UN ALBERO ROSSO

di Gaspare Burgio

L’albero rosso crebbe nascosto nel cantiere abbandonato, e nessuno ne seppe nulla fino a che Chiara non sparì e la gente del paese non si mise a cercarla.
Il primo a vederlo fu un giovane del luogo, un certo Jonathan, che si era spinto aldilà della cinta di cipressi morti che stavano lungo la provinciale, e si era infilato nel bosco di pioppi fuori dal paese, fino ai campi abbandonati. Nessuno andava in quel posto da molto tempo, le persone erano occupate nella vicina fabbrica di porcellana o facevano i pendolari e non avevano interesse alcuno a visitare quella zona abbandonata. I giovani dal canto loro non vi si recavano, se troppo piccoli, per paura di perdersi e dei drogati, se mezzi adulti perchè la parte opposta, con la sala biliardo e il multischermo, offriva molto più divertimento. Ma Jonathan conosceva bene Chiara e quando si seppe che era smarrita si mise a cercarla, promettendosi di battere palmo a palmo tutto il mondo, se necessario.
Jonathan era grassoccio e coi capelli disordinati, portava spessi occhiali e non era un tipo socievole. Era nato con una forte sinusite che lo faceva ronfare quando inspirava, e col tempo la cosa si era aggravata, rendendolo molto impopolare. Non aveva nessuno, a parte suo fratello maggiore e Chiara. E i libri di Sheckley, ovviamente. Adorava Robert Sheckley, e in camera, fra poster di astronavi e robot, aveva attaccato l’articolo in cui, sul giornale provinciale, si comunicava la sua dipartita. Fu un giorno molto triste e assieme importante per lui, come quando si scopre chi è davvero Babbo Natale.
Jhonny arrancava con il suo passo pesante nella terra umida, sporco fino alle ginocchia grasse, cercando Chiara per ogni dove, ronfando e sistemandosi spesso gli occhiali. Si guardava intorno, e alle volte sembrava sul punto di piangere. Il paese era stato invaso di poliziotti e giornalisti, ma restavano tutti davanti alla casetta di Chiara, a fare gli adulti, senza iniziativa e con troppa cautela. I personaggi di Sheckley non erano così: agivano, facevano, creavano da soli la propria avventura.
Anche se si faceva buio, Jhonny continuava a camminare, incespicando in bitorzoli di terra o in radici, o affondando dove le zolle dei campi incolti erano più soffici, spesso trovandosi con le mani avanti immerse fino al gomito. Visto di lontano, contro la luce del sole che cadeva, sarebbe sembrato un goffo spaventapasseri ripieno di gomme d’auto, animato di dentro da meccanismi bizzarri. Chiara era stata gentile con lui, ma la prima volta che si videro non fu proprio semplice. Jonathan lisciava le pagine del suo “Scambio Mentale” che gli si era piegato, seduto sulla riva vicino al ponte. La città era divisa in due da un torrente, e unita da un ponte non largo. Jhonny scendeva dal parapetto, un pò a fatica, coi pantaloncini rossi che gli si infilavano nelle chiappe, ronfando come un porcello, e poi caracollava giù, fino al basamento del ponte, dove stava una piattaforma piccola di cemento; quando non c’erano pescatori, era un buon posto per starsene isolato a leggere. Chiara arrivò, la prima volta, e non disse nulla. Se ne stava ferma immobile sulla riva, con un vestito nero. Jhonny la vide e quasi si impaurì. Sembrava a tutti gli effetti una piccola strega, coi capelli castani lunghi lunghi, e gli occhi colore del cielo, fissi fissi, che guardavano dal basso in alto. Come avesse rabbia, o vergogna.
Jhonny si alzò in piedi e pensò che anche lei fosse là per dargli contro, per deriderlo e chiamarlo maiale. Così le urlò contro qualcosa, pianse e le tirò un sasso, che non la prese e rimbalzò sui ciottoli della riva. Pestando i piedi Jhonny se ne andò, quella prima volta, infuriato e piagnucoloso. In seguito se ne pentì molto, ma riflettè anche che se non avesse fatto così, se non ci fosse stata quella piccola guerra vergognosa, non si sarebbero mai conosciuti.
Qualche giorno dopo, Jhonny scese di nuovo verso la piattaforma alla base del ponte, e vide che c’era quella ragazzina. Stava seduta, le ginocchia al petto, e lanciava piccoli sassi nel centro del torrente, cercando di prendere un masso muschioso che ne emergeva. Jhonny attese, sbuffando e ronfando, che se ne andasse. Poi prese a sua volta un sasso, un po’ più grosso, e dal parapetto cercò di colpire lo stesso masso, per dimostrare a quella smorfiosa che lui ci sapeva fare. Ma evidentemente non ci sapeva fare per niente.
Continuarono questa gara senza mai guardarsi. Fino a che, stanchi, afferrarono manciate di sassi e le scagliarono contro il masso. Continuarono solo un paio di volte: un vecchio signore li ammonì dall’altra riva con parole sgarbate, e i due corsero via. Jhonny non ricordava esattamente come fu, ma i due si ritrovarono a parlare assieme, seduti non molto lontano sul bordo della fontana secca ai margini di Piazza della Chiesa. Si guardava intorno nervoso, perchè temeva che i ragazzi cattivi arrivassero, e lo prendessero in giro, o come spesso accadeva gli rompessero o rubassero le cose. Jhonny non voleva farsi vedere debole da Chiara. Non lo sapeva, ma ne era già innamorato, per quello che l’amore significa a 15 anni.
Chiara profumava, e sorrideva ogni tanto, nel sole di quel giorno di inizio estate. Era piccola, magra e aveva una voce da bambina, ma aveva soltanto un anno meno di lui. Era misteriosa: ecco, se Jhonny avesse mai scritto questa storia, l’avrebbe definita così. Misteriosa.
Disse di abitare in un là generico, e che non andava a scuola. Era ricca, molto ricca, e studiava da sola, con un Professore tutto suo. Jhonny la accompagnò a casa, non proprio sotto ma vicino, e stava per andare via quando si ricordò dei personaggi di Sheckley. Loro non andavano via così. Si voltò, fece un grosso grugnito, e disse :-Ci vediamo domani.-
Non era una domanda, era proprio un ordine. Jhonny tornò verso casa propria col petto gonfio e il passo deciso: che venissero pure i cattivi a dargli schicchere dietro le orecchie o a parlare male di lui e di suo padre. Non c’era nulla che potesse fermarlo, perchè quel giorno, esatto, quel giorno, era il più bello che potesse esserci, ed era il suo giorno. Suo e di Chiara.

