SOLO FINO A UN CERTO PUNTO – IX

 

di Bruno Magnolfi, immagini di Giulia Tesoro

…continua da ieri

Continuo a dormire e forse sogno. Nei sogni il prigioniero è libero e il re perde ogni sua potenza. Il silenzio della notte che avvolge le case è una culla magica dentro la quale lievitano pensieri fantastici, senza connessione con ciò che siamo veramente.
Mi ritrovo dentro ad una chiesa e sul fondo c’è un pianoforte a disposizione di chi vuole suonarlo. Attorno ci sono diversi ragazze e ragazzi convinti di saper suonare e che ridendo e parlottando strimpellano qualcosa sopra alla tastiera. Penso che mi piacerebbe tanto saper suonare bene per dar loro una lezione, ma non è così. In fondo alla chiesa, superando il pianoforte e il gruppetto di ragazzi chiassosi, si passa per una porta e si attraversano alcune stanze. Poi si sale per qualche scalinata angusta, e tramite una a chiocciola si raggiunge una piccola ma alta piattaforma che domina il paese e il fiume che l’attraversa.
La piattaforma non ha senso: è un semplice quadrato di cinque o sei metri di lato senza alcuna ringhiera o parapetto, e il senso di vertigine che provoca è forte. Guardo il fondo del paese, dove finiscono le case e la campagna verdeggia di campi coltivati e alberi in file regolari. Conosco una persona che quando parla della sua campagna si commuove, ma adesso non ricordo neppure come si chiami.
Non conosco neppure quel paese, però ne sono attratto, vorrei tanto poter dire che vi sono nato, o che vi ho vissuto l’infanzia e dei momenti belli e spensierati. Torno a scendere le scale svogliatamente: vorrei starmene lì a lungo, osservare il cambio dei colori del paesaggio durante lo scorrere del giorno e della luce del sole.

Anche stamani mi sono svegliato presto, dopo aver dormito profondamente per circa tre ore. Ho pensato che avevo tanto tempo prima di alzarmi, e questo mi ha fatto stare bene. La mia non è un’insonnia vera; probabilmente le poche ore di sonno sono sufficienti a riposarmi. Però quando mi sveglio non so come impiegare il tempo, e questo mi crea angoscia.
Il letto rimane una calamita fortissima che difficilmente riesco ad abbandonare, e d’altronde non saprei proprio cosa fare girando per casa a quell’ora con la vestaglia stretta sul pigiama e le pantofole ai piedi. A volte ho provato a leggere qualcosa, ma mi sono sempre sentito così sciocco che ho smesso quasi subito. Ma forse stamani è diverso, ho pensato.
Ho inforcato i miei occhiali ed ho aperto un vecchio quotidiano rimasto sopra al comodino chissà da quanto tempo. Ho scorso qualche vecchio titolo senza interesse, poi ho provato un brivido. Mi sono vestito in fretta e sono uscito. Fuori era ancora notte, ma io mi ero fatto scivolare nelle tasche una piccola torcia elettrica. In fretta ho raggiunto il cortile della bicicletta dove qualche giorno avanti avevo lasciato il mio biglietto, ed ho osservato a lungo e con una certa soddisfazione che il mio biglietto era stato rimosso, non c’era più.
Ho girato attorno alla bicicletta un paio di volte, poi ho acceso la torcia per osservare meglio i dettagli. Per terra, leggermente coperto dalla ruota, c’era un foglietto, uno scontrino rilasciato da un negozio a comprova di qualche acquisto fatto da qualcuno, un elemento normalmente senza alcuna importanza, ma che ai miei occhi è subito apparso estremamente interessante. Intanto non c’era alcuna cifra a testimoniare un pagamento effettuato da un cliente del negozio, ma solo una fila di zeri accanto alla voce “totale”; e poi, soprattutto, era riportato il nome e l’indirizzo dell’esercizio: “Luisa – Abbigliamento da donna”, risaltava in grassetto nella parte alta, e nel rigo sottostante l’indirizzo del negozio.
Frettolosamente ho messo lo scontrino in tasca, ho spento la torcia e mi sono incamminato velocemente verso casa. Non so bene cosa mi vorticasse nella testa, ma all’improvviso un tumulto forte e irresistibile mi prendeva. La ragazza della bicicletta forse svolgeva lavoro di commessa, oppure era in qualche modo legata a quel negozio, e se questo fosse stato vero, allora non era un caso quello scontrino a terra: era una traccia messa per me, per indirizzarmi verso di lei.
Sono rientrato velocemente in casa, ed una volta accesa la luce di cucina sono tornato ad osservare ciò che avevo trovato: un sottile senso di imbarazzo pareva prendere campo dentro di me; non riuscivo neppure a mettere a fuoco la cosa migliore da fare, anzi, una parte di me pareva quasi voler fuggire da quelle possibilità che forse mi erano offerte.

