DYING LIZARD

di Gert Dal Pozzo

Il sole rosso, enorme, deforma l’aria limpida lungo l’orizzonte. Le macchine sfrecciavano veloci verso e dalla circonvallazione. Una folata fresca rimesta l’aria tiepida strappando qualche brivido.
Il ragazzino se ne sta fermo, accovacciato sui talloni, lo sguardo fisso a terra.
La lucertola si contorce, il ventre esposto, la testa che si agita freneticamente, con i piccoli occhi neri che proprio non riescono ad esprimere la sofferenza che prova, una sofferenza che ti devi interamente immaginare. Ai lati del collo, proprio dietro l’attaccatura della mandibola, due porzioni tonde di pelle squamosa pulsano rapide, sincroniche con il piccolo ventre che, ritmicamente, si infossa oltre le costole.
Poco sotto l’attaccatura delle zampe posteriori un sorriso rosso interrompe la pelle giallo-verdina, va da lato a lato. Sembra superficiale, non c’è sangue che stilla, sembra solo un graffio. Ma le zampe posteriori sono immobili, la coda è rigida come fosse congelata, mentre la parte superiore del corpo è in preda a scatti convulsi, a parodie di deambulazione.
Il ragazzino la guarda incuriosito, inebetito agitarsi nella terra polverosa, tra i fili troppo verdi di erba estiva, l’odore di polvere, il sudore quasi asciutto che con l’aria della sera che incombe dà qualche brivido. Ha in mano il tubo di plastica bianca, chiuso ad un estremità, con cui voleva catturarla. Ha in mano il tubo di plastica bianca dal bordo sottile con cui ha imparato quanto è facile infliggere sofferenza, anche senza volerlo.
Dimenandosi forsennata la bestiola si è spostata di qualche centimetro verso un sasso grigio come a volersi nascondere, terrorizzata all’idea di poter essere nuovamente ferita. Ma quegli occhi non la odiano, non desiderano per lei altra violenza, la osservano curiosi, curiosi perchè la morte è solo una parola fino a che non la vedi.
Rapidamente quei minuti occhi lucidi si fanno opachi. Le unghie aguzze artigliano l’aria in archi sempre più lenti delle zampe esauste. L’impossibilità per quel muso di essere espressivo se non nella mente di chi ha una faccia e lo guarda potrebbe essere un alibi, ma non basta. Il ragazzino con la punta di un rametto cerca di spingere la lucertola a pancia in giù.
Al tocco quella apre la bocca in un urlo che non può emettere, per un attimo le zampe tornano frenetiche e il corpo si arcua intorno alla punta di legno. Dovrebbe prenderla con le mani e girarla… ma fa troppa impressione, fa senso, fa schifo. Esitante allunga un dito, la tocca appena, è fredda e non è viscida come sembra. E’ rigida e tesa, si gira e scivola sulla polvere come fosse una cosa inanimata. La sabbia si impasta con il sangue denso, rappreso della ferita sull’addome. Ormai la rigidità ha invaso tutto il corpo. Sembra impagliata, come se non fosse mai stata viva. Due colpetti al fianco non sortiscono alcun effetto.
Dalla casa, oltre i cespugli di pitosfero, la voce della madre chiama per la cena. Il ragazzino indugia ancora qualche minuto. Si sente male, non sa esattamente perchè. Stava solo giocando e quella era solo una lucertola, ma non voleva che morisse, non voleva farle del male. Il richiamo si ripete con note alterate. Il ragazzino corre via, lasciandosi dietro solo un cumuletto di terra smossa.

Immagine di MJorge: http://www.flickr.com/photos/beedigital/

Gert Dal Pozzo – Altri Lavori

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