FEMMINELLA

di Miriam Carnimeo
(foto ed elaborazione grafica di Miriam Carnimeo)

Nelle giornate in cui mio padre non lavorava, potevo girare per i mercati della città vecchia. Prima però passavamo dal molo a salutare Franchino e i suoi nipoti, tre ragazzini dall’aspetto sottile e d’animo forte e allegro. Vivevano in una casa dai tetti di lamiera ossidata e un piccolo orto con magre piante di pomodoro. Il più piccolo ci correva sempre incontro con i suoi animaletti fatti di carta stagnola, gelosamente conservati in una scatola di cioccolatini, li mostrava orgoglioso e con la testa si faceva vicino allo stomaco di mio padre per ricevere una carezza. Mio padre ammirava quel vecchio. Lui viveva nello stesso posto da quasi quarant’anni, a dispetto di tutto; malgrado i cieli grigi e le cucine componibili, quel vecchio aveva sempre scelto la sua cucina gialla ricolma di mensole, barattoli di erbe, utensili e pentole che gli aveva lasciato la moglie. I tre nipoti erano arrivati in casa due anni prima. Suo figlio era morto di sifilide perché non aveva mai voluto curarsi, per la vergogna di rivelare alla moglie il dramma della sua distrazione.
– Oggi c’è vento. È meglio Franchino che non esci in mare. Noi andiamo al mercato, vuoi che portiamo con noi anche Davide? – Il vecchio si mise una mano in tasca e con l’altra si sistemò il cappello dalla visiera imbiancata di sale.
– Già. Oggi Vento Maestrale, e mo’ so’ cazzi da cacare! – Io sapevo bene cosa voleva dire.
– Sì. Portatevelo. Oggi non si pesca, non si mangia. Io farò finta di non avere fame, romperò tra i denti dei pomodori e poi me ne andrò a dormire. – Anche questo è un linguaggio: le parole che si capiscono da un espressione, che si leggono sui volti.
I fratelli di Davide non c’erano quasi mai la mattina, erano a scuola o a giocare a pallone, e suo nonno se ne prendeva cura come poteva. Franchino di notte non dormiva mai. Se si svegliava all’alba, sedeva fuori sugli scalini e con la carta stagnola creava piccoli animali, molto simili tra loro, tutti con le orecchie lunghe tranne il serpente, che giocando spesso diventava un anello nuziale. Li nascondeva tutti tra il pane fresco, il latte e la carta. Al mattino per Davide c’era sempre una nuova presenza a cui fare spazio nel suo piccolo letto.
La domenica, la piazza principale del paese si popolava improvvisamente di voci e colori affascinanti. Immergevamo le mani tra le cose, dai morbidi tessuti agli oggetti che sembravano inutili solo in apparenza, ma nei nostri giochi di bambini diventavano contenitori di segreti o personaggi senza volto, che nelle storie che inventavamo, se morivano nessuno li piangeva. Ogni tanto capitava anche che qualcuno ci regalasse qualcosa, e mio padre severamente ci costringeva a restituire o rifiutare, tanto, diceva lui, c’era la magia dell’invenzione. Una pratica che valeva per molti di noi, consisteva nell’imparare a guardare talmente bene le cose, le atmosfere, le persone, da poterle materializzare attraverso l’evocazione di un solo pensiero: bello, piacevole e gratificante. Se c’erano le urla di chi si sentiva stanco e aveva bisogno di urlare, ad esempio, oppure di chi piangeva perché non sapeva più come si facesse a gridare, uno poteva immaginare un luogo dove voleva essere e se quello era abbastanza dettagliato magari ti salvava la vita, portandoti dalla paura alla libertà dei colori, in un campo sterminato di grassi papaveri rossi. Eravamo quello che riuscivamo a vedere, perché le parole, di noi confondevano il senso.
– Ma allora babbo, quando pensi di tornare?
– Giusto il tempo di una canzone. – Per quanto fosse lunga o breve quella canzone, a noi rimaneva spesso solo il ritornello dell’attesa nel dondolio continuo delle ginocchia. Le parole non sono poi così chiare e oneste. Ci guardavamo intorno e le condividevamo, catturando di loro le verità e le sue prime forme di bugie. Il tempo! Se avessi imparato da subito a leggere il suo spostamento attraverso le lancette che ticchettando te lo fanno anche sentire, oggi forse avrei qualche segno in meno e l’abile slancio di un felino. Ma lo scandire delle nostre vite rimaneva confinato giusto al tempo d una canzone: quando finiva qualcuno tornava o partiva o non rientrava più. Al nonno di Davide accade questo.
Una mattina si svegliò alle undici del mattino, non gli capitava da quando era morta sua moglie Vincenza, decise di uscire e approfittando della bella giornata di sole, prese dei bottiglioni di vetro e si avviò verso la fontana del paese. Aveva lasciato Davide in casa a giocare con i suoi luccicanti animali e una canzone in sottofondo.
