SOLO FINO A UN CERTO PUNTO – III

 

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di Bruno Magnolfi, immagini di Giulia Tesoro

…continua da ieri

Stamani il cane mi è venuto vicino e mi ha annusato. Aveva un’espressione seria, come di chi vuole parlarti di qualcosa di importante a cui tiene. Gli ho dato un biscotto, intanto io ne ho mangiati due; poi ne ho allungato un altro verso la sua bocca lunga e dentata. Mancavano tre minuti alle sei. Era presto. Potevo ancora riempire il tempo con dei pensieri. (…)

Alle quattro e un quarto esatte ero già sveglio. Mi sono girato dalla parte opposta dei numeri luminosi della radio sveglia, e sono stato contento di avere ancora molto tempo. Non arrivava quasi nessun filo di luce fino al letto, ed un silenzio assoluto ottenebrava la stanza. Ho pensato a me, senza motivo, e ho immaginato di essere felice.
Avrei potuto alzarmi dal letto, andare in cucina e aprire il frigorifero, forse versarmi qualcosa di fresco da bere; oppure, in un silenzio circostanziato e teso, accendere la televisione per guardarmi qualche programma assurdo della notte. Mi è parso interessante far parte della schiera dei nottambuli che per un motivo o l’altro riescono a modificare con la loro assiduità la programmazione televisiva delle reti della notte, poi non ho trovato niente d’interessante in tutto questo, e mi sono girato su un fianco, il mio preferito.
Ma ormai non era più possibile dormire, ne avevo coscienza piena e completa. Il sonno non sarebbe ritornato, tanto valeva far qualcosa d’altro.

Svegliandomi la prima sensazione del giorno è stata l’angoscia. Angoscia per quell’abbandono dello stato di sonno, lasciare quel nido protetto nel quale rinchiudersi a tutto. Poi, con un filo di coraggio, il secondo pensiero è stato sulla giornata in cui far cominciare, fin da subito, le solite, usuali, piccole e grandi attività alle quali dar corso, ineluttabilmente.
Il cane ha continuato i miei sogni, e il resto ha continuato a venire verso di me come una pellicola cinematografica che pian piano si svolge e attraversa per un momento un fascio di luce formidabile, e poi si riavvolge sugli altri metri di se stessa, ritornando nel buio.
La cucina coi suoi lievi odori di cibi e di grassi scaldati sopra ai fornelli, il bagno, con le luci taglienti accanto allo specchio, le lamette da barba, con la loro sottile freddezza. Poi sono uscito di casa.

Mi sono svegliato di soprassalto, stanotte, per un rumore forte, profondo. Ho immaginato un cataclisma, una variazione profonda dello stato delle cose, e se da un lato ne ho subito avuto paura, dall’altro ho provato il gusto forte del dramma, dell’affrontare realtà diverse dalle giornate ordinarie, forse enormemente disagiate. Era solamente un tuono in avanguardia al temporale che stava sopraggiungendo, e di lì a pochi attimi una pioggia liberatrice ha iniziato a battere sull’asfalto della strada e sopra ai tetti.
Mi sono sentito bene così protetto dalla mia casa e dalle coperte del mio letto, ma poco dopo un’uggia incontrollabile mi ha fatto sgusciare nell’oscurità della camera fino ad arrivare alla finestra di cucina. Dopo poco i lampi di luce erano già radi e lontani, ma una pioggia insistente continuava a rimbalzare sulle superfici luccicanti.
Mi pareva viva la notte, con la sua aria trasparente di buio profondo, denso ed infinito. L’ora canonica del mio risveglio sarebbe sopraggiunta non prima di quarantacinque, cinquanta minuti, e questo lasso di tempo era talmente breve da non permettermi neppure di riprendere sonno. Nonostante questa consapevolezza sono tornato a coricarmi, forse più per cercare una meditazione cosciente che a riposarmi.
La radiosveglia lasciava debolmente tremare nell’aria alcune note musicali distorte dalla cattiva sintonia, irriconoscibili perfino a qualsiasi esperto di musica leggera tanto era forte la loro corruzione, poi, schiacciato il pulsante, il silenzio era tornato immediatamente. Anche la pioggia era cessata, ed il mio cane annusava l’aria della stanza quasi a sentire la fragranza del lavaggio notturno della città. Tutto, velocemente, era di nuovo nell’alveo dell’ordinario.

Alle quattro e dodici minuti esatti un boato spaventoso mi ha svegliato di soprassalto. Ho immaginato il tremare dei vetri alle finestre, le sirene degli allarmi impazzite, l’improvviso black-out di telefoni ed energia elettrica, ma niente di tutto questo stava realmente accadendo. Dopo i primi istanti di paura irrazionale, lentamente ho iniziato a rendermi conto che tutto appariva regolare, come doveva essere, e che la notte scorreva lentamente come sempre.
Allora ho chiuso di nuovo gli occhi e mi sono abbandonato con calma sotto alle coperte, cercando di riflettere, ormai sveglio, su ciò che poteva significare tutto questo. Era ipotizzabile un collegamento personale con qualcosa o qualcuno che mi avesse voluto trasmettere un segnale, e ne ho avuto paura. Per un attimo ho pensato anche ad un evento accaduto ad un parente, ad un amico, ma subito ho abbandonato l’idea.
Poi ho immaginato un qualcosa del quale non aver mai avuto neppure idea dell’esistenza: una persona, un evento, un apparato, un’entità segreta con la quale io fossi all’improvviso entrato in contatto, o meglio, che avesse rivelato a me un qualcosa di terribile ed inspiegabile. Ho immaginato giornate da trascorrere sui quotidiani e i rotocalchi a cercare tra le notizie minori e più ordinarie, un qualche tassello che ordisse una qualsiasi tela; costruire enormi puzzle mentali rincorrendo legami e collegamenti impossibili tra fatti ed eventi marginali, a grande componente di inspiegabilità, di mistero, ai limiti dell’incomprensibile.

Anche oggi mi sono alzato dal letto regolarmente, alla medesima ora di ogni giorno. Sono andato in cucina e una presenza mi ha scosso. Di fatto era tutto in ordine, proprio come sempre, però un alito leggero pareva sortisse da un corpo invisibile e immobile che mi osservava inespressivamente.

È sabato, oggi, e non devo andare a lavorare. Razionalmente lo so, ma il mio corpo si sveglia alla stessa ora di ogni giorno, nonostante quell’ora non mi faccia sentire troppo riposato. Così inizio a girare per casa, in modo inquieto, senza sapere bene cosa fare e a cosa dedicarmi. Il mio cane scodinzola ed evidentemente vuole uscire.
Albeggia, ed io sono già fuori, a respirare un’aria frizzante e pulita che nei giorni di lavoro mi pare sempre più pesante e viziata di oggi. Passeggio avanti e indietro per strade che costeggiano i giardini, ed il mio cane si attarda dietro a tracce di odori che lo tengono attento ed impegnato. Poi torno a casa. Mi sento stanco, e mi tolgo le scarpe. Poco alla volta le mie energie si attenuano, ed anche la mia voglia di fare repressa durante tutta la settimana si spegne lasciandomi inevitabilmente privo di idee e di pensieri.
Lentamente rientro nel letto e spengo la luce. Non so che ore siano, e forse neppure mi interessa.

Continua

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