SOLO FINO A UN CERTO PUNTO – IV

 

Storia di Brun Magnolfi, immagini di Giulia Tesoro

…continua da ieri

Oggi mi sono svegliato undici minuti prima che la mia radiosveglia iniziasse a spandere le sue note gracchianti della solita musica commerciale fuori sintonia. Ho cercato di fingere ancora di dormire in modo da non essere perfettamente cosciente del mio stato di sveglio, ma è stato inutile. Ho acceso una lampadina e ho tirato su il mio corpo solo parzialmente riposato. Mi sono ricordato di far scattare il meccanismo di spegnimento della radiosveglia e poi ho inforcato le pantofole.
Non ho trovato gli occhiali accanto al mio orologio da polso, così ho pensato fossero rimasti in cucina dalla sera avanti, come spesso mi capita, o sul bracciolo della poltrona, ma non era così.
Di là dalle tendine della finestra si intuiva l’approssimarsi dell’alba, e lontano, forse da sopra un albero, si sentiva il richiamo lugubre di un uccello notturno. Ho acceso la luce sopra ai fornelli di cucina ed ho aperto il frigorifero. Era buffa la realtà senza i miei occhiali: un senso di fastidio dato dalla incapacità ad avere un’immagine completa e ricca di dettagli, si alternava all’incompletezza fascinosa delle cose, più macchie di colore spruzzate in maniera casuale nel panorama casalingo, che oggetti completi e definiti nella loro immobilità e freddezza.
Pensavo ad una persona a cui avevo telefonato in sogno. Avevamo parlato di un piccolo favore che avrei volentieri voluto fargli, e scambiandosi reciproci complimenti ci eravamo messi d’accordo sulle modalità.
Poi ero stato colto da alcuni dubbi e lo avevo richiamato. Avevo di fatto scritto velocemente degli appunti sopra ad un taccuino, ma senza i miei occhiali non riuscivo a rileggere neppure nella mia scrittura. E così anche un’altra volta. Con le mie telefonate temporeggiavo continuando a pensare dove avessi potuto cacciare i miei occhiali, ma in questo modo non prestavo sufficiente attenzione a ciò che mi veniva detto.
In breve era come se continuassi ad avere certezze solo fino a che lui rimaneva all’apparecchio, a spiegarmi la sua idea. Mi appariva tutto chiaro e addirittura scontato fino al momento in cui rimanevo da solo a ripensare a ciò che mi era appena stato spiegato, e da allora nascevano in me masse di dubbi.
Appena abbassavo il telefono tutto appariva nebuloso, poco definito, senza i miei occhiali mi sentivo addirittura perso, e mi vedevo costretto a doverlo richiamare per avere dettagli, ulteriori spiegazioni, o addirittura per farmi ripetere ciò che mi era stato appena detto due, tre volte. Era come se dentro alla mia testa le istruzioni appena ricevute si confondessero tra loro, si amalgamassero anche ad altri pensieri che niente avevano a che fare con i primi, e la paura di non riuscire in modo completo e soddisfacente nei miei intenti diventava superiore a qualsiasi vergogna a farsi ripetere ancora la stessa cosa.
Alla fine iniziavo a stare male, tutto questo si trasformava in un tormento per me e per il mio conoscente, e immaginavo, nonostante le mie scuse, di essere capito male, come se cercassi un artifizio per evitare qualsiasi mio impegno. Intanto era tramontata qualsiasi gentilezza ed ogni complimento che ci eravamo scambiati inizialmente, e quella mia inconcludente richiesta di spiegazioni, pur intervallata da pause di qualche minuto, sembrava soltanto una posa ironica.
Poi arrivava inaspettato un cambiamento del tono di voce e del modo di parlarmi da parte sua: di colpo lui mise da parte il piccolo favore e tutto il resto di cui inizialmente aveva parlato, ed iniziò a trattare, come da conoscente della materia, dei comportamenti iterativi, dell’instabilità emotiva, di atteggiamenti mentali paragonabili a tic nevrotici, e le sue parole erano dette al telefono con calma, con modi estremamente tranquillizzanti. All’improvviso parlava in generale di un’attività psichiatricamente interessante, di disturbi comportamentali leggeri e curabilissimi, ma di una diagnosi da fare al più presto, e di analisi psicologiche da mettere in campo anche per amore della scienza.
Sorridevo tra me, e pensavo che per nessuna cosa al mondo avrei parlato dei miei occhiali, e di come riuscissero a farmi infilare quella continua serie di gaffe, di equivoci incredibili. Continuavo a sorridere Immaginando sedute ricorrenti e parziali obiettivi a cui mirare, cure infinite e inconcludenti, lunghi anni da trascorrere su lettini di analisti a parlare dei miei più reconditi segreti. Immaginavo magri e seri medici occhialuti in camice bianco a studiare i miei riflessi, a ponderare le mie risposte a domande trabocchetto, tortuose interrogazioni compresse di significati apparentemente camuffate da sciocchezze infantili.
Spariva l’uomo, il conoscente, le sue richieste di favori, le telefonate, e rimaneva solo il mio atteggiamento assurdo ed adesso drammaticamente serio, pur pilotato da quella sparizione inspiegabile dei miei occhiali, con quella mia incapacità decisionale superiore a qualsiasi immaginazione, quasi un gusto terribile e profondo dello stallo in cui verticalmente continuavo a cadere.
Dopo anni di studi sul mio caso immaginavo la mia rassegnazione ad un comportamento deviato, alla scoperta della calma e della stabilità mentale solo all’interno di quel mio perdurare con telefonate monotone e ricorrenti, quasi un’ossessiva ricerca della spiegazione ulteriore, del dettaglio da svelare, del superiore chiarimento, forse più certezza di gesto di qualsiasi altra concreta abitudine.
I miei occhiali erano in bagno, sopra il piano del lavabo, dove avrebbero potuto essere se non lì?