– Vengo subito, giusto il tempo della canzone – gli disse. Franchino morì, accasciandosi nell’acqua fresca; ancora sorridendo. Gli coprirono il volto con il cappello e Davide quella notte dovette dormire con noi per molti giorni, molti di più di una canzone. Con la diffusione della radio qualcosa cambiò, continuavamo ad aspettare ma imparammo a farlo ballando. Se qualcuno non riusciva a dormire di notte, allora poteva abbracciarsi qualcun’ altro che come lui, in casa, aveva perso il senso del tempo e ballare. La testa appesantita su una spalla ammorbidiva la pelle e la notte si mostrava benigna. Io vivevo in una camera con fratelli, sorelle, la nonna e da qualche tempo anche Davide. Un grande dipinto sul muro, accanto ai nostri letti, Biancaneve e i sette nani con il suo seguito di animali sperduti e castello in lontananza. Mio padre l’aveva dipinto ad olio: con un occhio un po’ storto che guardava fisso il tronco scuro di un albero, nella sua grandezza, rappresentava una presenza in più nella piccola scatola che ci conteneva. Le notti erano interminabili e l’odore di fumo o l’urlo improvviso di un brutto sogno, si ripetevano come sfogliate da un copione. Poi arrivava il tempo dello strisciare delle pantofole di mia nonna verso il bagno, un tempo lungo, ritmico, lento ma tenace. C’era un tempo per tutto, anche quello dell’amore che se ne stava discretamente nascosto dietro un tendone nero. Era una parte della notte traboccante di sospiri lasciati liberi e poi improvvisamente soffocati, fatta di lievi risate tra il fumo di sigarette che a piccole nuvole si sollevava fino a raggiungere lo stesso soffitto dei nostri letti.
Li Vidi. Lui le chiudeva la bocca sorridendo con una mano e con l’altra, le accarezzava la testa. Non le stava dicendo niente eppure si capiva: voleva che mia madre non gridasse, che non facesse rumore. Ridevo da sola mentre li guardavo, tutti i grilli delle notti d’estate non sarebbero mai bastati a velare i loro urletti e i loro baci. Noi fuori dal tendone fissavamo solo la finestra, sperando nei piccoli respiri di vento che asciugavano il sudore diventato fastidioso collante per lenzuola e capelli. Marco, il più piccolo dei miei fratelli, era uno che parlava spesso di notte, e per questo, chi gli dormiva affianco lo reggeva poco, dopo un po’ gli si metteva di spalle e lo lasciava solo. Nelle sue ore insonni cercava di attirare la mia attenzione lanciandomi delle molliche di pane, e incrociato il mio sguardo, esordiva dicendo, – Buonanotte, mettimi in una bella storia! – Sapeva che la musica aiuta a sognare, mentre con lo sfumarsi delle voci alzava il volume di una canzone, per segnare la fine della notte. Si dorme.
L’alba entrava senza permesso, illuminando i nostri volti con la leggerezza di un angelo dai colori pastello, e ci suggeriva un sonno profondo che sarebbe scoppiato come una bolla di sapone alle otto del mattino. Io l’alba non ero mai riuscita a vederla nella sua dirompente esplosione, e la prima volta che accadde seppi finalmente che cosa volevo e come lo volevo, peccato solo, che per quella stessa ragione persi l’unico amico con cui condividevo ogni domanda e risposta: Davide.
Andammo al molo, visitammo la casa di Franchino, ormai rimasta vuota e spoglia. I fratelli più grandi di Davide erano partiti, avevano lasciato la porta di casa aperta che sbattendo aveva creato un grosso buco da cui gli uccelli andavano e venivano indisturbati. – C’è vento ! – Esclamò mio padre.
– Maestrale! – Davide si fece in avanti con la testa per ricevere la sua abituale carezza. Ci sedemmo su uno scoglio scavato dall’acqua come un trono, masticavamo delle gomme mentre in silenzio mio padre ascoltava la direzione del vento e si mangiava le unghie. Quello era il bello di stare con la gente che ti conosceva, pensavo, potevi stare in silenzio ed ascoltare anche il vento.
Poi all’improvviso un immagine grandiosa: due giganti si stavano incontrando, il cielo, stanco di lottare con la solitudine notturna, dolcemente si lasciava sostenere da una lastra d’acqua che sotto di lui si muoveva senza fretta, noi che guardavamo diventammo memoria e testimoni di un figlio bello come il giorno. Mi alzai, mi avvicinai il più possibile al confine tra me e loro, aprii le gambe per stabilizzare l’equilibrio, cercando di non indietreggiare di fronte al vento che mi respingeva indietro e qualcosa di diverso avvenne, rivoluzionario quanto sorprendente. Il vento intimamente mi passò tra le gambe, gonfiò la gonna come un pallone pronto a fuggire e una sensazione intensa si aggrappò allo stomaco portandomi un improvviso piacere e poi l’abbandono. Mi coprii un sorriso con una mano per timore che gli altri lo notassero. Mio padre se ne accorse. Non disse nulla come al solito, ma si alzò frettoloso, prese Davide per mano e senza guardarmi mi invitò a lavarmi la faccia e a seguirli.
