LA RAGIONEVOLEZZA DI QUANTO DETTO

di Bruno Magnolfi

Certo è che spesso tutto è confuso. Si tratta d’iniziare con il dire qualcosa pensando ad un soggetto differente. Ci si impappina, si tossisce, si prende tempo. A volte le domande di qualcuno o gli interrogativi propri ci incalzano, così, si cerca immediatamente di recuperare, e anche se non si sa rispondere adeguatamente si va avanti sulla linea di un pensiero che sia più largo, più aperto, più confuso, maggiormente vago e ambiguo tra tutti quelli che possiamo avere a disposizione. Si parla, insomma, e le parole fuoriescono indipendentemente dal significato che hanno, come una materia informe nella quale siano compresi e indistinti tutti i contenuti dei quali inizialmente forse volevamo dire, e che adesso diciamo, ma incomprensibilmente.
La solitudine è notevolmente più degna di studio ed attenzioni. Si tratta di raccontarsi qualcosa mediante immagini e pensieri scollegati, dei quali se ne capisce con evidenza il poco senso, ma andando ugualmente avanti se ne riesce spesso ad affermare, assieme alle pochissime certezze, almeno il valore di pensato, ed esso assume un peso evidentissimo tra ciò che siamo e ciò che vogliamo dimostrare, confondendo del tutto ogni elemento iniziale, ed è vero, ma restituendo a noi stessi una enorme determinazione. Siamo convinti, insomma, e questo è quanto di più fantastico si potesse mai desiderare.
Suonò il telefono, lui nella sua stanza scorrendo una rivista rispose. Un nuovo servizio, si disse, che non poteva non apparire interessante. Qualcosa che denotava un senso di modernità, di adeguatezza, di vita vera, lui disse dica. E il telefono con quasi cento frasi a tre o quattro soggetti cadauna esplicò un insieme di cose che portavano inesorabilmente verso l’accettazione passiva di quanto appena detto, se non altro a dimostrare quell’attenzione e quella comprensione del tutto necessarie in casi come quelli. Ma a lui non bastava e disse solo però, ma se ne guardò bene più avanti dal ripeterlo ad evitare le altre cento frasi a soggetti invertiti ancora più oscure e adesso dominate dalla fretta di evitare l’inutilità delle lungaggini. Soltanto la sovrapposizione delle parole di un dialogo monologante come quello era permessa, e al contrario quel silenzio di un solo secondo alla fine di una domanda arrivata repentina che dovette scomodamente essere ripetuta, fu giudicato il massimo del dimostrarsi poco attento, poco sveglio, quasi tonto.
Dovette dire va bene, lui, non comprendendo cosa, ma apparendogli chiarissimo quanto quella voce nel telefono (forse di donna?) avesse senza alcun dubbio qualsiasi dimostratissima ragione.

Bruno Magnolfi – Altri Lavori

Immagine di Aussiegal: http://www.flickr.com/photos/aussiegall/

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