È COSÌ CHE LA PIOGGIA NON STANCA

di Miriam Carnimeo

Tra le crepe di una terra fantasma un fiore si apre al giorno. Poca, così poca luce da non riconoscere più i confini del suo cammino, indurito dal buio aspetta.
– Chi deciderà il suo destino?
La risposta in un passante che si lascia distrarre da una macchina rossa e il mio passo sbagliato a sporcarlo di terra. Oggi , mi muovo nel mondo con l’ingombranza di un gigante affetto da vertigini in un mondo alla rovescia. Qualcosa di fondamentale sembra rimasto al momento prima di ogni cosa, non oso dichiarare il tempo che ho impresso negli occhi, è isterico, barcolla ad ogni distanza.
Già alle prime ore del mattino il grigiore con il suo cielo piagnone ha aperto la finestra, la tenda ha sbuffato un respiro freddo sui piedi ed è salito nell’anima, fino alle ossa. L’odore del caffè mi ha sollevato fiera scoprendomi i denti e dopo pochi passi un tappeto, un angolo sollevato, uno slancio, ed ho preso in pieno la caffettiera, il suo desiderio in faccia, nell’esplosione di incredulità finale congelata tra le macchie sparse.
Oggi qualcosa di fondamentale non va. Avevo bisogno di un caffè, uno buono ma anonimo, che avrebbe convinto il corpo ad un imprevisto, facendolo sfuggire all’attesa delle parole giuste da dire a chi avrei incontrato, stringendo forte le sue mani, cercando di non ridere del mio naturale imbarazzo e del suo spiazzante compiacimento. Lo abbraccerei come al solito troppo forte, affondando il viso nell’odore di memorie ancora fresche di lenzuola, o forse troppo piano? Leggermente, per non far sentire di me la presenza, scomoda e impacciata.
Ho un desiderio a bloccarmi per la strada. La voglia di un gesto leale che con coraggio fermi questo mondo che sembra mi stia rubando il finale, il suo semplice sviluppo imbrogliando l’inizio. Questa giornata si sfama senza far rumore di uno strano tempo, come deciso a tavolino da qualcuno che non conosco e non voglio neanche vedere, come la scena che mi accade accanto, una donna che cade dai tacchi piangendo e un vecchio che per aiutarla gli allunga il bastone tra i bambini che applaudono.
Anche il cielo pare rassegnato. Si lascia trafiggere dal cemento con tutti i suoi rumori, nel movimento veloce delle cose, della loro utilità che si fa meccanica e lucente tra le trasparenze dei vetri. L’ombra della sua gente è spezzettata tra i muri bianchi. Profili e sagome si raccontano del freddo, del suo sterile sapore che continua a gocciolare lento dai nasi, dei soffi di calore nei pugni che si mettono a fumare al posto loro. Il mio tempo è fisso su un semaforo rosso, allora aspetto mentre gli altri passano.
Nell’ immobilità che assumo ho un sospetto, e se non sapessi più correre né urlare? Se guardo i miei piedi traballanti sui tacchi e ascolto il silenzio che ne consegue, comprendo. Ecco perché lo sguardo così spesso rifugge e tralascia la mia compagnia, aggrappandosi ostinato ai balconi paffuti di gerani con i petali che si riflettono ma senza entusiasmo, nei sottovasi ricolmi di acqua. Lo sguardo tradisce ogni volontà, se ne va a spasso sui tetti tra il profumo pungente della resina e i fumi dei camini. I fari delle auto mi colgono nella penombra come fossero ceffoni che non mi aspetto, mi illuminano in un luogo che di me inghiotte ogni possibile ritorno verso casa.
