LE MIE CITTÀ: Belfast

Ricorderò sempre l’arrivo a Belfast, era l’Agosto del 1995 e con una ragazza conosciuta a Dublino decidemmo di saltare sopra un pullman della “Green Line” e varcare il confine con l’Ulster. Il difficile processo di pace in Irlanda del Nord era appena cominciato e qualche bomba continuava ad esplodere di tanto in tanto; alla frontiera alcuni soldati armati di mitra erano saliti sul bus ed avevano preteso di vedere i documenti. Io e la mia compagna di viaggio fummo invitati a scendere a terra e costretti ad aprire i nostri zaini e devo dire che inizialmente la cosa ci sembrò alquanto preoccupante. Mentre i soldati rovistavano fra le nostre attrezzature da studenti, un ufficiale si rivolse a noi in maniera cortese ma molto ferma: “Are you Italian?”

-“Yes Sir!”
-“Where are you going?”
-“We are going to Belfast…..”
-“May I ask you why?”
-“Just to visit the town….”
Infine la domanda che mi chiarì la situazione: -“Are you Catholic?”
Prontamente, senza neppure consultare l’amica risposi: “Oh, we are not interested in religious things, we are Atheist!” L’ufficiale ci squadrò per qualche istante, poi urlò un ordine ai suoi uomini che richiusero i nostri zaini, li rimisero nel bagagliaio del bus e ci fecero segno di salire. Devo dire che quello è stato probabilmente uno dei più brutti quarti d’ora della mia vita, ancora oggi mi capita talvolta di sognare la scena ma invece di farci risalire sul bus, i soldati ci invitano a seguirli, ci conducono nel bosco dove ci fanno inginocchiare… in genere mi sveglio ansimante proprio mentre sento il proiettile che inizia a penetrarmi nella nuca!
Belfast è tutto sommato una bella città, ha una splendida City Hall con la cupola verde e le strade sono tipicamente britanniche, ordinate, pulite, silenziose. Quel giorno il sole splendeva in un cielo azzurro come poche volte si vede da quelle parti e l’aria era piuttosto tiepida. Le villette bi-familiari davano un senso di agiatezza e tranquillità, tutte con l’immancabile prato verde curato alla perfezione. Tuttavia ci rendemmo quasi immediatamente conto che qualcosa non andava: ad ogni angolo gruppi di soldati stazionavano con fare minaccioso. Appena fuori dal centro, ecco che la guerra ci apparve in tutta la sua stupidità: un’interminabile fila di carri armati stazionava lungo un viale e numerosi soldati con il mitra spianato perlustravano i marciapiedi.
Apparentemente era difficile capirne il motivo ma effettivamente, osservando le finestre delle abitazioni la spiegazione appariva assai chiara: su tutte le villette del lato destro sventolava il tricolore della Repubblica d’Irlanda e su molti vetri campeggiava l’effige di Giovanni Paolo II, mentre le case sulla sinistra erano addobbate con la Union Jack e la foto della Regina Elisabetta II. Senza le truppe speciali a presidiare la zona, probabilmente sarebbe scoppiato il finimondo!
Vedendo quel lugubre spettacolo ricordo di essermi chiesto come dovessero crescere i bambini in una situazione del genere, senza poter fare amicizia con i vicini di casa anzi, dovendo imparare ad odiarli. Mi sembrava quasi impossibile che in un contesto del genere potesse esserci lo straccio di una quotidianità, che so, l’andare al supermercato a fare la spesa o accompagnare i figli a scuola.
Di strade così a Belfast ce n’erano a centinaia, tutte presidiate da rambo armati fino ai denti, ma la cosa che mi ha toccato di più è stato l’incontro con i cittadini: è infatti capitato più di una volta che, vedendoci vagare con una pianta della città in mano, alcune persone si siano avvicinate e ci abbiano chiesto se avevamo bisogno di qualcosa. Addirittura un ragazzo che stava lavorando sul tetto della propria casa ad un tratto si è messo a gridare “Hey, students? Are you lost? May I help You?” Al nostro cenno affermativo il ragazzo è sceso dal tetto, ci ha fatti entrare in casa dove la moglie ci ha offerto il caffè e, impossessatasi della mappa ha segnato tutti i punti più interessanti della città. Devo dire che una tale disponibilità l’avrei ritrovata soltanto anni dopo a S. Francisco.
Ripensare a Belfast, dove fortunatamente oggi la situazione è migliorata, mi fa ancora male, anche perché l’assurdità della guerra è ancora tangibile in molte parti del mondo e la maggior parte dei popoli che la vivono, in realtà la subiscono incondizionatamente. Nessuno a questo mondo dovrebbe crescere fra i carri armati, senza potersi muovere liberamente e con la paura di essere ammazzato da un momento all’altro!

Massimo Mangani – Altri Lavori

Foto di http://www.flickr.com/photos/rwp-roger/

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