SOLO FINO A UN CERTO PUNTO – XII

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di Bruno Magnlfi, illustrazioni di Giulia Tesoro

…continua da ieri

La mattina è iniziata come sempre, ed io ho perso tempo in qualcosa che neppure ricordo. Quando sono uscito di casa mi sentivo un po’ confuso, però ero deciso ad andare fino in fondo ai miei propositi. Ho preso l’autobus e sono sceso in centro. Ho percorso una strada, poi ho girato a destra ed ho camminato ancora per qualche centinaio di metri. C’erano molti negozi nella zona, e quando assieme ad altra gente sono confluito nella strada verso cui ero diretto, non riuscivo a rendermi conto se avrei dovuto andare a destra o a sinistra.
Mi sono guardato attorno con la mia naturale incertezza, ho girato su me stesso, ho scorso rapidamente i nomi sulle insegne ed ho visto che il negozio era lì, a cinquanta metri da me. Le sue vetrine erano enormi, e diversi manichini erano stati immobilizzati in gesti sciocchi, con i loro bei vestiti perfettamente stirati e innaturali. Mi avvicinavo lentamente mentre venivo sfiorato da altre persone, e dietro ai manichini iniziavo a vedere clienti e commessi che si davano da fare all’interno del negozio.
Non avevo un disegno, non sapevo cosa avrei dovuto fare veramente, soltanto una volontà forte e decisa mi spingeva, quel qualcosa di nuovo che non avevo mai riconosciuto fino ad allora tra i miei comportamenti. La grande porta di vetro si era aperta almeno un paio di volte mentre la osservavo, lasciando in aria un piacevole suono soffocato. Mi sono accostato alla prima vetrina ed ho osservato cercando di assumere un atteggiamento distaccato.
Lei era lì, stava parlando con dei vestiti tra le mani, e sorrideva. Non so se volevo mi vedesse, ma lei era troppo impegnata con il suo lavoro, non c’era neppure questa possibilità. Poi si è mossa, ha detto qualcosa con un gran sorriso ed è sparita nel retro. Quando è tornata aveva ancora quel suo sorriso che subito si è trasformato in una risata leggera, che non potevo sentire, ma che immaginavo tutta dalle espressioni del suo viso.
Ho mosso qualche passo lungo la strada con indifferenza affettata, ho osservato qualche altra cosa, poi sono tornato indietro. Quando sono entrato nel negozio l’ho fatto seguendo una volontà non mia, come se fossi spinto inspiegabilmente da qualcosa o da qualcuno. Mi sono diretto verso di lei e ho detto buongiorno, interrompendo il suo sorriso per un attimo e facendomi notare in tutta la mia goffaggine.
Lei ha detto: “…un attimo signore, vengo subito da lei”, ed io mi sono sentito felice di essere almeno considerato un cliente come gli altri. Ma non ho saputo attenderla, e immaginando un comportamento che non era assolutamente il mio, ho detto: “…non vorrei disturbarla , ma ho bisogno di dirle qualcosa, solo qualche momento…”. “Capisco”, si è affrettata a dire lei con un gran sorriso, “finisco con i signori e sono a sua disposizione”.
Così io ho girato su me stesso per guardarmi attorno, mi sono osservato le mani per un attimo, poi, alzando la voce, ma senza guardarla direttamente, le ho detto: “…andrebbe tutto benissimo, già…, se non fosse che lei sorride troppo a questi suoi clienti, perde tempo in chiacchiere e risate insignificanti per il suo lavoro. Le sue colleghe sono più serie e composte, e lei dovrebbe adeguarsi di più al loro comportamento…”.
Alle mie parole alterate nel negozio si era formato un silenzio irreale e assurdo, tutti mi osservavano con incomprensione, e a lei non era chiaro se era il caso di interrompermi oppure di ignorarmi.
“…la osservo, l’ho osservata da tempo, e mi sono fatto un’idea molto chiara sui suoi modi di essere: forse lei crede di dare un’importanza maggiore alla sua personalità, di ingigantire le sue caratteristiche ridendo a tutti e mostrandosi così allegra, ma ad una seconda occhiata si capisce subito che è uno stupido castello di carte che la sostiene, e nient’altro…”.
“Adesso basta…”, sentii dire da qualche parte alle mie spalle, proprio mentre lei si era portata un fazzoletto al naso per controllare quel pianto che stava sopraggiungendo. “…ma chi è quest’uomo?”, disse qualcun altro mentre si formava una certa confusione Avrei voluto rispondere qualcosa, ma non avrei proprio saputo cosa dire.
Approfittai del momento di indecisione da parte di tutti, e con una gran spinta mi aprii la porta a vetri guadagnandomi la strada. A grandi passi mi allontanai velocemente, preda di mille pensieri.

Mi sentivo addosso una specie di febbre mentre sull’autobus tornavo a casa. Cercavo di essere contento, e forse lo ero, di ciò che era accaduto. Non avrei mai immaginato fosse tanto facile essere se stessi, dire ciò che passa veramente per la testa. I miei genitori sicuramente non ci avevano mai pensato, ed adesso erano dappertutto, fuorché nella mia testa.
Sapevo che ero stato io a dire quelle parole a voce alta dentro al negozio, rivedevo la scena in modo febbrile, tra le immagini che mi passavano veloci davanti agli occhi e come se io fossi stato uno spettatore inerme di tutto quanto. Rivedevo tutti, stupiti del comportamento di quello strano signore che non ero io, tutti immersi in un’atmosfera irreale, inimmaginabile. I clienti, con le loro assurde pretese. Le commesse, forse contente di una ventata di novità della quale parlare sottovoce tra loro nei momenti di calma.
Quando finalmente fui in casa, lasciai trascorrere le ore senza alcun comportamento attivo, solo muovendomi ogni poco da una sedia all’altra o dalla cucina alla camera da letto. Tutto era al proprio posto, anche il mio cane qualche volta mi guardava e basta.
Sopraggiunse la notte più velocemente di quello che mi sarei aspettato. Quando mi decisi ad uscire di casa, fuori regnava un silenzio perfetto. La bicicletta si mosse docilmente quando la toccai; la portai a mano fin sulla strada, poi salii sopra. All’inizio pedalavo piano, poi con un po’ di convinzione in più.
Fu per caso che arrivai fino al fiume, e mi fermai ad osservarne il luccichio. Il tonfo nell’acqua fu leggero, e la bicicletta scomparve subito sott’acqua. Tornai a casa a piedi compiendo un ampio giro.

FINE

Bruno Magnolfi – Altri Lavori

Giulia Tesoro – Altri Lavori

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