SOLO FINO A UN CERTO PUNTO – XI

di Bruno Magnolfi, illustrazioni di Giulia Tesoro

…continua da ieri

Per recarmi in ufficio prendo l’autobus. D’inverno è notte quando arrivo alla fermata a qualche centinaio di metri da casa mia. Ci sono sempre due o tre persone che arrivano alla fermata prima di me, quasi sempre i soliti. L’ultimo marciapiede lo attraverso rallentando il passo. Si vede tutta la prospettiva della strada da dove arriva il mezzo pubblico, così non c’è nessun motivo per raggiungere in fretta il resto dei passeggeri. Penso che gli altri mi abbiano notato in tutti questi anni, non vorrei dover parlare con qualcuno..
In genere, già nel momento in cui sto per uscire di casa mi immagino la strada che porta alla fermata dell’autobus, e quelle solite due o tre persone immobili nella foschia notturna. A volte guardo la mia porta di casa ancora chiusa e penso a quel diaframma che mi divide da tutto ciò che sta aspettandomi. L’autobus è sgradevole e rumoroso, e fuori dai finestrini scorrono le case. Mi immagino nell’atto di uscire dal portone e mi appaio come una persona anonima tra le tante che svolgono attività tanto ordinarie da apparire indistinguibili.
Quando sono ancora in casa penso a tutto questo e a volte mi sembra tutto assurdo, inutile. Ma è fino a che sono ancora tra le mura della mia casa che mi sento ancora forte, sicuro del mio essere, dei miei gesti, del mio poter pensare. Tutto questo è un lampo dietro ai miei occhi mentre il mio risveglio inizia a martellarmi come ogni mattina, quando la mia radiosveglia è ancora lontana dal segnare l’ora in cui devo alzarmi dal letto. Vedo la mia giornata scorrere, e mi immagino possa essere diversa, ricca di qualcosa che non so intuire cosa sia, ma che vorrei.
Odio profondamente quelle solite due o tre persone che stazionano alla fermata dell’autobus al mattino. Ti osservano ma senza insistenza, abbassano gli occhi e muovono qualche timido passo da una parte o dall’altra del marciapiede. Quando arriva l’autobus sporgono una mano per farsi vedere dall’autista, come se ognuno fosse solo, indifferenti al fatto che un autista d’autobus solo se avesse perso la ragione potrebbe ignorare un capannello di persone sotto alla sua fermata.
Forse pensano qualcosa, si formano delle opinioni, sicuramente sono anche pronti a deprecare moderatamente chiunque non sia o non si senta esattamente come loro. Quando saliamo sopra l’autobus spariscono, inghiottiti dall’eterogeneità dei passeggeri. Da dentro casa mia, solo il forte rumore dell’autobus che accelera lungo la strada vicina, carico di gente, mi fa venire i brividi. Certi giorni mi siedo accanto al finestrino e cerco di ignorare tutti. Ma mio padre e mia madre non me lo permettono, e mi chiedono di alzarmi e di lasciare il posto ad un anziano, a una signora, ad una donna con il pancione da gravidanza. Mi sento toccare, strusciare, ed ho il ribrezzo di tutto quel contatto.
E’ la mia radiosveglia che si accende, sintonizzata sempre su stazioni radio casuali, che fa la differenza della mia giornata; il resto lo avverto come un ingranaggio meccanico che si muove indipendentemente dai miei pensieri e dalla mia volontà. Il mio cane mi guarda evitando opinioni, ed anche lui svolge regolarmente la sua parte..

Stamani sull’autobus c’era la solita gente, e anche in ufficio, evidentemente. A metà mattinata il mio capo mi ha visto e mi ha fatto cenno di seguirlo nel suo ufficio. Il mio lavoro si è fatto spreciso, diseguale, a volte pieno di errori, dice. E’ costretto a trasferirmi ad altre attività, dove la mia incoerenza lavorativa e la mia sbadataggine non possano avere ripercussioni gravi. Lo sto ad ascoltare senza grande interesse. In fondo me lo aspettavo.
Esco dal suo ufficio con gli occhi bassi e mi metto immediatamente a liberare i cassetti della scrivania. D’ora in avanti la mia stanza sarà quella dell’archivio, proprio in fondo al corridoio, niente scrivania, solo un piccolo scrittoio, una sedia e un paio di mobili di metallo con le schede. Tutto sta prendendo una piega che porterà anche ad altri cambiamenti, ma nonostante quanto possa cercare di resistere, forse è un processo inevitabile, penso. Mia madre e mio padre arriccerebbero il naso di fronte a tutto questo, senza dirmi niente mi farebbero sentire estremamente in colpa. Anche se io oggi non mi sento così