Jhonny ripensava a quel giorno, mentre il cielo si faceva cobalto e qualche luce si accendeva lontana, di lampione o di finestra. Chiara era scomparsa. Non poteva crederci, non voleva neppure immaginare cosa sarebbe stato di lui senza Chiara. Erano passati due anni, e non c’era giorno che non si vedessero. Lei le raccontava spesso di sua madre, che era andata via, e lui ascoltava sempre, senza mai interrompere. Per tirarla su di morale allora le raccontava le cose che leggeva, le avventure del futuro scritte da Robert Sheckley, alle volte inventando o aggiungendo del suo. Di più non poteva fare.
Jonathan arrancava nel fango freddo, avrebbe voluto chiamarla a gran voce, ma gli sarebbe uscito di bocca un urlaccio suino e poco più. Iniziava a sentire l’aria gelida della notte prominente, ma non si rassegnò, perchè gli eroi non si rassegnano. Una volta lo aveva fatto. Una volta, che c’era il Carnevale in paese, lui si era rassegnato. I cattivi erano cresciuti, avevano il motorino, e invece di giocare solo a pallone iniziarono a dare fastidio alle ragazze, soprattutto quelle carine come Chiara. I due camminavano in mezzo ai coriandoli e ai bambini scalmanati vestiti da eroi dei fumetti o dei libri, o da animali, mangiando delle cose dolci. Jhonny aveva risparmiato sulla merenda a scuola per poterle offrire qualcosa. In tasca aveva persino una poesia. Ci aveva messo un mese a scriverla, pensava fosse più facile scrivere, a Robert venivano cose meravigliose ma probabilmente lui era un genio.
Non avrebbe mai avuto il coraggio di dargliela, lo sapeva benissimo, gli bruciava in tasca come una castagna bollente, e ci teneva la mano sopra per paura, la stupida paura che ne uscisse e qualcuno la leggesse.
Chiara sorrideva, sorrideva con lui, e quando lo faceva le brillavano gli occhi azzurri come il cielo estivo pulito, le si chiudevano ma non del tutto. Jhonny aveva paura che quella poesia avrebbe rovinato tutto, che Chiara non avrebbe più sorriso con lui e per lui. Sognava e pensava a un lieto fine, quando un ragazzo, uno di quelli cattivi, di quelli magri e con il naso a posto, coi capelli tagliati bene e i vestiti giusti, si avvicinò, prese Chiara per le guance e la baciò. Così, dal nulla.
Jhonny sentì il sangue salirgli alla testa, e le gambe cedergli. Chiara spinse via il ragazzo, o almeno ci provò, e iniziò a piangere. Il naso le si fece tutto rosso, la bocca le fece una smorfia triste ma il ragazzo le teneva le mani. Gli amici di quello, intanto, si erano fatti vicini, e Jhonny prese a tremare. Perchè non era come gli eroi che leggeva nei libri? Perchè non gli riusciva di essere forte?
Provò a dire qualcosa ma gli uscì un ronfo da maiale, e cercò di dare una spinta a quello che molestava Chiara. Ma gli venne malissimo, non aveva mai fatto a pugni, le aveva sempre prese e poi era un porcello grasso sbilanciato. Finì per terra, ruzzolò male, e si tagliò le mani e le ginocchia. Jhonny non si voltò. Scappò via piangendo, frignando come una bambina.
A casa, strappò la poesia. Loro erano i cattivi, e i cattivi vincono.

