SOLO FINO A UN CERTO PUNTO – VIII

 

Storia di Bruno Magnolfi, immagini di Giulia Tesoro

…continua da ieri

Stamani mi sono svegliato presto, quasi di soprassalto, con un senso di disagio che pareva non mi avesse abbandonato mai durante il sonno. Ho aperto leggermente gli occhi senza muovermi, e nel buio della mia camera da letto ho avuto l’impressione netta che qualcuno fosse lì, in piedi, nella stanza, fermo ad osservarmi. Non ne ho avuto paura, ma mi sentivo determinato a conservare per me qualcosa che in ogni caso non avrei voluto mostrare. Potevo prendere tempo, ma ad un certo punto avrei dovuto alzarmi, accendere la luce, evidenziare che mi ero accorto della presenza.
Continuavo a starmene immobile, fermo nel letto e coricato su di un fianco, voltato dalla parte del comodino. La radiosveglia mostrava in luce rossa le cinque e dieci, ed ancora avevo qualche tempo prima di alzarmi. Nessun rumore arrivava, ed io sarei rimasto volentieri ancora in quella posizione prima di fare qualsiasi movimento, se non fosse stato per quella presenza che mi agitava profondamente.
Ho chiuso gli occhi ed ho immaginato potesse dissolversi, non tanto per magia, quanto per la mia forte determinazione, una specie di prolungamento della mia volontà così potente da eliminare alla radice i miei disagi. Ho pensato a lungo e mi sono concentrato sulla mia capacità d’essere e di volere. In certi casi i poteri della mente possono essere enormi e sconosciuti, ed io ho richiamato dentro di me tutto ciò che potesse servirmi per scacciare ciò che era per me disagio, afflizione, incongruenza con le mie abitudini.
Quando sono tornato con la mente a riosservare la staticità della stanza, la presenza era ancora lì, immobile come prima, solo che adesso era come metabolizzata dall’armadio, dai mobili, dalle pareti stesse, e solo vagamente rimaneva estranea alla mia camera da letto. Io stesso, oltre agli oggetti, pareva tollerassi molto meglio la nuova situazione, ed anche se i miei occhi non riuscivano a scrutare nel buio ciò che soprattutto mi giungeva sotto forma come di un alitare leggero e caldo nella stanza, mi sentivo tranquillo, conscio di avere la situazione in pugno, sotto il mio controllo.
Per qualche attimo ho chiuso nuovamente gli occhi, e subito un sonno profondo e intenso mi ha portato via, fasciandomi la mente con sogno rapidissimo e insensato, quasi una serie di immagini proiettate sopra alle pareti del mio cervello in rapida sequenza. Ad un tratto quelle immagini diventavano dei dipinti veri e propri, ed in un corridoio lungo ed austero di una galleria d’arte desueta, osservavo il divenire di uno stesso quadro che progrediva trasformandosi, andando ad inserirsi nella cornice successiva dopo aver subito piccoli ritocchi e cambiamenti.
Guardavo meglio e vedevo un gruppo di persone sopra la riva di un lago, in silenzio, che camminava ognuno per proprio conto, e in mezzo a loro io stesso, molto anni addietro, quasi un ragazzo, con un’espressione triste e rassegnata. Nelle tele successive la scena cambiava poco: ognuno continuava a muoversi per proprio conto, e anch’io cercavo di fare come gli altri. Non avveniva niente di essenziale, neppure si capiva verso quale direzione si dovesse immaginare quel progredire della scena.
Così chiedevo qualche spiegazione al guardiano della galleria che se ne stava in piedi da una parte, ma faceva segno con grande serietà che non era possibile parlare, era doveroso rispettare il massimo silenzio. Uscivo, ma la luce di un cielo bianchissimo velato di una sottile foschia dietro alla quale si immaginava il sole, mi accecava gli occhi, lasciandomi da solo nel forte chiarore del giorno.
Aprendo gli occhi la stessa sensazione di abbagliamento rimaneva dentro di me, come fossi riuscito a trasportare un oggetto da una dimensione all’altra, e dopo avere velocemente acceso la luce del comodino ed essermi guardato attorno in ogni angolo della mia camera da letto, trovavo finalmente la certezza di essere da solo.