Ieri mi sono alzato dal mio letto come faccio ogni giorno. Mi sono lavato nel bagno poi ho cercato i miei vestiti e li ho indossati, come sempre. Ho trafficato in cucina con il latte, lo zucchero e i biscotti secchi, proprio come ogni giorno. Poi ho scostato la tendina ed ho guardato fuori l’aria della notte che lentamente svaporava lasciando spazio ad una debolissima alba nascente. Tutto uguale ad ogni giorno.
Ma quando mi sono seduto per un attimo al tavolo della cucina ho sentito dentro di me qualcosa di diverso. I miei pensieri erano i soliti, ma era come se cercassi con la normalità di ogni giorno di coprire qualcosa, di evitare a me stesso l’incombenza di affrontare un argomento difficile. Sapevo che cos’era, ma il solo pensarci mi costringeva a prendere delle decisioni, fare delle scelte, e questo era proprio quanto avrei voluto evitare.
Oggi, poi, mi sono svegliato di nuovo con la stessa sensazione che mi è apparsa anche sotto forma di un sottile dolore alla schiena. Ho cercato di muovermi flettendo il busto, ho ruotato velocemente le spalle e le braccia, ho piegato il collo e la testa in ogni direzione possibile, mi sono chinato in avanti cercando di sfiorare i piedi con le dita, poi ho maturato una specie di affanno sgradevole che mi ha fatto sentire uno stupido dentro al suo pigiama da notte.
Dovevo andare al negozio indicato sopra lo scontrino, non esisteva alcuna alternativa. Ho sorriso dello stato nervoso che mi provocava il dover prendere una decisione del genere, poi mi sono vestito ed ho cercato di pensare ad altro. Quando sono uscito di casa era già l’ora giusta per l’autobus, ma una corrente elettrica insidiosa e rapidissima ha attraversato tutto il mio corpo in un attimo. Non mi sono guardato attorno, forse poteva essere accaduto un cataclisma durante la notte, macerie in strada e cadaveri dappertutto, ed io probabilmente non me ne sarei neanche accorto. In un momento ho percorso la strada, quasi correndo, non avevo alcun bisogno di pensare, tutto mi arrivava come un istinto, come se per tutti quei giorni non avessi avuto altra attrattiva che quella, quasi che l’acqua contenuta dalla diga crollata avesse preso naturalmente il suo corso, la via più breve verso valle, e sono arrivato al cortile dove la bicicletta se ne stava lì, come sempre, senza alcuna variazione.
Non posso evitare di recarmi in ufficio, almeno questa mattina, ho pensato, nonostante il mio affanno, nonostante il mio evidente malessere, ma con lo stesso slancio che mi ha spinto fino a qui, con lo stesso coraggio che mi ha fatto infilare i messaggi sotto al freno della bicicletta, ho deciso di chiedere un semplice permesso di lavoro, la cosa più stupida del mondo, e il giorno seguente chiarire tutto quanto era possibile.

La giornata, da quel momento in avanti, è scorsa come sempre, incappucciata nei doveri quotidiani costituiti da un impegno minimo e da una frequente osservazione delle variazioni delle lancette dell’orologio. La segretaria del capoufficio non ha cercato di evitarmi anche se ha tenuto un contegno molto serio con me, così sono andato a prendermi un caffè, a metà mattina, da solo, ma senza alcuna ansia. Mi sentivo addirittura sollevato per come le cose stavano sistemandosi. Era come se gli assestamenti che stavano verificandosi, scongiurassero la possibilità di ritrovare tutto ancora invariato, e questo, a parte il nervosismo dato dalla mia inerzia naturale, alla fine mi sembrava positivo.
Per la mia giornata libera nell’ufficio ragioneria si disse che non c’erano problemi, ed anche questo era un tassello della costruzione nascente, un altro elemento naturale che si aggiungeva al resto senza strappi, come la lenta mutazione dei colori del cielo durante una giornata. Più tardi uscii dal lavoro e tornai a casa con l’autobus. Il mio cane mi aspettava paziente come sempre, così presi il guinzaglio per portarlo a fare il solito giro. Ero libero il giorno seguente, potevo alzarmi tardi, girare in pantofole per casa, ascoltare la radio con completa indifferenza per le segnalazioni dell’orario. Avevo un appuntamento in centro, ma potevo aspettare qualsiasi momento buono per andarvi.

Durante la notte un sogno leggero ha tenuto compagnia ai miei soliti pensieri. Una senso di positivo e di sorridente sprizzava dal mio sogno, ed anche quando sono apparse le figure del mio precedente datore di lavoro assieme alla ragioniera e al figlio del capo, persone che mi avevano portato quasi all’esaurimento nervoso quando svolgevo presso di loro mansioni di magazziniere, non ho provato il senso di angoscia che avrei immaginato.
Anzi, tutti si sono dimostrati gentili e carini nei miei confronti, chiamandomi con il mio nome e sorridendomi. In fondo mi sentivo un po’ eroe di una storia, protagonista di qualcosa che trovava il suo senso via via che veniva prodotto, Non so se tutto questo affanno era imparentato con una certa particolare soddisfazione, però ero contento di essermi messo su una via senza ritorno, cioè un percorso che mi stava portando da qualche parte da dove non avrei mai rimpianto ciò che ero stato.

Continua

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