SOLO FINO A UN CERTO PUNTO – II

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Storia di Bruno Magnolfi, immagini di Giulia Tesoro

Continua da ieri…

La radiosveglia non è suonata neppure stamani. All’ora in cui era puntata la suoneria ero già sveglio, anzi, lo ero già da molto prima. Però sono rimasto ancora qualche minuto a contemplare il niente di un altro inizio del giorno.
Il mio cane mi ha sentito dalla sua posizione solita, sdraiato sul pavimento accanto al letto, e con deboli movimenti si è tirato su per osservarmi meglio e sbadigliare. In cucina albeggiava e tutto era esattamente come sempre.
Mi sono ricordato del sogno della notte uscente, e siccome riconsiderandolo mi è parso bello, ho pensato che forse era il caso di tenerlo a mente per raccontarlo a qualcuno durante la giornata. Così ho passato mentalmente in rassegna le persone che avrei probabilmente incontrato durante la mattinata, ma nessuna di loro mi è parsa adatta a delle confidenze intime.
Poi, mentre addolcivo con dello zucchero un bicchiere di latte freddo, ho visto che il mio cane mi aveva seguito, continuando timidamente ad osservarmi. Mi sono abbassato verso di lui e l’ho accarezzato lentamente sul capo peloso. Così, sottovoce, ho detto: “..lo vuoi sentire tu il mio sogno di stanotte?”, e lui mi è parso acconsentire.
“Avevamo affittato una casa, io e la segretaria del mio capoufficio con la quale a volte prendo qualche caffè al bar del piano terra, più per non adempiere a questo rito da solo che per la simpatia che emana. L’abitazione era davvero grande, formata da molte stanze non allineate tra di loro, ma come piazzate lì in maniera caotica. E la cosa buffa è che questa casa si trovava in una città araba, forse Marrakech, forse Tunisi, non so.
Naturalmente io e la segretaria avevano stanze separate e ci vedevamo anche assai di rado in quanto, per la vita che ognuno di noi svolgeva, avevamo orari assai differenti. All’interno di questo andamento delle cose tutto pareva piuttosto tranquillo e per così dire ormai sedimentato. Ma all’improvviso arrivava uno sconvolgimento imprevisto.
Due o tre persone con fare molto deciso arrivavano a casa nostra e ci dicevano senza mediazioni che il nostro sfratto era improrogabile, il contratto d’affitto era concluso e il giorno seguente dovevamo liberare tutte le stanze. Per di più all’improvviso crollava il soffitto rosso di una delle stanze più belle, ed in mezzo al polverone che ne scaturiva pareva che la nostra vita, la mia e quella della segretaria del capoufficio, fossero alla rovina assieme a tutto il resto.
Mentre uscivo per andarmene, come affiorando alla mia coscienza una nota di gusto e di delicatezza, pregavo la segretaria di metter via ben protetti tutta una serie di piccoli oggetti in porcellana: tazzine, piattini, soprammobili. Non so dove li avrei portati, ma mi sembrava quasi più importante proteggerli, in ogni caso.”
Il mio cane a questo punto si è accucciato, mi ha guardato per un altro minuto, poi ha sistemato il muso sopra la sua zampa e ha chiuso gli occhi.

Mi sono svegliato davanti ad un piccolo golfo in una giornata piena di sole e calma di vento. Il caldo accarezzava i piccoli cespugli che si protendevano dalla piatta vallata alle spalle del mare fino quasi a pochi metri dal bagnasciuga e poche barche ancorate muovevano leggermente la prua, lasciando oscillare assieme gli alberi fissati alle sartie.
Il sole era alto a metà del giorno e il promontorio di fronte oscillava di vegetazione e di scogli rossastri. Incontravo una donna, da sola, ma era troppa la mia timidezza per chiederle come si chiamasse quel luogo, perché mi trovassi lì, o di indicarmi una direzione, un senso, qualcosa verso cui incamminarmi. Lei mi osservava a distanza, come avendo intuito i miei dubbi, quasi interpretando le mie perplessità. Poi si voltava, come cercando con gli occhi qualcosa che stava già da un’altra parte, ed io mi sentivo all’improvviso deluso, ignorato, ancora più solo.
Ma lei si voltava, ed io, con una sfumatura di coraggio, mi avvicinavo a lei, ed arrivato a tre o quattro passi di distanza, mi fermavo senza staccare gli occhi dalla sua espressione vagamente interrogativa: “…vorrei tanto amarla,” dicevo, “starle vicino, provare per lei un sentimento puro, che non avesse niente di egoistico, come uno sdoppiarsi dentro ad uno slancio indifferente ai risultati, senza alcun disegno, e vivere e brillare per un attimo in quel gesto, e poi nient’altro…”.
La donna era triste, fingeva di osservarmi ma era piena di quel mare, di quel golfo, di quei campi che bagnavano le proprie estremità nell’acqua salata. “Seguimi”, diceva, “la mia vita è sacrificio, solo sacrificandoti puoi comprenderla…”.

