I CONTI DELLA VITA

D’inverno, in quelle giornate fredde ma di sole, mi piace andarmene al parco giochi. Non c’è quasi mai nessuno e le panchine sono tutte a mia disposizione, anche quelle a ridosso della rimessa, riparate dal vento e rivolte a sud, perciò posso godermi il sole dal mattino fino a metà pomeriggio. Di solito ci capito prima di pranzo, insieme a una birra a temperatura ambiente, ovvero molto fredda. Me la bevo a piccoli sorsi, come una bevanda ristoratrice. Mi piace sentire sulle labbra quel frizzore amarognolo e quell’odore lievemente rancido. La birra é una volgare Moretti da 66, ma fa al caso mio. Non ho molte pretese, quando vado al parco giochi. Voglio solo rimanermene un po’ da solo a fare i conti della vita.
Si, io li chiamo così; i conti. Tiro fuori bilancia e calcolatrice, apro l’archivio e analizzo passo per passo gli eventi che mi hanno condotto fino a quella panchina. Non miro al guadagno, mi basta fare pari, ovvero che i conti tornino. Lo ammetto, a volte gonfio qualche cifra. Ma chi é che non lo fa di tanto in tanto… Come quella volta in cui mandai a quel paese Gianluca. Per quanto si fosse preso gioco di me, lui rimaneva sempre il mio migliore amico, ma non volli sentire ragioni. E poi mi aveva incominciato ad evitare di proposito, anche se forse lo faceva per darmi tempo e lasciare rimarginare le ferite. Ma per me i conti tornavano perfettamente: anche se la nostra amicizia era finita, avevamo sempre i nostri bei ricordi. Magari un giorno avremo raccolto i pezzi di quel vaso rotto e usato un po’ di attack. O forse non sarebbe mai successo un bel niente, ma m’importava poco ormai.
Dopo tre anni e mezzo di relazione con Teresa la noia venne a farci visita. Lei se ne andò nella pioggia di novembre, con il mascara mischiato alle lacrime che le colavano sulle guance. Due giorni dopo il sole splendeva forte e si era alzato il vento del nord. La giornata era ideale per fare due conti al giardino. E anche in quell’occasione due più due fece quattro, anche se non era proprio un due più due. Forse era un due più tre, o un tre più cinque, ma qualsiasi cosa fosse, il risultato era sempre lo stesso.
La Moretti é amica della mia matematica. Quando arrivo all’ultimo sorso i numeri riacquistano il senso che avevano perduto. Schiocco la lingua e allontano la bottiglia dalle labbra, respiro l’aria fredda e sorrido. Ma a volte s’insinua la strana paura che qualcuno possa venire a controllarmi i libri contabili. Il sorriso si fa più sottile mentre mi immagino le porte del paradiso con San Pietro vestito da guardia di finanza ad aspettarmi. “Al diavolo!”, borbotto, e alzandomi dalla panchina me ne torno verso casa.

GM Willo – Storie di un Click

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