IL TEMPO DI FINIRE – Terza Parte

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Qualcuno mi ha detto che nel deserto di Umk la sabbia è rossa per via del sangue versato. Numerose battaglie vi sono state combattute. E se il sangue ha incrostato la sabbia, il vento ha soffiato via i ricordi, là dove il dolore costa poco. Un quadro di paesaggio marziano. Il sole è nascosto. Si drappeggia con delle spesse nubi violacee. Si vergogna delle scene degli uomini alle quali è costretto ad assistere. Ed il calore che emana è più malato di me.
Odo a volte il vento. Egli è il più saggio. Si vanta della sua velocità. Furbo come un topo. Vecchio come me. Musica finché gli pare con la rossa sabbia. Poi se ne va. Io invece rimango qui a chiedermi se devo continuare ad aspettare il mio turno. Un autobus chiamato destino.
Allora, dove eravamo? Parlavamo del vento, mi pare. Egli è qui adesso. Gioca insieme ad un pugno di foglie secche, rubate a qualche albero lontano, e mi sorprende vederle. Grazie vento! Sei un amico!
Tre pareti mi circondano, formando una piramide. La quarta non riesco proprio a distinguerla, forse perché è quella dell’uscita, quella che non c’è. Non ne uscirò mai, ne sono certo. L’avvenire che mi corrode l’anima. Se solo sapessi… La mia condanna tanto attesa, l’attendo e non l’attendo. Quand’è che potrò fidarmi del mio giudizio?
Forse potrà aiutarmi il vento, che senza dubbio è più giudizioso dei miei carcerieri, che se la dormono di sopra. Il deserto di Umk mi parla, mi tiene compagnia, mi legge la mano rivelandomi il fato, scoreggia con l’aiuto del vento e se la ride della mia prigionia, va a tempo con il ritmo di questa malinconica suite, lunga e noiosa, un po’ come la vita, laggiù nel deserto di Umk.
“Dove siete bastardi!” urlo per un po’. Ma nessuno mi ascolta, specialmente quelli della stanza di sopra.
Continuano a giocare a poker scommettendo sulla mia morte. Sulla parete preferita della mia cella, una piccola feritoia lascia entrare il cospiratore. Il vento mi ha portato dei semi, sperma malato che vuole mettere i frutti in questa fottuta storia, germogliare attraverso me per rendere altri partecipi della mia debolezza. Necessità. Mia sola dannata verità. Adesso!
Non li faccio neanche posare sulla mia mano. Li inghiottisco al volo, ed immediatamente quei semi fanno nascere nuove immagini dentro il cancro dei miei pensieri. La mia testa urla come un animale della giungla ferito, ma l’effetto è alle porte. Godo di questa sintetica, meravigliosa pace di tutto, bugia dolce e amara. Le tre pareti sono nude e mi guardano, incerte della mia concretezza, temono di fare da prigione non ad un uomo ma al suo fantasma. Io. E mi
diverto già a sbiadire. La droga appena iniettata è come un teatro di mimi comici, che lasciano tutto nelle mani di semplici risposte. Mi invitano al brindisi ed io mi volatizzo insieme a loro, divento ombra, esco di scena e non m’importa più di far parte di niente. Almeno fino a quando sentirò la nuova necessità. Per un po’ il mondo diventa una semplice caduta nel vuoto. Mi intrattengo in una serie di capriole insensate, senza rete, ma ormai sono diventato un equilibrista esperto.
Il deserto è scomparso. I miei carcerieri sono merda per concimare. Il vento è un maledetto amico di siringa, pronto a voltarti le spalle alla prima occasione. Mi pare quasi di essere a casa. Giro in cerchio per un po’ rivedendo i vecchi volti, solite situazioni, stesse pratiche di vita. Sporcando vie
diritte con cartacce di buone intenzioni. Il mondo di Umk è diventato un sogno, il fiore germogliato da quei semi trasportati dal vento. O forse il vento è solamente una scusa, ed i semi sono sempre stati nella tasca posteriore dei miei jeans.
Che domanda strana. Non riesco proprio a capirla.
Euforia della battaglia…
…la dose continua…
…laggiù, nel deserto di Umk.

Continua a leggere…

Jonathan Macini – Altri Lavori

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Una risposta a “IL TEMPO DI FINIRE – Terza Parte

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