DIARIO DI CASA

di Dario de Giacomo
(foto ed elaborazione grafica di Dario de Giacomo)

Quando aziono lo scarico del bagno uno stridore rugginoso percorre i muri, sottocutaneo, ingoiando in un urlo il buio della stanza. Scivolo appena pochi passi sul pavimento verso la cucina, apro lo sportello del frigo che rimane tutto scuro, lo sento solo vibrare meccanicamente mentre afferro una bottiglia d’acqua. Da qualche giorno il telefono è fuori uso, la suoneria squilla, anche di notte, ma non mi arriva nessuna voce attraverso i fili. Me ne torno a letto. Le ombre sul muro che vedo, illuminate dal lumino che mia madre offre ai santi ogni mercoledì sera, per rendere grazie di un voto remoto, quelle ombre sono distese di macchie d’umido. Si sono infiltrate per anni, a nostra insaputa, sotto il tessuto sano dell’intonaco, seguendo itinerari precisi nella pietra.
Ora si gonfiano sulle pareti come tumori, le screpolano e si sbriciolano. Al mattino negli angoli di casa si annidano residui di muro e tracce d’acqua.
Di notte ai rumori consueti se ne mescolano altri, nuovi: soffi rapidissimi, colpi legnosi e sussurri di imposte. Queste presenze artificiali nel legno e nel metallo sovrastano il rumoroso respiro dei vecchi che abitano le stanze di questo edificio. Ho scoperto anche zone di unto nero tra le cuciture delle poltrone, che macchiano gli abiti, e polvere, uno strato cinerino di pulviscolo che ricopre le suppellettili.
La senescenza è un’attitudine delle cose, è lo sfibrarsi graduale della volontà di mantenere unito il mosaico tra gli elementi che compongono la casa. L’abitudine alla vecchiaia estenua quel po’ di energia muscolare, residua, necessaria a tenere in piedi la struttura, fino al giorno, oppure alla notte della coscienza: quando in tutta la loro sconcertante nudità i tendini appaiono esausti, le pareti minate dalla rovina di squarci pericolanti.
In questo buio che odora di caramelle stantie ricordo le primavere dei balconi spalancati sui colori brillanti della prima mano di vernice rosa. La luce vibrava intensamente nelle stanze, portando gli odori della stagione nuova. C’era la stoffa immacolata delle tende, allora, a proteggere lo smalto lucido delle imposte. Ma proprio in quel tempo d’estate si annidava l’ansia dell’oscurità di stanotte, e la casa esisteva solidamente, senza tradire, per noi, i cenni del suo malessere. Nelle mie veglie, ora, da quando annuso il suo odore ammuffito, c’è l’illusione di stabilire il momento esatto in cui la volontà ha allentato la presa solida sulla malta che lega l’edificio.
Seguo con l’immaginazione i tragitti delle crepe, fino all’incrocio tra i muri: tra qualche decennio gli angoli si indeboliranno, cedendo alle fessure tutto il loro spazio pieno. I miei sogni si riempiono di ricordi, della casa di un tempo, splendida nel sole di luglio. Spesso mi chiedo se la casa conosca la stanchezza dei suoi lunghi anni di veglia, perennemente sveglia durante le ore del nostro sonno, di quelle dei nostri giochi, dei funerali di chi l’ha lasciata dopo un breve soggiorno.
Rimaniamo svegli stanotte la casa ed io. Una prova di resistenza da quando abbiamo capito il valore della stanchezza. Io tengo gli occhi aperti, forzatamente, lei le sue luci che filtrano dai vetri sul cortile. Ci facciamo compagnia, raccontandoci di ieri, per non pensare a domani.
Mi invade un senso bianco di pace mentre l’abbraccio con lo sguardo. Le sue mura si rasserenano, splendendo nell’oscurità. Le nostre volontà sono stanche ma non cedono all’impulso di lasciare andare il legame dei muscoli.
Ė una notte serena di settembre che mi filtra nelle ossa. L’incantesimo del sonno spira dalla pareti nelle stanze con il vento secco delle tre.
Ho sonno. Me ne torno a letto a dormire, anche stanotte la casa mi veglierà. Oppure aspetterà che io dorma, perché ora so!
Aspetterà che io dorma, per addormentarsi con me.

Dario de Giacomo – Altri Lavori

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