SOLO FINO A UN CERTO PUNTO – V

 

Storia di Bruno Magnolfi, immagini di Giulia Tesoro

…continua da ieri

Stamani è una giornata come tutte le altre. Non sono contento, ma neppure mi sento particolarmente triste. Mi sono svegliato presto nel silenzio assoluto della casa, ed adesso rimango ancora sotto alle coperte ad assaporare i miei pensieri che scorrono fluidi come sempre. Fuori, penso, sicuramente il freddo pungente avrà reso sgradevole la strada, i marciapiedi, i muri delle case ostili e squadrati nel buio della mattina invernale dall’alba lenta e ritardataria. Lontano, la campagna apparirà sicuramente biancheggiante della brinata della notte, e gli alberi scheletriti appariranno immobili e silenziosi come monumenti al freddo gelido e all’inverno. Sotto alle coperte il caldo del mio corpo si è scavato, durante tutta la notte, un guscio accogliente e magnetico, tanto da dilatare al massimo il momento in cui dovrò decidere di alzarmi dal letto.
Forse potrei isolarmi dal resto del mondo, penso, evitare di rispondere al telefono e staccare i fili elettrici dal campanello della porta. Potrei rimanermene da solo e tagliare via per qualche tempo i comportamenti rituali di ogni mattina. Non ho voglia di affrontare le piccole difficoltà di tutti i giorni, uscire di casa, raggiungere l’ufficio, scambiare i soliti buongiorno con le stesse persone di sempre.
Potrei fuggire, tanto per rompere di botto con quanti si aspettano da me lo svolgimento dei miei doveri di sempre. Sparire, ecco la parola giusta; senza portarmi dietro niente, se non i miei abiti con me stesso dentro. Arrivare in fretta alla stazione e salire sopra a un treno, senza destinazione prefissata.
Mi immagino il mare, in una giornata fredda ma piena di sole, oppure un piccolo paese di campagna, dove sedersi al tavolino dell’unico bar, e bere lentamente qualcosa leggendo i titoli di un giornale di provincia. Sulla spiaggia potrei trovare un cagnolino a cui fare le carezze, lo stesso che potrebbe venirmi dietro alla fine del paese di campagna, là dove dietro l’ultima casa si aprono le colline grigie e offuscate da una leggera foschia e dalla distanza.
Un’isola, piccola, appena accennata, sull’orizzonte di un mare calmo che mostra tutte le miglia di distanza che mi separano da là; oppure una chiesetta biancheggiante sopra un’altura senza niente di significativo. Uno scopo, un senso, una direzione verso cui guardare, a cui ispirarsi, e poi più niente, perché niente ha più importanza, nient’altro.

“Chissà cosa pensi di me. Di me che cerco di sfiorarti con le mie parole. A te che a volte mi sfiori in silenzio e non sai riconoscermi.” Così avevo scritto sopra ad un foglietto quadrato, ripiegato diverse volte su se stesso con cura, ed inserito di fretta, ma con grande attenzione, dentro alla leva del freno di una bicicletta da donna, proprio lì, attaccato al manubrio, che non ci fossero equivoci.
Sapevo esattamente quando sarebbe stato ripreso, riaperto, osservato in silenzio, con grande interesse, speravo, forse letto d’un fiato, con dolcissimo incanto. O almeno speravo talmente tanto che fosse stato così, da immaginarmi tutto per filo e per segno. Uscivo di casa, al mattino, che ancora doveva albeggiare, ed intorno osservavo le facciate delle case ancora offuscate di sonno. Mi muovevo con calma, proprio evitando la fretta, ed in breve comunque arrivavo davanti ad un portone ben chiuso, e ad una finestra che certe volte a quell’ora mostrava un chiarore di luce filtrante da dietro le persiane.
C’era un cortile, di fianco alla casa, e in fondo, appoggiata con cura al muro perimetrale, quella bicicletta celeste. Immaginavo una ragazza dolce, timida, ma allo stesso tempo decisa e risoluta. Mi sentivo felice di quella presenza, tante altre mattine ero andato a vedere se era lì, come sempre, magari posizionata in qualche altro modo. Immaginavo la fretta di un giorno o la maggior cura impiegata in un altro, quasi ne vedevo i comportamenti studiandone il risultato.
Era stato un giorno qualsiasi che mi era nata la voglia di dirle qualcosa. Neanche qualcosa di preciso, mi sarebbe bastato un segno, una traccia qualsiasi. Così avevo sistemato un fiorellino, strappato ad una piccola pianta che tenevo in cucina, proprio sopra al manubrio, e mi ero accorto così che la giornata era diventata migliore, serena, quasi gioiosa.
Il primo biglietto era arrivato più tardi, quando mi ero accorto che nessuna variazione nei giorni seguenti era stata apportata alla posizione della sua bicicletta. Se non c’erano risultati tangibili, avevo pensato, non c’erano però neppure atteggiamenti di ostilità. Una domenica di sole mi ero attardato lungo il marciapiede di fronte con la scusa del cane, ed avevo aspettato il momento in cui era uscita di casa, ad una distanza di qualche decina di metri, così l’avevo osservata, catturando per me ogni piccolo gesto dei suoi movimenti. Non aveva guardato verso di me, e questa era la cosa importante.
Qualche mattina passando da lì mi ero sentito ridicolo, triste, ma non vi avevo dato gran peso. Così ogni tanto mi tornava la voglia di scriverle un pensiero, e in certi momenti questo mi pareva bellissimo. Mi sentivo felice di quel mio comunicare, e forse non c’erano neppure altre intenzioni tra i miei desideri. Però stupendo era quel manifestarsi, quel cercare un canale di scambio così esile e soffuso da non avere quasi alcun peso. In fondo non aveva proprio importanza per nessuno se io lasciavo un segno di me ogni tanto, solo per lei poteva essere qualcosa, ed io speravo tanto lo fosse.