No, stavolta non si sarebbe rassegnato. Non poteva. Chiara poteva davvero essere ferita, o avere bisogno di lui, e solo lui. Non poteva abbandonarla.
Armeggiò in tasca e trovò la torcia elettrica che aveva preso di nascosto a suo fratello in officina. La luce non era molta, ma sarebbe servita.
Arrivò così alla rete metallica rugginosa che delimitava il vecchio cantiere abbandonato. Non era niente altro che una colossale buca nella terra, grossa come un campo di calcio. Accumulati alla rinfusa stavano grandi tubi e blocchi di cemento, pezzi di ferro rugginoso e un po’ dappertutto c’erano erbacce e fiori non belli, spinosi. Vi era anche la carcassa sbilenca di una scavatrice, accanto ad una casetta di lamiere che doveva servire da rimessa o da spogliatoio per gli operai. Tuttavia la cosa che più sorprese Jhonny era l’albero rosso che stava al centro della buca. Era non alto e non frondoso, ma aveva come delle spine rosse luccicanti, su tutti i rami. Le sue radici, che striavano il fondo di terra molle, si estendevano a raggiera per tutta l’estensione della buca, poi risalivano e continuavano un po’.
Chiara era là, ai piedi dell’albero rosso. Stava seduta, contro il tronco, le ginocchia raccolte e i capelli a coprirla. Jonathan la inquadrò nel cono di luce della torcia, e non sentì ragioni né paure, anche se uno strano terrore gli stava proprio dietro la testa, come un cavallo nero che volesse travolgerlo.
Il cancello era chiuso da un grosso lucchetto, che sebbene rugginoso era ancora solido, così provò a entrare traverso. Spinse e spinse, trattenendo il fiato. I fili di ferro che sporgevano gli graffiavano la pancia e le braccia, e quando passò col corpo, una gamba gli rimase dietro, e si tagliò tutto l’interno coscia. Non aveva però tempo di badare a questo, se anche era una ferita grave ci avrebbe pensato dopo. Chiara era lì. Chiara, che una volta stava coi lucciconi dentro gli occhi brillanti, Chiara che per il compleanno gli regalò un paio di guanti, Chiara che profumava sempre, e tirava con lui i sassi nel torrente, Chiara che ascoltava le sue storie, e lo faceva sentire vivo. Lo faceva sentire umano, non un maiale.
Corse, e scivolò lungo il bordo del cratere, che era piuttosto scosceso, ma umido. I pantaloncini gli si sporcarono tutti, ma non se ne curò, e neppure del sangue che vedeva brillare nero sulla gamba e sotto la maglietta gialla. Inciampò diverse volte nelle radici che sporgevano, come tante costole a raggiera, e una volta battè forte il gomito, che gli vennero i brividi al braccio. Arrivò da lei, e quasi si tuffò, col fiatone e il cuore che gli sembrava non battesse più.
Urlò. Urlò come un porcello scannato. Gli occhi di Chiara erano fermi, immobili, spalancati, brillanti nel buio, e la bocca aperta come in un sorriso deforme. La testa un pò reclinata di lato. E non si muoveva, non si muoveva più.
Jhonny urlò, urlò e avrebbe voluto morire in quell’urlo. Voleva dire “Dio Dio no”, ma gli usciva solo un raglio acuto e deforme. La crisi durò qualche minuto, poi riuscì a riprendere fiato. Con la mano si portò via dalla faccia il muco e le lacrime. La gente, nei libri di Sheckley, non fa così. Le toccò il mento, col dorso di un dito. Voleva chiuderle la bocca, e ci riuscì. Poi le chiuse gli occhi con due dita sporche e grassocce, che tremavano. Vide un brutto segno rosso che le segnava il collo, ma non volle considerarlo.
Si pulì come potè la mano sulla maglietta, e le accarezzò il volto con tutta la delicatezza che potè.
-Ti amo.- sussurrò, e la voce gli uscì normale, gli uscì bene come mai gli era successo.
Le spine dell’albero rosso iniziarono a tintinnare, come piccole cose di vetro le une contro le altre, mosse dal vento, mentre Jhonny, Jonathan il maiale, le baciò la guancia come possono solo gli angeli.

Gaspare Burgio – Altri Lavori 

Immagine di: http://www.flickr.com/photos/fourtwenty/

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