LE FANTASIE DELL’INCENDIARIO

di Dario de Giacomo

Papa luget in rubro.

-Ha una sigaretta per favore?– Nico si rivolse all’uomo stretto nel vicolo con lui. Attese il gesto o una risposta, ma non arrivarono. Anzi l’uomo fu svelto ad allontanarsi, col passo irritato del critico musicale che capti il rumore di una nota stonata nell’aria tersa. Le sirene dei Vigili del Fuoco martellavano la piazza consumata dalle fiamme. Molti erano già accorsi, precipitati nel fumo fuori dalle case.
Il fuoco brucia e l’acqua spegne: un’ovvietà bruciante. E giù secchi acqua fumo, per strappare un lembo di mobilia al fuoco che si spegneva nella notte. Piazza Maggiore chiusa su tre lati dalla massiccia muraglia di edifici cinquecenteschi soffocava nello strepito. Alle tre, di solito, è l’angolo più tranquillo della città, ma quella notte le case smaniavano sudate e insonni. Nemmeno Nico dormiva, si era sistemato spalle al muro di un vicolo, al margine del ciarpame bruciato, lontano dai crolli di calcinacci. Stava attento a come il fuoco penetrava, lentamente, lentamente nei vuoti tra i pensieri, impediva di pensare, ingoiava le identità delle cose. Quelle fiamme gli ricordarono Milvia. Anche la sua ragazza gli impediva di pensare.
A volte Nico doveva fingere di dormire per trovare un angolo dove fissare le idee. Ma Milvia irrompeva anche lì con le sue domande. –Allora che facciamo?– Lei sapeva cogliere il momento preciso in cui Nico cominciava a pensare. Si incuneava con le sue ansie tra lui e i pensieri e faceva forza. Così Nico aveva smesso di pensare del tutto.
Quella sera facevano tre anni che era morta la mamma. Si era attardato in negozio perchè non voleva passare un’altra serata con Milvia, a sfogliare l’album delle foto di famiglia. La convivenza con lei non gli pesava, non troppo insomma, ma Milvia riusciva a farlo sentire vecchio. Aveva solo 25 anni, eppure condivideva con lei così tante memorie che gli sembrava di averne 250. Perciò sperava solo di tornare a casa e di trovarla già addormentata. Voleva infilarsi a letto e svegliarsi l’indomani mattina, oppure non svegliarsi affatto.
Dalla morte dei suoi gestiva la sartoria da solo. Aveva la testa zeppa di manichini, prezzi e misure di donna. Ma la sera in cui scoppiò il grande incendio, beh quella sera aveva solo voglia di fumare ancora un po’ e di dormire, dimenticando tutte le misure dei clienti, quelle della mamma, del babbo, di Milvia.
Per strada non aveva incontrato nessuno, il tragitto dalla sartoria a casa è breve. Troppo breve per mettere in ordine le idee. Era anche rimasto senza sigarette e il fuoco gli aveva messo voglia di fumo. Si chiese se fosse sconveniente fumare durante un incendio. Milvia non l’avrebbe trovato affatto strano. Ma Milvia è Milvia, è una che si nasconde nei cinema porno per sentire lo stupore di un odore straniero, come dice lei. Milvia colleziona le foto dei suoi amanti, fotografa solo dei dettagli, le spalle ma più spesso le mani o il collo, e poi piange quando mostra l’album delle foto di famiglia.
Un giorno Nico le aveva chiesto di bruciarle, perché era insensato collezionare foto degli amanti. Lui la pensava così. Insomma quei reperti anatomici in formato 13×13 erano manichini disanimati non foto di famiglia.
Quando riusciva a pensare trovava insensato tutto di Milvia. Anche quella mattina durante il litigio.
-Che cazzo sono queste, Milvia?– aveva urlato Nico sparpagliando pezzi di e-mail sul pavimento. Prima era entrato nella posta elettronica della ragazza e aveva letto, letto le sue risposte deliranti a quei porci che la contattavano.
-Voglio che bruci tutto, tutto! Ora.
-Ma perché? Perché dei pezzi di carta ti spaventano tanto?- gli rispose Milvia.
-Ti brucio tutto io se non la smetti– la minacciò lui. Ma Nico aveva fatto un’altra scoperta quella mattina. La sensazione dolce e forte della carne di lei che si afflosciava sotto il palmo teso del suo manrovescio. Continuò a colpire, colpire, il sangue di Milvia fu acqua sul fuoco e la colpì ancora.
-Sei una bestia– sussurrò Milvia -Anche tu! sei una bestia– e rideva col sangue tra i denti. –Nel tuo mondo di parole stampate, gli uomini non puzzano vero?– Poi si era alzata e gli si era strusciata addosso, una striscia di sangue gli era colata sul maglione. Nico l’aveva colpita di nuovo, forte per farle perdere la memoria. Senza memoria lei si sarebbe inventata una nuova Milvia. Lui, senza memoria, l’avrebbe amata di nuovo.