Il giorno dopo alle 8 lo portò via, disse solo che era giunto il momento che anche lui stesse con i bambini della sua età e che io ero diventata come mia madre, dovevo imparare a diventare una “femmina”. Perché disse: – Avevo ormai il mare dentro.
Da noi, quando arriva il sole, guardando il mare, si raccontano grandi storie e la mente smette di essere prigioniera di uomini o di donne, di case o città ed anche il tempo scorre. Nella sua fretta dimentica sempre un emozione: la vita con il suo presente, passato e futuro diventano proiezioni lontane di cose ormai perse o di cose, non ancora accadute. Lo specchio di questo pensiero si stendeva nel mio sguardo, attraversato solo da qualche barca e dalle sue scie. Guardavo le imbarcazioni sostare al molo, le vele ravvivate dal vento che prendevano il largo, silenziosamente. – Babbo alimentiamo sogni ambiziosi! Compriamoci una barca e viviamo così, con quello che l’acqua e la terra possono offrirci.
Com’era bello quando rideva di me! Riusciva a farlo con la sigaretta poggiata sull’estremità delle labbra e ne veniva fuori una maschera di carne segnata da una memoria che sembrava davvero di vedere: era una valigia di abiti un po’ sgualciti ma dai colori ancora brillanti. Non era certamente una barca ad essere sogno ambizioso ma lo era il denaro: poteva comprare una barca, una casa, una spiaggia ma anche l’amore ed il corpo di chi lo generava. Per coloro che lo possiedono niente è troppo ambizioso, ogni sogno desiderato viene realizzato e al raggiungimento di quest’ultimo ne consegue un altro e un altro ancora. – Roba da non credersi! – pensavo.
Guardando i loro visi non ho mai avuto la sensazione che fossero per questo davvero felici. I ricchi turisti. Li vedevo camminare con semplice curiosità, lo sguardo coperto da occhiali scuri che coprivano qualsiasi loro storia, legata e circoscritta ad un orologio rumoroso, continuamente consultato, come se non avessero abbastanza tempo, come se la loro curiosità si esaurisse nell’acquisto di costosi souvenir e pasti veloci, incuranti dei sorrisi a loro regalati dalla gente del posto, desiderosi di raccontarsi attraverso umili azioni e frasi semplici. Avevano l’atteggiamento tipico di chi pur non conoscendo la strada è capace di intuirne i passi, l’abbigliamento leggero di chi non ha bisogno di nulla, tasche da cui si intravedono sottili banconote, un orologio scintillante al polso e gambe lisce e senza peli. Ricordo di aver provato una grande curiosità soprattutto per quest’ultimo aspetto, constatando dopo vari appostamenti, che anche i maschi come le donne non avevano peli! Mi sforzavo di pensare e ricordare tutti gli uomini della mia vita, mio padre, i miei fratelli, i miei amici, loro i peli li avevano ed io ne ero sicura!.
Un giorno decisi di fermarmi da un ambulante, vendeva oggetti dei più disparati, persino bambole senza testa, campioni di saponi con nomi di hotel sconosciuti e fotografie erotiche degli anni ’30. Nessuno si avvicinava mai a lui e alla sua merce, era vecchio, con un occhio di vetro e un odore nauseabondo. Non capivo niente quando parlava, ma il mio continuo asserire con il capo sembrava gli bastasse, per nulla interessato alle risposte.
Quel giorno una coppia di turisti scendeva da una lussuosa imbarcazione, attraversando la strada con passo sicuro. Con gli occhi attenti li esaminai, da una gamba all’altra, da persona a persona, infine scoprii ancora una volta che l’uomo così come la donna non avevamo peli. La coppia stranamente virò verso di noi e in poco tempo ci fu di fronte, guardavano meravigliati le varie forme dell’inutilità risplendere al sole, cominciarono a sorridere tra loro, un riso tenero a mio avviso, ma che al vecchio non piacque, soprattutto quando la donna estrasse dalla borsa una macchina fotografica e ci immortalò all’istante. Il vecchio incominciò ad urlare parole incomprensibili come al solito, quando ad un tratto guardò le gambe dell’uomo in pantaloncini e spavaldo sputò a terra pronunciando la parola ‘femminella’. Per la prima volta avevo capito una sua parola, pronunciata chiara e con timbro autorevole. Aveva guardato quelle strane gambe ed aveva pronunciato la parola ‘femminella’. I due si allontanarono frettolosamente, con il solito passo di chi sa già dove andare. Il vecchio mi guardò e sorridendo disse: – L’uomo nasce con i peli e toglierli come fa una donna lo rende come una donna!
– Perché un uomo può voler diventare una donna? – chiesi sorpresa.
Il vecchio rise fragorosamente, battendosi le mani contro le ginocchia, lasciando intravedere la gengiva senza denti e la lingua nera. – Tieni – mi disse – fuma femminella.
Ridendo mi lanciò una sigaretta.

Miriam Carnimeo – Altri Lavori

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3 risposte a “FEMMINELLA

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