DOLCE SUCCO DI MELA

Un alto magnifico racconto erotico di Morgendurf. I miei complimenti!!!

Seduta in sala d’attesa, le ginocchia accavallate, le gambe leggermente inclinate verso sinistra, i polpacci a contatto, l’uno contro l’altro, il tutto avvolto in un paio di Wolford nere, racchiuso dentro a stivali Studio Pollini, neri, a punta, con nove centimetri di tacco, rigorosamente a spillo. Sfogliava distrattamente alcune riviste, aspettando di essere ricevuta. Ogni tanto si alzava, per sgranchirsi le gambe ed ammazzare il tempo, sentiva il suono dei suoi passi nella quiete della stanza in cui si trovava sola, si avvicinava alla finestra e guardava all’esterno. La gente camminava veloce giù in strada, stringendosi nei baveri alzati, sferzata da un vento che soffiava impetuoso, raffiche gelide scese dal nord. Doveva far molto freddo là fuori.
Incrociò le braccia sul davanti, abbracciandosi i fianchi, la sua persona si rifletteva nel vetro. Un dolcevita nero, aderente e quella gonna del medesimo colore, un tubino fasciante appena sopra al ginocchio, le donavano molto. Mettevano in risalto le sue forme, proporzionate e molto femminili, le linee morbide del seno e delle natiche erano particolarmente invitanti. Rimase a guardarla per alcuni minuti, in silenzio, seguendo con lo sguardo ogni centimetro di quella figura deliziosa. La mano destra stringeva la maniglia della porta, con energia, la stessa forza che avrebbe voluto usare per strizzare quel petto che lui vedeva di profilo, quei capezzoli che spingevano contro il filato della maglia, puntando verso l’alto.
Si conoscevano dall’adolescenza, entrambi avevano frequentato la stessa scuola superiore, cinque anni trascorsi condividendo, assieme ad altri compagni, le gioie ed i timori delle interrogazioni, dei compiti in classe. Dopo la maturità le loro strade si erano divise, come per molti altri. Lui aveva intrapreso gli studi universitari fino alla laurea, lei, a seguito della morte di suo padre, unica fonte di reddito, si era cercata subito un’occupazione e, di lì a poco, aveva iniziato a lavorare. Un mese prima gli aveva telefonato, chiedendogli un appuntamento. Aveva ereditato da sua nonna un terreno in montagna, tremila metriquadri di prato e di bosco con annesso stavolo, posti su una collina a Col Tondo, una frazione di Prato Carnico. C’era un programma di recupero edilizio e rurale in quella zona, finanziato con un progetto della Comunità Europea tramite la Regione. Aveva deciso di approfittare di quell’opportunità, voleva realizzare un suo sogno, una casa per le vacanze in montagna.
Si presentò al telefono col suo nome e cognome, ma a lui quei dati non dissero nulla, probabilmente era uno dei tanti possibili futuri clienti che lo contattavano attraverso il classico “passaparola”. Fu quando la ricevette per la prima volta, da lì a pochi giorni da quella telefonata, fu quando la vide ed ascoltò la sua voce che si ricordò di lei, di chi era, la riconobbe subito. I primi minuti trascorsero a ricordare quei cinque anni di studio, lei sempre seduta in prima fila perché era la più piccola di statura della classe, lui sempre in ultima fila, dalla quale partivano gli scherzi rivolti ai compagni che sedevano nelle file davanti alla sua. Erano passati vent’anni, e lei era cambiata; non tanto per la fisionomia, era sempre la stessa, anzi, si era affinata; tanto all’epoca era timida e schiva, quanto ora dimostrava sicurezza e determinazione. Il fisico era lo stesso, di questo era sicuro, solo che adesso il look era diverso, da donna: non più nascosto sotto abiti sportivi ed oversize, ma scientemente valorizzato. Si sorprese a pensare queste cose mentre lei allargava sul tavolo la documentazione relativa all’eredità, le foto scattate, illustrandogli quali erano i suoi obiettivi. Le annunciò che avrebbe assunto volentieri quell’incarico, lei gli lasciò le chiavi dello stavolo e, salutandosi, si accordarono che lui l’avrebbe richiamata non appena avesse approntato una serie di progetti da sottoporre al suo vaglio.
Nei giorni successivi lavorò di buona lena, aveva urgenza di finire, aveva fretta di poterla rivedere quanto prima. C’era qualcosa in lei che l’aveva colpito, e non voleva lasciar passare troppo tempo per poterla incontrare nuovamente.