Non sono più passato davanti al cortile della bicicletta da molto tempo. Non che l’argomento mi sia diventato indifferente, anzi, mi costa molto tenere questo atteggiamento; piuttosto cerco di trovare dentro di me uno sforzo di volontà che mi faccia sentire ancora capace di scegliere e di desiderare. E’ come se tenessi dentro di me una possibilità talmente vera e importante che da sola è quasi sufficiente a farmi sentire bene, vivo, aperto alle possibilità che ogni pur piccola porzione di futuro può offrirmi.
A volte è come se mi staccassi da me stesso, e alzandomi in volo sopra ai tetti delle case fino ad abbracciare tutto il quartiere, individuassi me stesso che cammina sopra al marciapiede ad una distanza di poche decine di metri da quel cortile. Nel mio pensiero questo avviene contemporaneamente all’uscita di casa della ragazza: lei scende le scale con passo veloce, apre il portone facendo scattare la serratura, arriva nello stretto cortile e si guarda rapidamente attorno. Poi arriva alla sua bicicletta, la osserva per una frazione di secondo e constata concretamente ciò che aveva già notato arrivando, ma che ancora poteva essere una svista: non ci sono biglietti, neppure oggi, ed un leggero moto di delusione del quale non sa dare conto la prende di nuovo, pur lasciando in aria un filo di speranza.
Tutto avviene come ogni giorno, ed ogni gesto ha un suo metodo ed una sua finalità. Il mio cane non mi pare troppo contento di quel leggero cambio di itinerario, visto che non stiamo più andando al solito giardino, però si adegua a ciò che io propongo senza mostrarsi contrariato. In realtà non sono ancora riuscito a trovare cosa scrivere su un nuovo biglietto che vorrei lasciarle al freno della bicicletta. Non è facile dire qualcosa che ogni volta abbia il sapore della novità, che sia delicato come vorrei che fosse, e che conservi un certo stile. In fondo non la conosco, non so quali siano i suoi pensieri, le sue attese.
Oggi è una giornata come tutte le altre, penso, non succederà niente di importante, neppure se volessi. Ripercorro i miei soliti pensieri come itinerari consueti, e mi sento nella mia solita posizione di stallo, in cui per prendere qualche pur piccola decisione dovrei procurare una piccola violenza ai miei modi di essere, per cui lascio che le cose scorrano senza alcun intoppo. Mio padre e mia madre non avrebbero certo nulla da dire, e questa sensazione, invece di rassicurarmi, mi agita, non so perché.
Continuo a fare i soliti giri attorno al quartiere ma poi, qualcosa mi sorprende. Velocemente rientro in casa con una folgorazione in testa che pare lasciarmi senza fiato. All’improvviso voglio sapere tutto di lei, il suo nome, i suoi gusti, le sue preferenze, le sue scelte; dov’è che va ogni giorno con la sua bicicletta, quali sono i suoi orari, tutto, anche se questo significa andare a casa sua, presentarsi, farsi riconoscere, oppure pedinarla, starle dietro ogni giorno per intuire i suoi pensieri, i suoi comportamenti, tutto.
Mi viene l’affanno a pensare tutte queste cose assieme, ma quando arrivo al mio portone di casa mi calmo. Non c’è motivo, penso, per tutto quel veloce circolare di sangue nelle vene, posso pensare con calma tutto quanto e trovare la soluzione migliore, quella moderata, senza colpi di testa. Entro in casa e mi viene già da sorridere: non avrei mai fatto niente di ciò che avevo pensato, e se lo avessi fatto avrei sciupato tutto, ero sicuro.
Allora mi siedo al tavolo della cucina dopo aver preso un quaderno ed una penna. Con le forbici ritaglio un piccolo foglietto, ma subito lo straccio. Ne piego un altro delle stesse dimensioni e lo strappo lungo le piegature: va già molto meglio.
“Ciao. Ti voglio bene”, scrivo. Non riesco a dire altro, a dirle niente. Piego il foglietto diverse volte fino a farne un involtino delle dimensioni di un grosso francobollo e lo ripongo velocemente nella tasca della giacca. Va già bene, è già una prosecuzione precisa dei miei desideri.

Continua

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