IL TERRORE NON AVRÀ FINE – XI

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“LAST FLIGHT”

(US Airline 790, Istanbul-S.Francisco)

Il Comandante Robert Flagherty aveva dormito molto male quella notte, in realtà l’idea di fare il pensionato non lo solleticava per nulla. Dopo trent’anni di onorata carriera era giunto al suo ultimo volo, quello che lo avrebbe riportato definitivamente a casa. Aveva scelto quel lavoro sia per la grande passione per il volo, passione che gli aveva trasmesso il padre, pilota militare durante la Seconda Guerra Mondiale, sia perché voleva girare il mondo. Pilotare grandi aerei di linea era da sempre stato il suo sogno e così dopo il brevetto, aveva scalato tutti i gradini possibili nell’aviazione civile, fino a raggiungere il grado di Comandante Capo della flotta di Boeing 747 della US Airlines. Per raggiungere tale livello aveva sacrificato la vita privata, trascurando affetti ed amicizie e adesso la sua paura più grande era quella di rimanere da solo ad aspettare la fine dei suoi giorni.
Quando prese posto in cabina quella mattina, sentì un certo amaro in bocca e, nonostante i sorrisi di circostanza anche il resto dell’equipaggio si accorse che qualcosa non andava. Il Capitano Jordan ed il navigatore Randall, entrambi molto più giovani di lui, parlavano delle rispettive famiglie giù a Frisco e di come avrebbero trascorso il fine settimana portando i bambini al parco. Jordan era vedovo ed aveva due splendidi ragazzi vicini all’adolescenza, un maschio ed una femmina che venivano amorevolmente allevati dai suoi suoceri mentre Randall era separato ma ciò non gli impediva di trascorrere tutto il tempo a terra con i suoi piccoli di 8 e 5 anni.
Espletarono le formalità e studiarono i piani di volo, una forte perturbazione era prevista sulla Groenlandia ma nulla che un gigante del cielo come il 747 non potesse superare. Dettero il via ai motori, da quel momento l’inconfondibile sibilo dei reattori li avrebbe accompagnati per tutto il tragitto, poi controllarono la lista dei passeggeri. L’aereo era al completo, 521 passeggeri distribuiti nelle due classi (la US Airlines non prevedeva la Prima, ma solo Buisness ed Economy), 480 adulti (280 maschi e 200 femmine) e 41 bambini di cui 7 neonati.
Attesero che le autorità aeroportuali dessero inizio all’imbarco e si misero in contatto con la torre di controllo dell’Ataturk International Airport. Gli assistenti di volo, molto pazientemente facevano accomodare uno ad uno i passeggeri, indicando i posti assegnati, sempre con il sorriso sulle labbra. Ogni tanto qualche ragazzino tentava di fare capolino in cabina, ma la cosa era consentita soltanto all’atterraggio, per cui molto cortesemente veniva respinto. Dopo circa mezz’ora fu dato l’ok per la chiusura dei portelloni, entro pochi minuti il tubo di passaggio sarebbe stato sganciato e l’aeromobile spinto all’indietro per iniziare il rullaggio.
La porta blindata della cabina di pilotaggio venne chiusa a chiave, i piloti sarebbero stati isolati dal resto del velivolo per tutte le 12 ore di volo, tranne che per ricevere i pasti. Il Comandante Flagherty contattò la torre che assegnò il numero di pista sulla quale portarsi, il volo US 790 Istanbul-S.Francisco era pronto al decollo!
Flagherty immaginò le varie sensazioni dei passeggeri, per molti quello era sicuramente il battesimo mentre altri erano veterani. La cosa che gli piaceva di più era pensare ai padri che in quel momento stringevano i figli spiegando loro le varie fasi del decollo, mentre questi guardavano incantati fuori dai finestrini.
Il Gigante arrivò sulla pista e si accodò ad altri due aerei in procinto di lasciare la terraferma: un altro 747 diretto a Mumbay ed un Airbus A-340 che fra circa 20 ore avrebbe lasciato le sue impronte nere sull’asfalto dell’aeroporto di Tokyo. I motori sibilavano, i velivoli davanti decollarono in sequenza, la loro immagine sfocata dalle esalazioni di cherosene, poi fu la volta dell’ US 790.
Flagherty attese il fatidico “GO!”, poi spinse i motori al massimo, raggiunse la velocità di decisione, meglio nota come “point of no return” ed inizò a sollevare il muso del bestione… quel momento lo esaltava sempre e, dato che sarebbe stato l’ultimo, cercò di goderselo il più a lungo possibile. L’aereo si staccò ed appena il variometro segnalò la giusta velocità, Flagherty ritrasse i carrelli ed iniziò a “pulire le ali” ritraendo i flaps. Ammirando l’estensione prodigiosa della grande Costantinopoli, che si rimpiccioliva sempre di più, portò l’aereo in quota… -“Ottimo lavoro Comandante!”…

…Stavano volando da circa undici ore, sotto di loro L’Oregon sfilava liscio, una chiazzetta bianca e rossa aveva la pretesa di essere Portland… finalmente presero contatto con la torre di controllo di San Mateo, la giornata si preannunciava limpida e calda. Flagherty non era riuscito a riposarsi neppure un istante, a parte la perturbazione sulla Groenlandia aveva avuto il pensiero fisso su cosa avrebbe fatto una volta atterrato. I colleghi gli avrebbero sicuramente organizzato una festa, una di quelle a sorpresa che aveva sempre considerato deprimenti, e dopo? L’unica prospettiva che lo rasserenava un po’ era quella di ritirarsi nella sua villetta di San Diego a scaldarsi le chiappe finché la cara e vecchia Frisco non avesse fatto sentire nuovamente il suo richiamo.
Osservò Randall e Jordan felici come pasque mentre si apprestavano a riabbracciare i propri figli…

…Quando l’aereo esplose, Flagherty stava ancora pensando a San Diego!

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Massimo Mangani – Altri Lavori

Foto di: http://www.flickr.com/photos/granpapa/

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