La chiamò per nome e lei si girò, prese il cappotto, la borsetta, si avviò verso di lui, entrò nello studio e si sedette, accavallando le gambe. Lui notò tutto camminando dietro di lei, e quei movimenti, quel ticchettio, quelle gambe serrate lo eccitavano, gli mettevano voglia di fargliele aprire, di tenergliele spalancate. Anziché mettersi di fronte a lei, separato dalla scrivania, preferì accomodarsi accanto. Le fece passare in rassegna i progetti che aveva predisposto, spiegandole i pro ed i contro delle diverse proposte, sfiorando le sue dita mentre le passava i fogli, annusando quel profumo che emanava da lei, Agent Provocateur, come ebbe modo di sapere.
La confidenza che c’era tra di loro lo autorizzò a chiederle: “Indossi sempre delle calzature così erotiche?”
Un lieve sorriso apparve sulle labbra di lei, per niente imbarazzata da quella domanda. Era consapevole che la sua persona incarnava l’immaginario erotico degli uomini; molte volte, mentre camminava, osservava gli sguardi di coloro che incrociava, nascosta dietro alle lenti scure degli occhiali da sole. Vedere la loro sorpresa, mista a bramosia, mentre la mattina si recava in ufficio la divertiva, la compiaceva, si sentiva sicura di sé. Quella franchezza non fece altro che confermare ciò che supponeva sulle inclinazioni sessuali di Marco, comuni a molti uomini, schiettezza mescolata a gentilezza ed adulazione.
Voleva provocarlo, per questo gli disse che tutti i suoi stivali, le sue scarpe, i suoi sandali erano così, a punta, tacchi alti ed a spillo, cinturini, fibbie e lacci per adornare le caviglie. Vi furono alcuni attimi di silenzio, durante i quali lei continuò a fissarlo negli occhi, socchiudendo lievemente la bocca, umettando le labbra, dall’incarnato naturalmente rosso, con la punta della lingua.
Schiarendosi la voce Marco prese nuovamente la parola, continuando a parlare di progetti, di materiali da utilizzare, di tempi di realizzazione, di costi.
Le suggerì di fare insieme un sopralluogo per verificare sul posto la fattibilità di tutto quanto, arrivando poi a scegliere la soluzione definitiva.
Lei fu d’accordo, stabilirono di fissare un appuntamento direttamente sul posto di lì a due giorni. Lui le offrì di andare insieme con la sua auto, ma lei rifiutò, preferendo mantenere la sua autonomia negli spostamenti.
Il giorno stabilito arrivarono nella frazione contemporaneamente. Parcheggiarono le auto sul prato antistante ed iniziarono a percorrere a piedi il sentiero che conduceva allo stavolo. La strada era lievemente in salita, Marco notò come lei camminasse spedita e sicura sui tacchi alti. Gli stivali da lei indossati erano diversi da quelli che lui aveva apprezzato giorni prima, ma ugualmente gli davano i brividi. Neri, di pelle lucida, a punta. Un plateau molto sottile, lucente, di un paio di centimetri, il tacco a spillo almeno di 13 centimetri. Aderenti lungo la gamba, terminavano con un risvolto. Se non fossero stati ripiegati, sicuramente sarebbero arrivati a metà coscia. Nei pochi centimetri lasciati liberi, tra gli stivali e l’orlo della gonna, si poteva vedere il ginocchio vestito di una calza nera, velata. Collant? Autoreggenti? Oppure trattenute da un reggicalze?
La sua voce lo distrasse da questi pensieri, richiamandolo alla realtà; erano al piano terra della costruzione, gli comunicò come avrebbe voluto arredare le due stanze a disposizione e l’uso che ne avrebbe fatto, dove avrebbe collocato lo spolert, come sarebbe stata la cucina. Salirono al piano superiore, utilizzando una scala di legno. Lei lo precedette, lui aveva gli occhi fissi su quelle natiche che si muovevano, vedeva la tensione dei muscoli sotto il tessuto stretch della gonna nera, il filato velato delle calze attraverso lo spacco che si apriva salendo di scalino in scalino.
Lei gli disse dove avrebbe voluto collocare il letto e l’armadio, nell’altro locale, più piccolo, sarebbe stato ricavato il bagno. Marco estrasse dalla borsa i progetti ed iniziarono a vagliarli. Procedendo per esclusione, giunsero alla scelta della soluzione definitiva. Lei si affacciò alla finestra, la giornata era limpida, serena e fredda, da quella posizione si poteva vedere in maniera nitida la pianura sottostante, giù, fino al capoluogo. Sarebbe stata una bella casa per le vacanze, piccola ma confortevole, di questo ne era sicura.
