LA MERENDA

di GM Willo

Patrick Zola fermò l’auto nell’unico posto rimasto del parcheggio a lisca di pesce sotto la scuola elementare del quartiere. Col motore spento rimase ad osservare i luccichii del sole di marzo sulle foglie bagnate e ancora piccole delle siepi che circondavano l’edificio, rallegrandosi del fatto che l’inverno si trovasse oramai alle sue spalle. Era stato un lungo inverno, troppo lungo per i suoi gusti. Lo aspettavano adesso sei mesi di bella stagione, ma l’idea che ce ne fosse un altro ad attenderlo a fine anno gli era insopportabile. Attese ancora un minuto dentro l’abitacolo, chiudendo gli occhi e concentrandosi sui rari cinguettii degli uccelli, una musica impareggiabile per i suoi orecchi che avevano ascoltato fino al disgusto il ticchettio della pioggia di novembre, le sferzate del vento di febbraio e l’ovattato silenzio delle nevicate natalizie.
Finalmente si decise a scendere dall’auto. Respirò a pieni polmoni l’aria frizzantina delle dieci, che insieme al caffè era tra i migliori rimedi contro la stanchezza cronica dovuta a svariati anni di notti bianche a confortare neonati e a preparare latte in polvere. I bimbi erano una gioia, certo… il problema era l’aver sottovalutato l’impegno. Lui e sua moglie si erano buttati a capofitto nell’avventura genitoriale, certi di poter preservare entrambi i propri posti di lavoro ed educare nel frattempo due bei figli, che per uno simpatico scherzo del destino erano diventati tre grazie all’inaspettato parto gemellare di due estati prima. Così erano arrivate Marta e Cleo, le sorelline di Casper, che aveva già quattro anni e si sentiva quasi un uomo.
Patrick avrebbe dovuto trovarsi a lavoro già da un’ora, ed invece un imprevisto lo aveva fatto tornare indietro. Sua moglie si era dimenticata di mettere la merenda nello zaino del bimbo più grande. Lei lo aveva chiamato mentre stava accompagnando le due bambine all’asilo, chiedendogli di tornare a casa o di fermarsi da qualche parte a comprare qualcosa per il piccolo Casper. Adesso si trovava davanti alla scuola, con in mano un sacchetto leggermente unto contenente una schiacciatina con il prosciutto. Pensò con rammarico che non sarebbe arrivato in ufficio prima delle undici.
Si diresse verso la porta a vetri che puntualmente ogni mattina alle otto e mezza, si spalancava lasciando affluire una marea sgambettante di bimbetti che facevano a gara per essere i primi ad entrare in classe. La porta era però adesso bloccata da una serratura elettronica, come volevano le ultime normative sulla sicurezza degli alunni. Sparatorie, incidenti e tragedie avvenute in paesi lontani migliaia di chilometri avevano fomentato il terrore nelle madri di tutto l’occidente, perché si sa che tutto l’occidente è paese. Le madri, preoccupate per i loro tesorini, avevano richiesto con fermezza nuove sistemi di sicurezza alla porte. Non sarebbe stata certo l’ultima bizzarra conseguenza del mondo globalizzato, dove l’informazione pilotata creava ogni giorno nuove fobie e soprattutto nuovi posti di lavoro. Patrick scuoteva il capo e sorrideva ogni volta che gli veniva da pensare allo strano mondo in cui viveva, e spesso si domandava per quale motivo avesse collaborato a prolificare una specie animale che non sembrava sapere fare altro che danni.
Ripensò a tutto questo mentre premeva il campanello sotto l’occhio della telecamera, ma non ebbe bisogno di attendere la risposta del bidello dato che un ragazzino che passava vicino all’ingresso lo vide e, spingendo la barra dell’uscita di emergenza, lo fece entrare. Alla faccia dei sistemi di sicurezza.
Patrick ringraziò lo studente che però si era già dileguato in un corridoio verso le aule del piano terra. La classe di Casper si trovava invece al piano di sopra, quindi imboccò la rampa di scale e superò i gradini con agili balzi. Una finestra che sbatte, un quaderno che cade, un colpo di tosse, tutti questi rumori in sequenza ruppero il silenzio inesplicabile della scuola elementare. Come riuscivano le maestre a tenere quasi mille alunni di età compresa tra i sei e i dieci anni in cotale silenzio, si chiese Patrick sapendo di non essere capace di zittire i suoi figli neanche per il tempo di una telefonata. Misteri dell’arte dell’insegnamento, pensò, e si diresse ad ampie falcate verso l’aula del primogenito.
Tutte le porte erano rigorosamente chiuse per via delle lezioni. Passandoci davanti, Patrick poteva udire i borbottii ritmati degli insegnanti che spiegavano le regole della matematica e della grammatica, i misteri della scienza e le nozioni di storia e geografia. La classe di Casper si trovava in fondo al corridoio, la prima C.
Una folata di vento, proveniente da una delle finestre lasciate aperte per fare entrare la tiepida aria marzolina, irruppe prepotentemente nel corridoio. Patrick se la sentì alle spalle, infilarsi sbarazzina tra le sue gambe. Una porta sbatté e l’uscio della classe alla sua destra si aprì di qualche centimetro, rivelando i banchi e le sedie occupate dai ragazzini. Patrick vi gettò sbadatamente un occhio, e ciò che vide lo folgorò. I volti degli alunni, immobili come graziose statue di gesso, erano assenti. Le sclere degli occhi di colore giallognolo, prive di pupille. Le fronti rivolte in avanti, presumibilmente verso la cattedra dell’insegnante che parlava. Le bocche spalancate come bimbi sul seggiolone che aspettano il cucchiaio di pappetta.
Patrick non si fermò a guardare oltre, e questo suo gesto incontrollato fu forse la sua salvezza. La porta venne richiusa alcuni secondi dopo dalla mano della maestra, mentre le sue gambe continuavano a trasportarlo attraverso il corridoio. Arrivò fino alla porta della prima C, ma non riuscì a bussare. Rimase immobile per qualche istante, ignaro di essere ancora capace di respirare. Poi infilò la busta con la merenda nella giacca del figlio, appesa insieme a quelle degli altri alunni all’attaccapanni a schiera del corridoio, e con le gambe che si sentiva come due stecchetti di plastilina fusa, ripercorse il tragitto fino alle scale e fuori dalla scuola. Conquistato l’abitacolo della sua autovettura, Patrick rimase immobile per un tempo indefinibile, ascoltando il cuore che correva all’impazzata nel suo petto.
“È così che incomincia….” disse con un filo di voce. “È così che ci programmano…”
Poi incominciò a ridere e ad ululare, e i dottori riuscirono a farlo calmare solo qualche ora dopo grazie a una dose massiccia di psicofarmaci, gli stessi che continuano a somministrargli al mattino, al pomeriggio e alla sera, nell’istituto per malattie mentali nel quale da anni è rinchiuso.

GM Willo – Altri Lavori

Foto di http://www.flickr.com/photos/auro/

Add to FacebookAdd to DiggAdd to Del.icio.usAdd to StumbleuponAdd to RedditAdd to BlinklistAdd to TwitterAdd to TechnoratiAdd to Yahoo BuzzAdd to Newsvine

Like This!

Annunci

2 risposte a “LA MERENDA

  1. Pingback: LA MERENDA « WILLOWORLD·

  2. Pingback: LETTURE D’APRILE SULL’ERBA « I Silenti·

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...