IL TEMPO DI FINIRE – Quarta Parte

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Il risveglio è pesante. Una corazzata sul collo che naviga verso una guerra di petrolio, sulle acque di un golfo lontano, troppo lontano per ricordare dove si trova. Apro gli occhi e mi accorgo di avere degli ospiti. Sono le ombre della sera, giunte nella mia cella per ricordarmi che il freddo sta per calare sul deserto di Umk. Perché se il colore della sabbia è rosso del sangue delle antiche battaglie, il freddo delle sue notti è il pianto delle madri, che attesero invano i loro figli partiti per la guerra. Non dimentichiamoci che essi credevano in qualcosa di migliore, oltre la violenza, al di là del dolore, in un tempo mai accaduto. La notte, nel deserto di Umk, è un lungo lamento che sembra non avere mai fine, neanche quando sorge l’alba e ti ritrovi a pensare alla sabbia rossa, al sangue versato, alla sorte che ti tocca. Il freddo, nelle prime ore del giorno, è ancora presente. Come un fantasma. Spettro dei tuoi incubi peggiori. Un po’ come il caldo soffocante del giorno, che ti rimane addosso anche quando il sole se n’è andato, e il termometro tocca lo zero. È un circolo vizioso. Il giorno che insegue la notte. I due astri si rincorrono e tu li stai a guardare. Ti basta poco per abituarti. Un po’ come tutto, non è vero?
Come se non bastasse c’è anche il gelo interiore del bisogno, un fuoco blu che arde le viscere, una sensazione che, insieme al freddo esterno, ti fa sentire pelle e niente più. Pelle avvelenata, gonfiata, tesa, bruciante. Una bambola di pelle senz’ossa.
La notte insonne ha inizio. Nasce insieme ad una luna subdola, volta-spalle, dall’oscena luce, un tempo amica, in altri mondi, ma non nel deserto di Umk. Quaggiù nessuno riconosce nessuno. Cerco di uscire dalla visuale dell’astro che mi occhieggia dalla finestra, e inciampo in una manciata di stelle aliene che mi raccontano scuse notturne.
Appoggio la schiena alla fredda parete e volgo lo sguardo alla porta. Mi domando il motivo di tutto questo. Mi chiedo quando finirà. Mi faccio di domande cretine. Nessuno si è ancora fatto vivo. Non una parola mi è stata rivolta. Non un cenno, non un segno. Non esiste niente. Nessun destino. Così mi addormento, la faccia spettrale rivolta verso un inafferrabile perché, il pianto delle madri che mi ammala dentro, anche se non riesco quasi più a sentirlo. Sogno sprazzi di un universo chiamato Impossibile. Una partita di calcio insieme a mio figlio. Un’immagine verde di un altro pianeta. Un pallone di disillusioni e porte delimitate da stracci. Aghi di pino sotto i miei piedi mentre rincorrono la voglia del gol. Il desiderio di raccontare a mio figlio il significato di tutto questo correre con la palla al piede, il momento del tiro senza pubblico, il gol sofferto che diventa verità non vista, forse la più vera. Sogno un gesto puro, una dedica su un libro, un dono accompagnato dal silenzio, un silenzio che sconfigge la parola che voglio liberare.
SILENZ-IO. IO. SSSSS. ILEN. ZZZZ. IO, IO, IO.
È già un sogno annacquato. Il desiderio dell’annullamento mi inebria. Così travolgo la notte con la gustosa idea di una morte apparente. La confusione sarà il mio epitaffio. Il sole vive la sua solarità nascosta. Il vento muore sotto un cielo di piombo fuso, condannato ad una giornata di calma assoluta. Una goccia di giorno che cade nell’oceano di Tempo-Che-Non-Esiste, una come trenta, come duecento, come un milione. Quand’è che i miei carcerieri mi daranno una risposta? Quand’è che mi taglieranno la testa? Quand’è che ascolterò il mio giudizio, trasformandomi in sabbia incrostata del sangue di giovani soldati di speranza?
