GRANFIORE

di Gaspare Burgio

La città di Granfiore era un luogo perfetto sotto ogni punto di vista, abitata da gente semplice di modeste ambizioni. Era fatta tutta di casette bianche coi tetti rossi, strette strette che le strade erano giuste per camminare accanto ad un amico, e fragranti del profumo del pane sfornato, dei fiori sui balconi o dei dolci lasciati a raffreddare alle finestre. La città aveva questo nome perchè vista dall’alto aveva proprio la forma di un fiore, con la corolla aperta e petali di una margherita. Al centro del fiore stava la Piazza del Comune e al centro di questa, come un pistillo, l’alta torre dell’Orologio Municipale, che svettava su tutto e segnava le ore felici di Granfiore. La popolazione era contenta di abitarci, dimostrandosi operosa e cordiale: non si udivano mai né uno sbuffo né un sospiro malinconico.
Soltanto Marina sbuffava e sospirava, ma nessuno comunque poteva sentirla. Marina infatti abitava dentro la Torre dell’Orologio e non usciva mai. Non è che non volesse, è che proprio non poteva: ogni giorno doveva caricare l’Orologio e correre su e giù per oliare, riparare e tenere a bada i meccanismi vecchi e consunti che muovevano le lancette e rintoccavano le ore sulle campane di bronzo.
Se l’orologio si fosse fermato sarebbe stato un bel guaio per Granfiore: la locomotiva sbuffante non sarebbe partita, la gente non poteva darsi appuntamento all’ora concordata, i dolci sarebbero bruciati nel forno. I negozi sarebbero rimasti chiusi, non si potevano stabilire i giorni di festa, o quando andare a dormire. Granfiore sarebbe appassito. Per questa ragione e questa grave incombenza Marina non usciva mai dalla torre: si limitava certe volte ad osservare dall’alto, il mento sulla mano, mandando sbuffi e sospiri. Soprattutto, è il caso di dirlo, quando sopra la città passava la Mongolfiera. Marina allora sognava di partire, di lasciare la torre e vedere il mondo, di incontrare tante persone e cose diverse che ora poteva solo immaginare. La Mongolfiera però non si fermava né si avvicinava abbastanza, diventava piccola piccola all’orizzonte e poi spariva.
Marina, comunque, non era del tutto sola. Ogni notte allo scoccare della mezzanotte, il cuore meccanico dell’Orologio friniva, cigolando un pò, si faceva brillante e ne uscivano i Fantasmi dei Gatti, quelli che nel corso del tempo avevano protetto la torre dai topi. Ormai che di topi non ve ne erano più, i Gatti poltrivano di giorno nel cuore dell’Orologio, uscendo la notte per guardare la Luna, rincorrersi o cercare qualche gomitolo che, caso mai, fosse ancora ben nascosto. Ve ne erano di ogni tipo e grandezza: bianchi, neri, a pelo corto o lungo, grassi e pigri o piccoli e veloci, tutti luccicanti come ogni Fantasma che si rispetti.
Il preferito di Marina era il Gatto Rosso, saggio e sornione, capo non dichiarato di tutti i felini della torre.
Una notte Marina era particolarmente triste, e si confidò col Gatto Rosso.
– Mi piacerebbe davvero lasciare questa torre. Avere amici, poter visitare i posti del mondo, vedere il mare e le montagne, avere il cielo sopra la testa.
Il Gatto Rosso sorrise con tutti i denti. – Oh, Marina, tu non puoi.
– E perchè?
– Perchè sei un fantasma come me.

Gaspare Burgio – Altri Lavori

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