Ora la piazza stava finalmente bruciando, con gli edifici e tutti i pezzi di carne e carta che contenevano. Picchiare duro Milvia era stato facile, facile come incendiare le sue foto, facile come appiccare un incendio.
Nico concentrò l’attenzione sul fuoco, si impose di dimenticare la discussione del mattino. Nell’angolo più lontano che riusciva a vedere dentro tutto quel fumo notò che anche il museo etnografico dell’agricoltura stava bruciando. Forse era sconveniente anche pensare che tutta la collezione di memorie contadine, di come-eravamo-prima-di-essere-come-siamo, fosse solo un’enorme cazzata. Che vengono a cercare qui i turisti nella bella stagione? Da anni desiderava chiederlo a qualcuno.
-Scusi per il museo? Chiedo scusa il museo etnografico?– si sentiva ripetere sempre la stessa domanda d’estate. Poi arrivava l’inverno, il freddo spaccava le mani a sangue e il sangue lucidava le vanghe che ora bruciavano nel museo. Nico pensò che Milvia era il suo museo etnografico, ma non solo lei anche tutti gli altri.
Iniziò a lambire lentamente il perimetro di fuoco, a passi lenti, come un turista. Si fece largo tra la folla, spintonando e pensando. Cercava di raggiungere il museo. Era curioso di vedere tutti quegli strumenti di lavoro ridotti in cenere. Il fumo aveva distrutto il lavoro di una vita, di più vite.
Per fare ordine bisognava appiccare il fuoco.
Ordinare i cassetti della scrivania può essere un’impresa disperata: cose da buttare, cose da conservare, tutti i tradimenti di Milvia da perdonare. Poi è scoppiato l’incendio che ha bruciato la memoria e ogni sua necessità. Il fuoco stava facendo tutto il lavoro, a Nico restava solo il sudore e la cenere. Milvia non capiva, era solo buona a circondarsi di cose, anche lui del resto, però lui non credeva a nulla.
Nel museo privato di Nico, quello che visitavano i turisti della giornata, lui aveva accatastato alla rinfusa idoli greci con ninnoli mostruosi recuperati nei cassonetti. I visitatori si emozionavano, ma lui no. E la visita era gratuita per tutti, anche ora qui in Piazza Maggiore, allagata di spazio dentro le fiamme. Il fuoco rallentava il tempo. Dopo tutte le notti di rigore meccanico e risvegli di precisione, di estraneità all’abbraccio del sole, per Nico questo tempo lento che intersecava il suo sguardo nelle volute di fumo era inesplicabile. Immaginò il volto largo, dalle linee solide, di Milvia, vide la sicurezza dei desideri soddisfatti nei suoi occhi. Come saranno quegli occhi, ora, nel fuoco dell’incendio?
Nico pensò alle piccole cose preziose con cui loro due avevano eliminato il vuoto dalle stanze, agli ambienti che avevano incorporato gli oggetti un pezzo alla volta e alle fiamme che li vomitavano tutti. Bisogna fare esperienza per vivere, fino al punto in cui tacciono tutte le domande. Ma Nico iniziava a capire che l’incendio era terribile, peggio di quello che aveva immaginato di trovarci.
Frugava dentro la cenere indossata da altri corpi, con un tocco sensuale, era come ficcare la mano dentro le tasche di uno sconosciuto. Milvia non aveva mai tasche per lui. Ma quelle ceneri erano come il sonno, perché le carni assonnate non mordono e lui ora non sentiva più nulla, solo il cigolio di una porta che rallentava fino a fermarsi.
Percorse un tratto di strada lunghissimo per allontanarsi dalla folla di bocche, che ripetevano di essere senza parole e si agitavano. Era rimasto sveglio da solo, con i frammenti di cenere sui risvolti dei jeans. Sapeva che Milvia a quell’ora dormiva nel loro letto, con la consapevolezza di chi è abituato ad abitare lenzuola di una notte sola. Milvia con la sua vita vera da raccontare, lui con i frammenti di nero-fumo sulle scarpe. Nico decise di tornare a casa. Non c’era nessun segreto da svelare, non più. Sarebbe entrato in casa urlando –Che hai fatto Milvia?– poi lui si sarebbe inginocchiato nell’ingresso, a mani giunte verso il cielo, si sarebbe schiaffeggiato assaggiando la dolcezza della pelle del suo viso che si afflosciava sotto i colpi dei manrovesci. Forse avrebbe pianto, si forse lo avrebbe fatto davvero.
