LE MIE CITTÀ: Istanbul

di Massimo Mangani

Nella Nella vita può capitare di andare ad Istanbul anzi, è fortemente consigliabile fosse solo per l’aria di mistero che la pervade e che ammalia noi occidentali perennemente alla ricerca di luoghi esotici.
Capita così di ritrovarsi a vagare nel dedalo di strade e vicoletti che dalla Torre di Galata arriva fino a Piazza Taksim, passando per il viale Istiklal, o di rimanere senza fiato nel contemplare le correnti del Bosforo dal Beylerbeyi Sarayi, seguendo contemporaneamente la rotta delle enormi petroliere che sfiorano le case affacciate sul mare. Per non parlare poi delle meraviglie racchiuse nel Topkapi Sarayi, degne realmente de “Le Mille e una Notte” che pare abbia avuto origine proprio in questa stupefacente città.
Capita anche di andare alla ricerca di una delle più belle moschee della città, la Sokollu Mehmet Pasha, opera del grande architetto ottomano Sinan e scoprire che si trova al centro di una fitta rete di fatiscenti stradelle, ricche di bambini seminudi e donne velate dove è possibile fermarsi a gustare uno dei migliori tè reperibili ad Istanbul ascoltando dell’ottima musica. Come in un sogno infatti, la musica accompagna perennemente il visitatore; talvolta le dolci note del Ney escono dai negozi assieme all’odore delle cipolle soffritte, altre volte i ritmi dei moderni rapper anglo/turchi sfrecciano per la strada esplodendo dagli woofer dei taxi, da queste parti ancora interamente gialli.
L’iperstimolazione sensoriale al quale si è soggetti è realmente qualcosa di inaspettato e ovviamente non risparmia il gusto: ad Istanbul infatti si mangia divinamente. Con poche lire turche è possibile ordinare un piatto misto di kebab, contornato da verdure di ogni specie, da gustare molto lentamente (ad Istanbul il concetto di “fretta” pare non esistere ancora) ed eventualmente completare con un delizioso dolce locale. Tè e Caffé sono indispensabili fonti energetiche che non possono assolutamente mancare a fine pasto e durante i momenti di relax. Per digerire conviene poi incamminarsi verso Beyazit e, dopo essere rimasti affascinati dall’imponente moschea, tuffarsi nella coloratissima bolgia del Gran Bazaar dove i mercanti vendono di tutto tirandolo in tasca il più possibile (ma è proprio questo il bello).
Usciti dal Bazaar, se si ha ancora voglia di mercanteggiare è possibile fermare un taxi e, sperando che il tassista sia in buona, farsi portare ad Eminonou, sul Corno d’Oro per ammirare uno degli scorci più belli della città, e camminare fino al Bazaar egiziano passando davanti alla moschea di Yeni. A seguire è consigliabile l’immancabile attraversamento del Ponte di Galata e l’imbarco verso Uskudar per andare a smarrirsi nella parte asiatica della metropoli.
Un discorso a parte merita Sultanhamet, l’immensa piazza dove si fronteggiano la Moschea Blu e la Basilica di Santa Sofia (trasformata in moschea dopo la caduta di Costantinopoli), uno dei più bei luoghi al mondo, capace di far girare la testa quasi fino allo svenimento, specialmente sotto i colori di un bel tramonto estivo. Capita così di sdersi su un prato a contemplare questi imponenti monumenti e meditare sulla grandezza del genere umano.
Può anche capitare che improvvisamente appaia un’esile figura che si avvicina e si mette a raccontare la propria storia, una storia di guerra e miseria, di fughe da Baghdad, rifugi a Damasco e tentativi falliti di trovare un lavoro ad Istanbul per poter sfamare moglie e figli rimasti nella capitale siriana.
Le lacrime che scendono sul volto scarno stimolano terribilmente domande esistenziali: chi è davvero l’Uomo?
Quello che riesce a progettare la Moschea Blu o quello che rade al suolo Baghdad?
Capita così di aspettare insieme all’esile figura il pullman che la riporterà a mani vuote in Siria, con un nodo alla gola talmente stretto da pensare che forse sarebbe stato meglio non metterci neppure piede in questa strabiliante città chiamata Istanbul.

Massimo Mangani – Le Mie Città

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