Un verme corre la sua sfida davanti ai miei occhi. Lo osservo affannarsi, contorcersi, piegarsi nell’intento di raggiungere qualcosa che non riesco a vedere. Potrei risparmiargli la fatica. Potrei allungare un piede e schiacciarlo. Invece decido di continuare ad osservarlo. Ancora qualche secondo…
Poi mi decido. Penso addirittura di mangiarmelo. Mi alzo per andargli incontro, ma in quel momento il verme mette le ali, diventa farfalla e se ne vola via dalla finestra. Io rimango tramortito da quella magia, un altro insulto alla mia vita, io verme fallito, in attesa di giudizio in una prigione nel deserto di Umk. Un giorno come gli altri.
Spicco un salto per vedere che direzione ha preso l’insetto. La finestra mi racconta poco. Un’idea di libertà, il cielo, il deserto, lo spazio attorno. Mi accascio e piango. Lacrime sporche mi rigano il volto, bagnandomi le labbra. Il loro sapore è inquinato dall’odio, amaro di realtà.
“Fatemi uscire!” grido.
“Lasciatemi andare, sono innocente!” e piango come un bambino abbandonato, lasciato per strada con una siringa in mano. Sento i carcerieri che se la ridono di sopra, il vento che è appena tornato e mi ignora, la sabbia che stride parole che non capisco, il mondo che mi gira attorno con un’aria di festa, le vibrazioni lontane, le risposte inutili.
“Ehi ragazzo!” vibra una voce centenaria nell’aria ristretta della prigione. Intuisco l’inganno di un avanzo di droga.
“Ragazzo, ti ho sentito sai. Ho ascoltato il tuo lamento.”
La voce sembra provenire da una cripta, filtrata da macchine futuristiche. È il doppiaggio di uno degli ultimi film di Hollywood.
“Chi cazzo sei?” domando all’intruso. Banale reazione da ragazzo indisciplinato.
“Sono quello della cella accanto. Sono colui che conosce il tuo fato, la condanna che ti pesa sulla testa, il destino di tutti. Sono il vecchio pazzo, lo scemo del villaggio, il saggio delle favole per bambini, il barbone ubriaco, o forse solamente un viaggiatore stanco di narrare. Insomma, il solito vecchio di tutte le storie!”
“Hai della roba?” domando speranzoso.
“No, ma ho la risposta ai tuoi perché.”
“Quanto costa, vecchio?” gli domando, sapendo bene di potermi permettere solo il prezzo della mia vita.
“Niente. Solo il tempo di ascoltarla. Oggigiorno molte persone chiamano denaro il tempo, e forse hanno ragione dato che entrambi non esistono. Cosa ne pensi?”
“Finiamola vecchio! Facciamola finita!” ormai sono stanco.
“Ebbene, mio caro fantasma, se aspetti di essere giudicato, stai aspettando invano. Questa è la tua condanna. Attendere una risposta che non arriverà mai. Il tuo giudizio, il tuo fato, o come cavolo lo vuoi chiamare, non ti verrà mai rivelato. Mai! E poi che altro vuoi da un povero vecchio, stanco, alla fine dei suoi giorni…”
Nel deserto di Umk le verità non esistono, lo sanno tutti. C’è solo una sabbia rossa incrostata di sangue ed un vento burlone che te la canta. Niente altro. Ho provato a domandarmi il perché delle mie cazzate, ma solo un vecchio cazzone mi ha risposto. La saggezza non serve a niente quando hai per un istante l’universo dentro le vene, quando anche il freddo del deserto ti fa sorridere, quando il bivio che ha deciso il tuo corso è ormai troppo lontano alle tue spalle. Tornare indietro è il più grosso degli sbagli. Nel deserto di Umk conviene sempre andare avanti.
Sulla strada in direzione sud un cartello mi indica: – Las Vegas 2000 miglia –

Continua…

Jonathan Macini – Altri Lavori

Immagine di http://www.flickr.com/photos/decade_null/

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