ORSETTO ROSSO

di Gaspare Burgio

Il concerto si svolgeva in un vecchio manicomio, diventato Centro Sociale. Quando era piccolo ci entrava di straforo con gli amici, passando da una finestra rotta. Così, per il gusto di una bravata.
Di quel posto si raccontavano cose spaventose: il cumulo di calcinacci e infissi divelti era divenuto pertanto una prova di coraggio fra i giovanissimi della zona. Qualcuno poi doveva aver preso l’iniziativa, e il grosso edificio disfatto fu occupato, sistemato un po’ alla meglio ed era diventato un luogo di aggregazione.
Quando era bambino non avrebbe mai immaginato di trovarsi una notte su un palco in quel manicomio, a suonare per la gente. Si preoccuava solo che il fantasma del dottore non lo prendesse alle spalle, o che qualche drogato fuori di testa non lo spingesse per qualche scala o buco nel pavimento.
Erano trascorsi tanti anni.

C’è che la sua musica piaceva. Non si sa bene perchè, a lui pareva normalissimo rock alternativo, neppure di quello arrabbiato che fa atmosfera decadente. Ma la gente veniva, e lo ascoltava, e sembrava interessata.
Comunque suonava lo stesso stupido basso di sempre, col solito portachiavi rosso attaccato alla testata.
Era l’ultimo giorno delle medie, quando trovò quel maledetto portachiavi rosso. L’ultimo di tutti i possibili giorni delle medie. Non era mai stato molto contento di quel periodo. Non aveva legato molto, e passava l’intervallo al banco, leggendo soprattutto.
Una volta Marie si era guardata intorno, per sincerarsi che nessuno scrutasse, e gli aveva dato un bacio sulla guancia. Lui ci rimase malissimo, non sapeva cosa significasse. Forse nulla, forse davvero nulla. Marie era solo una bambina, e quello… uno stupido bacio sulla guancia di un’altro bambino.
L’ultimo giorno delle medie, che tutti se ne erano andati, tutti andati a diventare grandi persone, lui trovò quel portachiavi rosso, sotto al banco di Marie. Li vendevano in edicola, si faceva la collezione, orsetti ed altri animali di plastica colorata. Quello era l’orsetto rosso.
Lo prese con sè. Ogni tanto, nel corso di quegli anni, se lo ritrovava tra i piedi, in tasca, o sulla scrivania. Aveva cambiato casa due volte, eppure quell’orsetto rosso continuava a sbucare fuori quando pareva lui. Così aveva deciso di legarlo al basso, e di farne il logo del gruppo.
Che poi il gruppo non c’era, era lui che cantava e suonava, con una drum machine a fare ritmo e un PC che mandava le sonorità campionate. Per ridere aveva messo su dei manichini a fare il batterista e il tastierista, li aveva vestiti di nero con le facce dipinte di bianco, e se li portava sopra il palco, nelle esibizioni.
Poi qualcosa accadeva. Accadeva sempre, e lui non sapeva perchè. Quando suonava e cantava, la gente chiudeva gli occhi, e viaggiava.
Chissà cosa vedeva, tutta quella gente, chiudendo gli occhi, ma qualcosa vedeva. Forse una bambina castana, coi capelli lunghi lunghi, che per paura di essere presa in giro dagli altri non lo ammetteva, ma si era innamorata di quello brutto e cattivo. Forse la vedeva comprare l’orsacchiotto rosso, e poi tornare a casa, per scrivere il nome di lui da qualche parte sul diario. Forse vedeva lui con quell’orsacchiotto rosso sempre dappertutto, che lo seguiva come un angelo custode. Forse vedeva lei che faceva l’amore la prima volta, in camera, con un tipo del Liceo, e poi che veniva lasciata. Vedeva lui cambiare città, la prima sigaretta sulla spiaggia, lui che compra un basso per sbaglio, voleva una chitarra ma il basso era più figo a vedersi. Vedeva lei che trovava lavoro, lui che dormiva su un marciapiede, vomitandosi addosso tutto quel che aveva bevuto. Lei che andava in affitto, lui che viene preso a cazzotti da un tossico su un treno. Vedeva lei che una notte si mette a piangere sul balcone, seduta sulle piastrelle, che vorrebbe che le stelle gli dicessero che il futuro non è solo questo. Magari vedeva lui, la stessa notte, che guarda le stelle, le stesse stelle, e piange perchè non vuole che il futuro sia solo questo.
Vedeva lei accanto al letto dove muore suo padre, e vedeva lui che cerca, cerca qualcosa nel mondo che non sa neppure cosa è.
Vedeva lei col test di gravidanza, in bagno, che si passa una mano fra i capelli e la famiglia che la convince ad abortire, e vedeva lui che resta da solo, in un pub pieno di gente, a scrutare in un bicchiere, trovando le prime parole della sua prima canzone.
Vedeva lei che pulisce le finestre del suo appartamento nuovo, e vedeva lui che una notte si alza dal marciapiede e corre, perchè c’è stato un incidente, e deve salvare la persona investita. Ma non c’è nulla da fare, gli muore tra le mani.
Vedeva loro due, che si passavano vicini, ma c’era sempre qualcosa nel mezzo, una macchina, una persona, un muro, il nero di un blackout, e non si ritrovavano mai.
Chissà cosa vedeva la gente, stando là ad occhi chiusi, ascoltando la sua musica. Lui, d’altra parte, non poteva che continuare a cantare, a suonare, perchè in qualche modo, senza volerlo, tutto quel che sapeva del mondo si riduceva a quel bacio sulla guancia alle medie, e quell’orsetto di plastica rosso.

Gaspare Burgio – Altri Lavori

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3 risposte a “ORSETTO ROSSO

  1. Avevo già scritto un commento, che per mia imperizia ho cancellato senza volere. Dicevo che il racconto è notevole, completo, ricco di chiazze di colore e teso su un ritmo perfetto.

  2. Pingback: LETTURE ALLA FINESTRA « I Silenti·

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