“Perché Milvia? Dimmi perché hai bruciato tutto?” le avrebbe chiesto per sfondare le porte dei suoi ragionamenti. Ma prima avrebbe di nuovo pesato le sue speranze nelle bilance del mercato, un tanto al chilo. Nico sapeva che era solo una questione di pesi, quelli giusti gli mancavano. Non era capace di sopportare pesi gravi e allora si inventava speranze minuscole. L’incendio per esempio. La speranza minuscola di un fuoco.
“Perché hai appiccato l’incendio Milvia?” ora guardava tutti i suoi dubbi dall’esterno del bar, dove si era fermato a riposare. Il locale, alla periferia della città, era un puntino brillante nel cielo blu che sfumava al brutto. Nico si accorse di aver parlato ad alta voce.
-La vuoi una sigaretta?– Dall’ombra nera di un pino sbucò la figura che aveva incontrato nel vicolo durante l’incendio. Nico si schernì ma l’uomo lo incalzò. –Che dicevi a proposito del fuoco? Chi è Milvia?
-Niente, pensavo alla morte– rispose –alla gravità di certi gesti.– La sua ombra e quella dell’uomo si allungavano opposte e contrarie, ma si toccavano in un punto.
-La morte non ha gesti, né piccoli, né grandi– continuò l’uomo tendendogli una sigaretta –non c’è mistero nella morte. I misteri, buffi o gloriosi, restano in vita.
Quelle parole stranamente dimenticavano le sillabe dappertutto, Nico se le ritrovò tra le dita, sui genitali, gli prudevano tra le spalle. Assomigliavano agli occhi che spiano i bambini dietro i cancelli. Non sapeva davvero cosa rispondere. Accese la sigaretta che l’uomo gli aveva offerto e prese ad osservare come il tempo si increspava sui tetti di lamiera, come cambiava il colore delle case. In quel quartiere tutto era verde-abbandono e muffa. Provò a raschiare il muschio dal bordo della fontana, ma era solido e gli rimase attaccato alle dita. Ripensò a Milvia, dimenticando l’uomo della sigaretta. Voleva raggiungerla in fretta, per avere le dita unte di lei e del suo tempo di notte. Il fumo dell’incendio si sarebbe piegato sui loro corpi grezzi, tra i cuscini morbidi. Entrambi avrebbero lasciato le loro impressioni nell’aria azzurrina, sospese sul fumo del ciarpame bruciato.
Sì! Nico decise di sopravvivere a quella notte. Sarebbe sopravvissuto, contro voglia probabilmente, come il primo e l’ultimo della sua stirpe. Lei poi lo avrebbe abbandonato, lo sentiva chiaramente, quando sarebbe stato troppo intossicato per trattenerla. Nico era condannato a ripetere quel rituale di lascivia e abbandono ogni notte. Perché le sue giornate avrebbero sempre avuto il fiato troppo corto. Si respirava già notte nell’alba.
A quel pensiero si alzò di scatto. –E la mia colpa poi?– urlò in faccia all’uomo –Qual è la mia colpa? Che colpa ne ho se sono stato condannato così?
L’uomo non rispose, si guardò le mani.
-Ho le mani dei morti– disse Nico –perché le mie mani assomigliano a quelle di mio padre, e le sue assomigliavano a quelle di suo padre.- Afferrò l’uomo per il bavero –Ma allora di chi sono le mie mani?– parlava a scatti. –Qual è la mia colpa?
La nera figura si liberò facilmente della presa. –Ė difficile che una puttana non abbia la faccia della puttana– disse l’uomo aggiustandosi la giacca con cura –per questo non ci vado. Devo trovarne una che sia puttana senza averne l’aria. Una di quelle che non si ingozzi di cibo e droghe, ma abbia trovato le sue giuste quantità.
Nico lo guardava senza capire. Lui riprese. –Devi capire la quantità di soddisfazione che ti fa star bene, quella ad un solo passo dal confine, oltre il quale vomiterai a pezzi tutto il tuo dolore.
-Ma l’incendio– disse Nico, ancora intontito –quello faccio fatica a capirlo…-
Le mani dell’uomo si appoggiarono rassicuranti sulla sua schiena. Erano tenere, delicate, ma forti. La sua voce si era fatta distante, coperta dal rumore dell’acqua nella fontana pubblica. Nico provò a voltarsi ma le mani ora lo artigliavano saldamente. Lo tennero sotto per tutto il tempo necessario, il tempo giusto non di più. Con la testa premuta nell’acqua della fontana Nico sentì che stava perdendo i sensi. La voce dell’uomo gli arrivava smorzata.
-Da piromane che sono, io aspiro all’acqua– diceva. -Ci scommetto proprio: tutti sapete bene che l’acqua bagna e il fuoco brucia: è un’ovvietà bruciante. Vi vedo, quando le campane suonano a martello, precipitarvi nella piazza del paese per spegnere l’incendio. Ma c’è qualcosa che ignorate. Bisogna nascere piromane per capirlo: l’acqua non spegne il fuoco, anzi lo rinfocola. Per questo solo, tu morirai annegato!

Dario de Giacomo – Altri Lavori

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