Stamani mi sono svegliato di soprassalto. Ho immediatamente preso coscienza che era domenica, non dovevo andare a lavorare né in nessun altro posto, non avevo appuntamenti, potevo prendermela comoda; eppure un senso vago di angoscia mi spingeva a rimanermene malvolentieri sotto alle coperte del mio letto, pur non avendo cose particolari da fare se non occuparmi di me stesso e della mia abitazione.
Sentivo il mio cane in cucina che beveva l’acqua con la lingua dalla sua ciotola, e mi sentivo riconoscente di quel rumore familiare e vivo, quasi incoraggiante. Con un leggero sforzo mi sono alzato, ho inforcato le pantofole e la vestaglia, ed ho raggiunto la cucina. Il cane mi ha guardato ed io gli ho fatto un complimento. Poi mi sono sentito triste.
In fondo credo che niente nella mia vita mi sia mai andato particolarmente bene. I piccoli traguardi che sono riuscito a raggiungere, lavorare, avere una casa mia, possedere un cane, mi sono costati sacrifici, forse anche superiori a ciò che sarebbe stato possibile ipotizzare. Non mi sono mai legato a nessuno, forse per diffidenza, forse per il gusto forte e profondo di starmene da solo; e questo forse chiude già la strada a tante piccole gioiose emozioni.
Ma quante innumerevoli volte ho continuato a ripercorrere questo pensiero restando ogni volta in equilibrio tra la vita solitaria che conduco e quello spingermi in fuori, verso gli altri, che reputo fondamentale per una vita completa, e che è sempre mancato tra le mie inclinazioni. Questo rimanermene sdraiato alla domenica mattina, senza nessuno di cui occuparsi veramente, senza la ricerca continua e spontanea di un miglioramento della relazione, del risolvere dolcemente e con slancio i piccoli problemi e le normali ansie di ogni giorno, ebbene, alla lunga diviene insopportabile, anche se fortunatamente solo in certi giorni. Io mi alzo, svolgo i compiti quotidiani di sempre quasi senza pensarli, e mando avanti un giorno dietro all’altro, quasi senza distinzioni.
La segretaria del mio capoufficio con la quale a volte condivido un caffè di fretta al bar del piano terra è sposata ed ha due figli. Certe volte mi parla della sua vita coniugale, e se non sembra esattamente una persona felice, anche se lei dice di esserlo, almeno è sicuramente una persona molto occupata. Non invidio niente di quello che mi racconta, però lei è sicuramente una persona molto diversa da me.
A volte mi pare di essere arrivato ad un punto senza ritorno, come se le mie decisioni da questo momento in avanti non fossero più libere, ma obbligate dalle condizioni costruite giorno dopo giorno dai miei inconsapevoli comportamenti. Forse è proprio questo ciò che normalmente mi accade, ma preferisco non pensarlo perché mi pare terribile.
Il mio cane si accuccia vicino a me e a volte mi guarda forse cercando di intuire il filo dei miei pensieri. Probabilmente vorrei che qualcuno mi indicasse dove sta la mia fonte d’errore, dove il motivo della mia costante inquietudine, ma non saprei cosa dire di me, da che parte iniziare per spiegare la mia vita, le mie giornate, il mio riflettere incessante. La mia solitudine spesso mi fa perdere di vista valori importanti: rimango ad assistere passivo lo scandire del tempo dato dalle mie piccoli abitudini, ma voglio che restino così solo le cose del passato, ciò che ormai non riuscirei più a cambiare, il resto, ciò avviene adesso o che avverrà nel futuro, dovrà essere diverso, mai più elemento di acritiche consuetudini.
A volte sogno di dovermi sottoporre a degli esami, situazioni in cui oscure commissioni di esperti fanno domande ambigue e indagatrici cercando di sondare il grado della mia preparazione, ed è il non riuscire a capire cosa effettivamente gli altri si aspettino da me l’elemento più doloroso nei miei pensieri. Nel mio sogno mi sento succube completo delle domande oziose che affiorano da dietro imperiose scrivanie, ma dentro di me sento di poter ancora contare su qualcosa che mi fa sfuggire a questa morsa.
In qualcosa sono superiore a tutto quello che mi trascina contro la mia volontà, e riesco, grazie a quel qualcosa, ad essere me stesso, non completamente spersonalizzato come si vorrebbe fossi. E’ come nuotare dentro ad una corrente alla quale non posso far fronte, cosciente però di avere legata attorno a me una cima ben salda assicurata ad una riva capace di sostenermi e di salvarmi. I miei sogni si imbrogliano sempre quando tento di arrivare all’epilogo della situazione, e tutto quanto pare capovolgersi senza far mai risultare né vincitori né vinti.
In fondo ogni giorno vorrei essere diverso, ma questo desiderio si spegne velocemente, alle prime monotone azioni e ai primi pensieri di ogni mattina. E’ troppo semplice lasciarsi trascinare sul terreno più familiare, quello dove ci si muove senza necessità di critica, dove si percorre ad ogni chiusi il solito sentiero, e l’abitudine è padrona di ogni azione. E’ durante la notte che tutto sembra orribile, e i desideri sembrano leggeri, a portata di mano. E quando sogno sono libero.
Sto bene quando penso di aver assolto i miei compiti; soffro quando non so più quali siano i miei compiti. Esco di casa, respiro l’aria fresca della sera mentre il mio cane annusa ogni odore interessante si presenti, ed io sono tranquillo, posato in mezzo ai piccoli valori delle persone che normalmente mi assomigliano. Poi torno a casa, sposto il mio punto di vista, e tutto crolla mostrando risultati angoscianti e menzogneri. Vorrei tante altre cose che non ho, ma assolutamente non saprei proprio come fare per averle.
Mi convinco che l’apice di tutto sia non accettare acriticamente ciò che mi piace, o che mi fa piacere, ma poi ritengo non sia possibile vivere immerso nell’acredine di chi svolge un ruolo ordinariamente apatico, oppure odioso, anche per se stesso.

Continua

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2 risposte a “SOLO FINO A UN CERTO PUNTO – IX

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