CITTADELLA

di Dario de Giacomo

C’è una cittadella fatta di maldicenza che non potrò espugnare. L’albergo nei discorsi quotidiani. La fortifico ogni giorno, ma è un lavoro inutile ormai, perché è così solida che non cadrebbe comunque. Le sue mura mi hanno nutrito da bambino, difeso dagli sconosciuti rapaci. Hanno protetto i miei giochi di ragazzo. Vegliato, perennemente illuminate, sulle mie notti d’adulto. Ora, da vecchio, proteggono le mie ossa, perché la durezza del passato non cozzi con le mie membra fragili. Sono altissime e non ho avuto nemmeno la tentazione di scalarle. Se mi affacciassi non vedrei nulla: energie sprecate per un lavoro senza scopo. Ė inutile vedere quello che conosco già.
Nella mia vecchiaia non è la luce a declinare, gli occhi diventano acquosi, vacui, ma conservano il sospetto. Ascolto ancora il chiacchiericcio delle donne, sedute in un circolo nero al centro della piazza. Queste ciarle in antico furono di mia madre e appartennero alle mie donne.Ora leccano il palato di bocche nuove, ma sono vecchie come la terra dura che regge la cittadella. Se c’è vita fuori di queste mura, è straniera. Se c’è!
I radi viaggiatori introdotti dentro le mura in questi anni, hanno raccontato di altre rocche fortificate sparse sulla terra. Hanno incantato i bambini con quelle storie, sussurrato nelle loro tenere orecchie innocenti. Ma i fanciulli dimenticano in un giorno i racconti degli stranieri. I vecchi, invece, ricordano giorni, parole ma li confondono coi sogni. Io, Pietro il vecchio, maniscalco d’anni in circa ottanta, non credo alle cittadelle fuori da queste mura. Ho visto il falco volare in alto oltre le mura, è ritornato qui a beccare il miglio delle nostre scorte. Il cane fulvo è andato randagio, quando abbiamo aperto le porte, anche quello è tornato a mangiare il pane dal palmo della mia mano.
Ricordo che quand’ero ancora un ragazzo, in città arrivarono odori stranieri, portati sulle giubbe di panno pesante da una soldataglia venuta da fuori. Ma le donne, mia madre prima tra tutte, mi raccomandarono di guardarmi da loro perché non erano come noi. Me le rammento le mani spaccate del capobanda che mi afferrarono le spalle – Vieni con noi ragazzo – disse – abbiamo sempre bisogno di due braccia buone e tu sei robusto. Fuori da queste mura vedrai il mondo. Vieni con noi.
Così disse, per ingannarmi. Mi parlò come se fossi un fanciullo a cui raccontare le storie. Ma non cedetti alle sue lusinghe. Io sono diventato un uomo proprio qui, ora sono un vecchio e il vento lo sento passare negli interstizi delle porte. Anche il vento ritorna alla cittadella, perché fuori se c’è vita, è straniera. Se c’è!
Prego che la cittadella protegga i suoi figli nuovi, che nessuno abbia il desiderio di guardare al di là delle mura, perché il tempo è prezioso, non va sprecato a guardare quello che non c’è. Intanto è di nuovo notte, ma dalle mura le torce illuminano la piazza con chiarore di giorno. I miei occhi si assopiscono alla luce dei nostri astri. I vecchi dicevano che fuori dalle mura, straniero, strisciasse il buio. C’è una panca di marmo bianco nel mio giardino, spesso mi assopisco là, per riposare al vento tremulo di maggio, che è carico di odori. Stanotte sono tornati gli odori nel mio giardino, mentre io mi preparo a partire.
Un viandante capitò per caso in città molti anni fa e mi raccontò di un giardino dove si recano i vecchi come me, dopo la partenza. Forse il viaggiatore non mentiva ma la sua mente era sconvolta sicuramente dai lunghi itinerari sconnessi nel vuoto che c’è là fuori. Ė strano che questa notte di maggio me l’abbia ricordato. Lui e le sue storie di posti al di là della cittadella e di tutte le terre che la circondano, fin dove è possibile giungere con lo sguardo e ancora oltre. Altrove lo chiamò lui.
Un luogo così non può esistere. Quando partirò, rimarrò esattamente qui, dove sono ora. Qui dove sono da sempre. Perché fuori da queste mura non c’è vita.

Dario de Giacomo – Altri Lavori

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