In mezzo alla folla il cammino si fa discontinuo, inciampo nei passanti incontrandomi nei loro occhiali scuri, incespico tra gli ombrelli, quasi sempre rotti, con un’asticciola piegata o un lembo sfibrato, il meccanismo per aprirli inceppato o il manico di legno usurato. Così, la pioggia stanca! I battiti del cuore urtano le ossa ribellandosi ai piccoli respiri che mi sono abituata ad economizzare, senza sprechi. I vecchi del mio paese avrebbero riso di questa strana pioggia, ti bagna succhiandoti ogni energia. Come fossi di cartone ogni goccia ti piega, ed anche un saluto appare un inchino forzato e la tua eventuale assenza, una premonizione.
Entro in un bar fingendo di essere asciutta. La cameriera è una ragazza minuta, le gambe sottili e i piedi piccoli confezionati in voluminose scarpe da ginnastica, ha gli occhi stanchi sotto la visiera azzurrina, anche lei inciampa, tra i tavoli affollati di gente e i cappotti caduti dalle spalliere delle sedie. Mi siedo, aspetto un treno, tutti gli altri sono già partiti, ho camminato forse troppo lentamente e sono arrivata in ritardo, adesso invece sono in anticipo e devo aspettare. Non imparerò mai a capire come funziona, devo imparare a muovere il culo con l’eleganza di una donna in vacanza riuscendo ad arrivare anche puntuale, e poi aprire una porta se la trovo chiusa, togliermi il cappotto che nasconde quasi sempre degli abiti troppi leggeri o troppo colorati per l’occasione, ed attendere. Se riuscissi per una volta a ridere di me stessa forse mi accorgerei che sono ancora capace di urlare. Infatti, il caffè ancora non arriva ed il portacenere è pieno.
La cameriera sta fumando una sigaretta sull’uscio della porta, si massaggia una caviglia senza mai guardarsi intorno. Come piove! Paesaggi come questi si fanno respirare senza ingordigia ed i sensi evocano la nostalgia di un ritmo lento, senza fretta, che invita passo dopo passo, goccia a goccia a tornare per strada accogliendo la pioggia come un bacio benedetto.
La sedia su cui sono seduta si anima improvvisamente sotto il corpo che si emoziona. Un uomo dopo aver nascosto l’orologio nella tasca avanza verso il mio tavolo, si alza le brache, le mani nelle tasche che dall’interno sollevano lo scroto fino a comprimerlo.
– Sai l’ora?
– No, ma se continui così sarà troppo tardi!
La cameriera arriva con il caffè ma ogni voglia è già dissolta. Meglio incamminarsi facendo del lento camminare, un vanto. La luce brillante di casa appare finalmente vicina. Mentre apro la porta penso alla goccia che leccherò sul vetro scoprendo della lacrima un sapore diverso, al respiro che aliterò asciugando quell’assurda parola, il pianto. E’ così che la pioggia non stanca! E la porta si apre. Una vampata di calore accoglie la testa snodando lo stomaco su una tavola apparecchiata, due bicchieri che giocano con del vino caldo ed un fiore accanto.
– Chi deciderà il mio destino?
Sono a casa e lui, mi aspetta.

Miriam Carnimeo – Altri Lavori

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2 risposte a “È COSÌ CHE LA PIOGGIA NON STANCA

  1. “Andiamo a vedere, toccare, sentire il mondo come è, spaesati, con meraviglia, per l’accorgersi che sono complicati sia il mondo che la cultura che cerca di mettere ordine in quel mondo.”

    Paolo Guidoni

    “Le ombre sono meraviglie della mente.
    Si pensa di poter dire tutto quello che le
    riguarda in poche righe, ma a scrutarle attentamente,
    guardando dritto nel loro cuore di tenebra,
    si rivelano infinitamente complesse”.

    Roberto Casati La scoperta dell’ombra

    Per fortuna il gioco luce ombra secondo il punto “contigente” ci prietta talvolta “nani” e talvolta “giganti” resta un fatto che presto o tardi è sempre posssibile cogliere l’essenza della vita
    Una riflessione stupenda, Miriam!

  2. Pingback: LETTURE SUL TRENO « I Silenti·

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