Ho sognato di nuovo di perdere i miei occhiali. Continuavo a cercarli dappertutto nelle stanze di casa, ma non ne trovavo traccia in alcun posto dove avrei supposto potessero essere, e ciò lasciava montare dentro di me un’enorme irritazione, sicuramente per il disagio della mia vista sminuita, ma anche di più per il fatto in sé, per quel ritrovarmi preda della casualità, come se io non fossi pienamente padrone neppure dei miei oggetti personali. Non sono abituato a perdere le cose, a non averne controllo, così la menomazione mi si è ingrandita, mi pareva addirittura di non riuscire a vedere le cose, di camminare e continuare a sbattere contro ostacoli a me ignoti.
A tratti mi pareva che il cielo, di là dalla finestra, fosse livido, uniforme, incapace di definire i confini delle nuvole, e soprattutto privo delle sfumature di colore che caratterizzano ogni alba. Immaginavo un mondo privo di dettagli e soffrivo della mia incapacità a cogliere i contorni e i particolari delle cose. Poi rimanevo in silenzio, con gli occhi fissi sopra una macchia di colore, e all’improvviso ascoltavo.
Piccoli rumori arrivavano alle mie orecchie in modo disordinato e improvviso, e per la prima volta me ne sentivo attratto, come se fossero loro, quei piccoli suoni, a rendermi i particolari delle cose. Ascoltavo un’automobile lontana che passava lungo la strada, il mio vicino di casa che si muoveva sul balcone, qualche folata di vento che faceva frusciare la siepe del giardino.
Starmene senza occhiali in fondo poteva essere anche una scelta, un modo per acuire gli altri sensi, per rendersi conto di altre cose, magari più recondite e nascoste del normale profilo degli oggetti. Avere un’immagine più ampia, più completa, e annullando i dettagli riuscire a cogliere l’interezza della realtà, senza quel perdersi ossessivo su particolari scollegati, su elementi singoli confinati ognuno nel suo isolamento.
Mi pareva un arricchirmi incondizionato, un elevarmi a opinionista oggettivo e obiettivo, proprio per quel fondere i particolari tra di loro, quel trascolorare ogni pennellata a vantaggio del quadro d’insieme, e in questo sforzo affinare un concerto di sensi tutti parificati nella composizione armonica di tutta la realtà. Poi mi sono svegliato, e i miei occhiali erano come sempre accanto alla mia radiosveglia.

Continua

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2 risposte a “SOLO FINO A UN CERTO PUNTO – IV

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