Appoggiò i gomiti sul davanzale, il mento sulle mani; in quella posizione Marco aveva avanti a sé il suo sedere, sorretto dalle gambe leggermente divaricate, tese sui tacchi. Depose a terra la borsa ed i fogli, si avvicinò a lei da dietro, le afferrò i fianchi e spinse il suo pube contro di lei, che non disse niente. Lui non poteva vederla in volto, lei aveva un sorriso sornione, come chi sa perfettamente ciò che stava accadendo, ciò che sarebbe accaduto, lo aveva calcolato, progettato, provocato volontariamente.
Lo lasciò fare, simulando arrendevolezza, quella che lei sapeva che lui si aspettava. Sentiva le dita di Marco affondare con forza la sua pelle, tenendola bloccata in quella posizione, poi lentamente iniziò a retrocedere, obbligata a seguirlo. Fece alcuni passi all’indietro fino a quando uscì dalla luce della finestra, mettendosi in posizione eretta.
Lui la girò, erano uno di fronte all’altra ora, la spinse contro il muro e le bloccò le braccia sopra la testa, tenendola per i polsi. La teneva prigioniera, si appoggiò a lei che sentì la sua erezione contro il suo corpo. Una delle mani di Marco si insinuò sotto la gonna, risalì la coscia, sentì il bordo della calza, il caldo della pelle vellutata, l’elastico del reggicalze, le dita scivolarono sul perizoma di pizzo, giocando un po’ dall’esterno, poi si insinuarono sotto, infilandone due dita nel suo sesso, voglioso, umido, viscoso come il dolce succo di una mela. Le estrasse e le succhiò, lei finse imbarazzo e vergogna, abbassò lo sguardo. Lui, con estrema delicatezza, le scostò i capelli dagli occhi, le dita sotto il mento per sollevarle il capo.
Si guardarono, l’incontro dei loro occhi suggellò l’alchimia creatasi in quello stabile, umido e freddo, gelo che loro non percepivano.
Lui la spogliò, lasciandole addosso solo l’indispensabile: la gueppierre le spingeva in alto il seno, i capezzoli turgidi sporgevano dalle coppe, l’elastico del reggicalze tendeva le calze, gli stivali erano stati srotolati fino a metà coscia, il sesso esposto. Lui si stese a terra, su un cumulo di fieno, le ordinò di fargli l’amore. Lei sapeva cosa piaceva agli uomini, cosa sarebbe potuto piacere a Marco, e si adoperò in tal senso, eccitandolo con le sue mani, la sua bocca, i suoi capezzoli, i suoi capelli.
Si sedette sopra di lui, lo prese dentro di sé, ed iniziò a muoversi alzandosi ed abbassandosi, indugiando, accelerando il ritmo, e fermandosi per prolungare l’eccitazione in lui, per accentuarla in lei, che raggiunse l’orgasmo. Poi si spostò, lo fece uscire da sé, lasciandolo steso, nudo, a brandire il suo sesso ancora eretto nell’aria.
“Vieni qui” – lui le disse – “non hai finito.”
“Sì, invece, per quello che mi riguarda ho finito. Avrai il resto quando i lavori per sistemare lo stavolo saranno terminati, dato che ho deciso di affidare a te il progetto. Sta a te, ora, fare in modo che siano ultimati nel più breve tempo possibile.”
Si rivestì, scese la scala e se ne andò. Marco rimase inebetito, l’erezione stava ormai scemando, mentre ascoltava il rumore del motore dell’auto che si stava allontanando. Fu allora che si ricordò di un episodio accaduto vent’anni prima.
Era l’ultimo anno del quinquennio scolastico, tutta la classe era in gita a Firenze, tre giorni lontani da casa. Lei si era presa una cotta per Marco, lui lo sapeva, ma non gli interessava quella ragazza, troppo timida e chiusa, sempre troppo attenta durante le lezioni, avvolta costantemente in abiti informi, nonostante la moda dettasse altre regole, molte volte l’aveva anche derisa per questo motivo. L’ultima sera tutti gli studenti andarono in discoteca; Marco preferì ballare con Manuela, una ragazza molto disinibita, soprannominata “Amerigo Vespucci”. Ci fece anche sesso quella notte, vantandosene il giorno dopo con i compagni, durante il viaggio di ritorno, ad alta voce, in modo tale che lei udisse il racconto. Lei ascoltò tutto, sarebbe stato impossibile non farlo, e ci rimase male.
Nel corso degli anni, il ricordo di quell’episodio affiorava ancora, anche se stemperato, come il suo essersi sentita, all’epoca, umiliata e derisa. Seduta sul divano di casa ripensò anche alla giornata appena trascorsa, affondando i denti in una mela dolce e succosa.

“Dolce è la vendetta, specialmente per le donne” (Lord George Gordon Byron)

Morgendurf – Altri Lavori

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2 risposte a “DOLCE SUCCO DI MELA

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