ONNO

Onno era un cane infelice. Non che se la passasse male, anzi… Viveva in una bella casa con un grande giardino, una cuccia calda e comoda, nessun gatto nevrotico nelle vicinanze e un enorme frigorifero a sua completa disposizione. I suoi padroni se ne andavano a lavoro presto la mattina e tornavano a casa a sera inoltrata, ma Onno poteva scorrazzare dovunque voleva, distendersi comodamente sul tappeto del soggiorno, approfittare del divano e di quei soffici cuscini di velluto, finanche a salire al piano di sopra nella camera da letto, e sprofondare nella coperta imbottita di piume d’oca. Se voleva fare i suoi bisogni, se ne sgusciava fuori da una porticina ricavata dalla porta della cucina, una di quelle a molla che di solito usano i gatti, ma Onno era una cagnolino di piccola taglia e ci passava benissimo. Con la pratica aveva imparato ad aprire il frigorifero con le zampe anteriori, salire su uno sgabello della cucina e servirsi succulenti piatti a base di polpettine, bastoncini di pesce fritto e cavoletti di Bruxelles. Oh si, lui andava matto per i cavoletti di Bruxelles!
Ma nonostante avesse tutte queste comodità, Onno era infelice, e quando saprete il motivo vi verrà da ridere, perché penserete che non si può essere infelici per una tale piccolezza. Eppure il mondo è pieno di gente infelice per delle piccolezze…
Onno era infelice perché odiava il suo nome. “Ma che razza di nome è Onno?” si chiedeva, e non riusciva a darsi pace. “Perché mi hanno messo un nome così brutto? Eppure mi vogliono bene, mi fanno stare anche sul divano e posso mangiare tutto quello che voglio, ma quel nome proprio non lo sopporto… non che lo usino spesso, visto che se ne stanno sempre fuori, però nei fine settimana diventa un tormento… Onno qui, Onno lì, Onno prendi la palla, Onno lo vuoi l’osso… e ogni volta che lo sento mi viene il mal di testa. ”
Onno era così scocciato da questa situazione che per vendetta si mise a mangiare tutto quello che c’era nel frigorifero. Si mangiò un piatto di maccheroni al ragù del giorno prima, un pezzo di pecorino con la crosta, una fetta di torta alla ricotta che aveva fatto la madre della padroncina, quattro salsicce di quelle piccanti, un barattolo di yogurt dietetico alla fragola, una confezione di wurstel da sei, tre bignè alla crema rimaste dalla domenica che un amico di famiglia aveva portato per cortesia, un etto e mezzo di salame ungherese, un mezzo barattolo abbondante di marmellata di fichi e cotogne e una confezione di gelato al tartufo. Non contento, svuotò anche lo sportello delle meraviglie, dove la padroncina nascondeva la cioccolata bianca ed i baci perugina. Uscendo dalla cucina, con la pancia che gli dondolava a destra e a sinistra, Onno pensò: “Adesso si decideranno finalmente a cambiarmi nome”. Ma i suoi padroni quando tornarono a casa e trovarono il frigorifero vuoto e il povero cane in preda ad un terribile mal di pancia, erano lungi dal capire le ragioni di quella abbuffata. Si preoccuparono per la salute di Onno, che però il giorno dopo stava già molto meglio, e decisero di mettere un bel catenaccio al frigorifero, in modo da evitare altri incidenti.
Allora Onno decise un bel giorno di non mangiare affatto. Se ne rimaneva nella sua cuccia tutto il giorno e usciva solo per fare i suoi bisogni. Per una settimana non toccò cibo, neanche lo spezzatino che gli aveva preparato la padroncina insieme agli immancabili cavoletti di Bruxelles. Lei glielo servì su un piatto speciale e, accarezzandogli teneramente le orecchie pelose, gli disse: “Onno, amore mio, guarda che cosa ti ho preparato…. dai su, mangia…” Ma lui non le dava soddisfazione e, malgrado la pancia brontolasse come fa il cielo prima di una tempesta, Onno rimaneva stoico. “Questa volta capiranno il mio problema e mi cambieranno nome!” Ma niente da fare. La padroncina lo portò dal veterinario che non si capacitava che cosa avesse. Intanto il povero cagnolino diventava sempre più magro e debole.
Ma un giorno la bambina della porta accanto, che sia chiamava Cecilia, scavalcò il recinto del giardino per riprendere la palla che le era caduta dall’altra parte, e vedendo il povero Onno arrancare verso la porta della cucina, si fermò e lo chiamò: “Ehi Bello, vieni qui…” Onno si fermò e guardò in direzione di quella vocina inaspettata. Pensò “Mi ha chiamato Bello… che nome stupendo!” e si mise a scodinzolare con la poca energia rimastagli, poi raggiunse la bambina per farsi accarezzare.
Da quel giorno i due divennero amici e Cecilia ogni tanto entrava di nascosto nel giardino di Onno per giocarci insieme. Lui rincominciò a mangiare e la vita riprese come al solito, fino al giorno in cui la padroncina tornò a casa prima del previsto e trovò la bambina nel suo giardino. Ovviamente non si arrabbiò, perché le faceva piacere che qualcuno giocasse insieme al suo cane, ma Cecilia colse subito l’occasione per togliersi una curiosità, e disse alla donna: “È proprio un bel cane il suo. Come si chiama?”
E fu così che il nostro amico Onno, cane fortunato ma col nome buffo, ricadde miseramente in depressione.

GM Willo

Tratta dal libro: Favole dal paese senza eroi

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2 risposte a “ONNO

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