ora ho capito. Lui crede che io lo abbia scavalcato nella fila. Oh Dio, come ama prendersi sul serio! Tiene di nuovo banco, ma ora lo fa con la sua dignità ferita, cresciuta amabilmente nei salotti dorati dalle copertine traforate all’uncinetto. La rabbia mi riempie lo stomaco a poco a poco, risalendo alla gola. Rigurgito odio indistinto. Esco all’aria. Non lo guardo. Lei stava prima di me? – mormoro di sbieco. Mi sputa addosso un ‘si’ luridissimo, voltandomi le spalle per spacciare altre parole tra la folla. Mi scusi – continuo a ripetere – Mi scusi. Dietro le parole ad oltranza che dico quando non so lottare, si estendono profondissimi silenzi dove le illusioni non si nascondono più.
L’omone non mi presta attenzione. Volevo affermare il principio – dice. Mi scuso ancora, rimanendo davanti alle sue spalle per farmi notare. Le mie interiora annusano nell’aria le vibrazioni del risentimento, scosse da un brivido di freddo.
Conosco bene il mio posto nella fila. So di non averlo scavalcato. Eppure mi sono ricacciato la lingua dentro le scuse. Vorrei viscere di cemento ora, per tremare ad ogni nuovo movimento di terra. Ma dentro i solchi delle immagini risapute sento scorrere linfe che corrodono. Dopo, a casa troverò tutte le mie parole fuori corso e gliele rigurgiterò addosso. Ma dopo, a casa. Lo sbatterò contro il muro a mani nude, scrollandomi il gelo di dosso. Sarà come coltivare piante esotiche nel grigio-verde della mia vita mimetica, impermeabile agli eventi.
Però accadrà dopo stamattina, perché ora ho di nuovo le dita rattrappite dal gelo. Quel gelo che mi blocca nelle Converse.
Ci sono piante che non attecchiscono in casa.

Dario de Giacomo – Altri Lavori

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2 risposte a “IL GELO NELLE SCARPE

  1. Pingback: LETTURE DI VELI E DI PERLE « I Silenti·

  2. Notevole. Un compendio di immagini tirate fuori a forza dalla vita reale, tanto che sembra di essere dentro al cervello del protagonista, a cavallo tra le sue idee e le sue sensazioni. Piaciuto.

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