Erano le 22 e 15 quando sono entrato nel letto, avendo di nuovo cura per non scalzarlo troppo dal mio lato, e che le coperte rimanessero ben tese. Ero stanco, ed ho spento subito la luce. Alle 2 e 56 ho riaperto gli occhi, e la radiosveglia accanto a me, coi suoi luminosi numeri rossi, continuava a scandire il trascorrere lento della notte. Ho pensato alla giornata di lavoro che mi attendeva, ed ho passato lentamente in rassegna le varie cose che non dovevo assolutamente dimenticarmi di fare, ma via via che scorrevo i pensieri perdevo concentrazione, e il mio interesse risultava attratto da altre cose, vaghe, quasi eteree, casuali pensavo, fino a che un sottile dolore ad una spalla mi ha riportato in fretta alla situazione.
Poi si è materializzato davanti a me un campo giallo di grano maturo, e una stradina polverosa piena di sole e di caldo. Era piacevole osservare quella distesa uniforme, senza asperità, e gli alberi in fondo mostravano foglie di verde chiaro, ferme nella luce forte. Con questa immagine credo di essermi riaddormentato, ma non so precisamente quando ho iniziato a sognare, ma ad un certo punto mi sono ritrovato nella casa dei miei genitori, un appartamento anonimo di un palazzo anonimo.
Al piano superiore abita una donna severa e scostante con una figlia, che da qualche tempo tutti sanno che ha iniziato a drogarsi pesantemente e a battere il marciapiede, probabilmente per comprarsi le dosi che le servono. Ha una zia, probabilmente più comprensiva della madre, che a volte sale le scale per parlare con la ragazza; certe volte alzano un po’ la voce, poi però spesso si abbracciano e piangono assieme. Dai solai leggeri si sente tutto quello che si dice dall’altra parte, e le vicende dell’appartamento superiore per me non hanno quasi più segreti, indipendentemente dalla mia curiosità.
Così quando dalla ragazza arrivano tre o quattro sbandati malavitosi, se ne sente le parole, i discorsi, le risate forti, e quando scendono le scale bussando alla porta dell’appartamento dei miei genitori, so già che sono loro. Non ho niente di cui aver paura, così apro la porta per chiedere il motivo di tanta confusione. Ridono, vogliono drogarmi, forse per scherzo, per impaurirmi. Riesco comunque a conservare un atteggiamento calmo e meravigliato, ed il mio cane rimane tranquillo, in disparte. Le cose vanno per le lunghe, ed io ad un tratto riesco precipitosamente a fuggire per le scale, inseguito da qualcuno, ma una volta in strada entro di corsa nel negozio subito di fronte per telefonare alla polizia. Questa velocemente arriva e riesce senza grossi problemi ad arrestare tutta la banda.
Dopo qualche tempo però uno di loro, o un loro amico informato di tutto, si para davanti a me in strada mentre sto rientrando a casa, quasi davanti al portone del palazzo. Lui alza le mani in modo minaccioso ed io cerco di difendermi tirandogli dei calci rapidi e nervosi. Per un movimento inconsueto fatto per schivarmi, quello cade a terra in malo modo, e rimane lì, stordito. Io trovo una sbarra di ferro al margine della strada, e con una forza residua che sembra mancarmi sempre di più, brandisco l’arma tentando di colpirlo e di sfondargli il cranio. Poi mi prende un’angoscia profonda pensando che qualcuno della banda possa essere nello stesso momento con la mia famiglia, ma non posso fermarmi…

Oggi mi sono svegliato di soprassalto e ho ripensato al sogno; mi è tornato a mente un vecchio incubo di quando ero piccolo, che forse ha una qualche relazione con questo, non saprei.
Avevo quattro o cinque anni ed abitavo in una casa che non esiste più. C’era un cortile grande sul retro e noi abitavamo al primo piano. Qualcuno, con la paletta per i dolci che è sempre stata nel cassetto della credenza, con la sua strana forma trapezoidale e orlata da piccole incisioni simmetriche, ha tagliato a fette la mia mamma. Lei giace a pezzi sul cemento del cortile, ed io provo una pena enorme, ma lei muove una parte della testa, che forse è la parte più grossa che le è rimasta, pur con un solo occhio, e con una voce fievole cerca di dirmi qualcosa che purtroppo non capisco.
Rimango impietrito alla finestra del primo piano ad osservare quel che rimane della mia mamma: non cerco di scendere giù da lei, di avvicinarmi, di toccarla; mi limito a piangere di lei, a disperarmi, con tutte le mie forze… e basta.

 

Continua…

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2 risposte a “SOLO FINO A UN CERTO PUNTO – II

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