UN PANINO IN COMPAGNIA


Erano passati cinque anni dall’ultimo incontro con Marchino. C’avevo passato l’infanzia insieme, i pomeriggi alla sala giochi e le serate sulle panchine, specialmente d’estate. Nel quartiere rimanevamo solo noi due perché i nostri genitori potevano appena permettersi una settimana al mare di ferragosto, una vera tortura. Siamo praticamente cresciuti insieme e fino a venticinque anni non facevamo passare più di una decina di giorni senza vedersi, a parte l’anno del militare. Io feci l’obbiettore mentre lui lo spedirono in Sardegna, ma stette bene e tornò rinvigorito ed abbronzato. Dopo un po’ le nostre relazioni sentimentali incominciarono a diventare più serie, più complicate. E poi c’erano il lavoro, gli impegni, gli altri amici e casini vari. Continuavamo a sentirci e spesso ci si sforzava di vedersi per non perderci di vista.
Erano due mesi che non lo sentivo quando mi chiamò per invitarmi al suo matrimonio. Rimasi di sasso, ma ci andai e mi fece un piacere immenso fargli da testimone. Dopo quel giorno praticamente smettemmo di chiamarci. Telefonai io l’anno dopo per sentire come stava e lui mi disse che aspettava un bimbo. Provai una punta di gelosia, ma durò appena un attimo. Andai a vedere il pargoletto all’ospedale e quella fu l’ultima volta che vidi Marco. In seguito ci scambiammo un paio di e-mail di poche righe piene di “come stai?” e “tutto bene”.
Era un pomeriggio di maggio e faceva già caldo, ma il panino con la porchetta è un vero e proprio must del giovedì, giorno in cui faccio il giro degli uffici ad aggiornare i software della compagnia per cui lavoro. Mentre ordinavo mi sentii battere sulla spalla da dietro: “Ordinane due, vai!” Mi girai e me lo ritrovai davanti, uguale come se ci fossimo visti la sera prima, eppure diverso, specialmente nello sguardo. C’erano anche dei capelli grigi sulle tempie, e qualche ruga appena accennata ai lati della bocca. Per il resto era sempre lo stesso Marchino.
“Ci facciamo anche un gotto di vino?” proposi. Parlammo velocemente, eccitati ed entusiasti, per un momento al di fuori delle nostre routine. Io dovevo tornare a lavoro e lui era solo di passaggio, non avrebbe dovuto nemmeno fermarsi ma mi aveva riconosciuto mentre era fermo al semaforo. Aveva parcheggiato in doppia fila ed era saltato fuori dalla macchina per raggiungermi.Per dieci minuti fummo totalmente assorbiti l’uno dall’altro, una rinfrescante immersione nel passato. Parlammo dei vecchi tempi, degli amici perduti, di quanto era buona la porchetta di Gino, incapaci di spendere una sola parola sul presente o sul futuro.
Il panino era quasi alla fine quando incominciammo io, a guardare preoccupato l’ora sullo schermo del cellulare, e lui a voltarsi freneticamente verso l’auto in doppia fila con le quattro frecce lampeggianti. Finimmo il vino con un lungo sorso e ci scappò pure lo schiocco di lingua, un vecchio tormentone della nostra infanzia.
“Dai, ci si sente. Tanto il numero l’ho memorizzato sulla rubrica!”
“Ci mancherebbe. Si fa una cena insieme…”
Sono passati due anni da quell’incontro e ancora nessuno si è deciso a chiamare. A volte me ne chiedo il motivo e me ne esco fuori con delle scuse banali, tipo che non bisogna forzare il destino o baggianate simili. Ma forse ho solo paura di chiamarla per nome; pigrizia.

Gelatina d’argento

MINOLTA DYNAX – Obbiettivo Sigma 50 mm.

GM Willo per Storie di un ClickAltri Lavori

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