Questa mattina ho sentito la campana di una chiesa che rintoccava per cinque volte. Ho aperto gli occhi ed ho pensato che potevo permettermi di rimanermene nel letto ancora qualche minuto, così ho cambiato posizione e sono tornato a chiudere gli occhi. Solo quando la mia radiosveglia ha iniziato a gracchiare ponendo fine a quel dolce limbo mi sono reso conto di una stranezza. Non ci sono campanili né chiese vicino casa mia, e non avevo mai sentito prima suoni di campane dalla mia camera.
Ho sorriso pensando di essermi sognato tutto quanto, ma anche dopo che mi sono alzato dal letto ho continuato a provare un soffuso senso di disagio. Possibile non avere coscienza di un fatto concreto? Possibile non riuscire a delimitare il confine tra la realtà e la fantasia? Superficialmente concludevo tra me che non c’era da dare molta importanza a tutto questo, era sufficiente esserne al corrente, ma di fatto un’inquietudine costante manteneva l’argomento in primo piano tra i miei pensieri.
Se mi era possibile sognare una cosa come vera, pensavo, allora era anche possibile farne una costruzione mentale più spessa e articolata, addirittura trovarne un senso, una logica spiegazione; era possibile inventare di sana pianta un mondo intero di piccoli e grandi elementi articolati che dessero addirittura un significato a ciò che sicuramente era più vero, la realtà, ma non così vicino ai miei gusti e ai miei desideri, come i miei sogni e le mie fantasie.
Il mio cane mi aveva osservato in silenzio, poi aveva sbadigliato, ma in maniera composta, stirandosi e aspettando qualcosa da quel risveglio. Era difficile dire quanto sarebbe stato facile neutralizzare tutto quanto sotto un mantello di normalità. Di fatto mi pareva sconcertante pensare che i miei spazi fossero inventati, che le mie piccole abitudini di ogni giorno si fossero poco a poco piegate alle mie fantasie, fino a risultare significative e importanti solo per me, all’interno di un microcosmo solamente mio.
Il mio solito bicchiere di latte freddo stentava a sciogliere lo zucchero che vi avevo immerso, ma anche se cercavo di osservarne i risultati con curiosità, di fatto sapevo benissimo che anche quello era un gesto rituale, di ogni mattina.
Curioso immaginare di poter vivere all’interno di un piccolo mondo costituito di elementi simbolici, ma mentre pensavo a quanto potesse essere normale questo comportamento, al contempo iniziavo a provarne un sempre maggiore disagio, quasi paura. Era come se sapessi d’improvviso che tutto attorno a me fosse poco a poco stato piegato ai miei voleri, fino a perdere consistenza di realtà e di concretezza. Forse avrei dovuto immediatamente aprirmi ad un’autocritica forte e rigorosa su questi temi, fino a ritrovare un senso più comune, ma questo mi pareva un compito enorme, faticosissimo, pieno di insidie fatte di depressioni e di abbattimenti. Il mio mondo di ogni giorno mi cullava quanto il caldo del mio letto, come era possibile abbandonarlo, svuotarlo dei propri contenuti, eliminarlo come fazioso e inconcludente?
Forse, al contrario, avrei dovuto spingere tutto quanto fino alle estreme conseguenze, avrei dovuto costruire un mondo ben più imponente e articolato, perché così richiedeva la mia personalità, così richiedeva il mio volere profondo, la mia necessità di vita. Solo pensare ai miei piccoli vizi di ogni giorno spostava immediatamente la mia attenzione verso un magico oblio del quale probabilmente non sarei riuscito a fare a meno, tanto valeva saperlo e basta, e andare avanti così fino a costruire un sistema intero, completo e perfetto, che mi permettesse l’allontanamento da ogni infelicità.
Però sapere che tutto quanto rimaneva comunque fittizio e sorretto soltanto dalla mia personalità e dal mio pensiero, ne faceva cosa di poco conto, perlopiù elemento senza importanza. Ma era comunque la mia vita in ballo, e se tutto questo ne permetteva uno scorrere più leggero e sereno, non poteva essere poco importante. E in ogni caso, anche volendo con tutte le mie forze eliminare questa parte di me, ero cosciente che questo sarebbe stato impossibile.

Continua

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