LA PROMESSA DI SAWAR

di GM Willo

Nei sotterranei asettici della base Antartica, ogni rumore risaltava amplificato, circoscritto dentro una bolla di silenzio artificioso, probabilmente causata dalle abbondanti nevicate che andavano a depositarsi sulle tre cupole del complesso scientifico durante tutto l’arco dell’anno. Dentro l’edificio si lavorava giorno e notte al progetto Limbo, l’ultima frontiera dei mondi virtuali, o almeno questo era quello che si sussurrava in rete.
L’uomo si era appena sottoposto agli ultimi test per entrare a far parte dell’esperimento. L’idea era stata di suo figlio Thomas. Era lui l’esperto di computer… Da quando la madre era scomparsa circa un anno prima a causa di una malattia di origini sconosciute, probabile evoluzione di uno dei tanti virus fuoriusciti dai laboratori militari durante le ultime guerre, il ragazzo si era messo d’impegno per trovare una scappatoia. Lui invece, il padre, si era dato da fare come poteva. Erano giorni difficili e mettere in tavola qualcosa per cena anche solo per due persone significava già chiedere troppo. “Ultima fermata per il genere umano”… gli piaceva quella battuta, anche se in molti lo guardavano male quando la diceva, e il suo sorriso forzato non aiutava di certo.
C’era chi lasciava la città per le campagne, c’era invece chi credeva che le isole fossero più sicure. Molti pensavano fosse tutto inutile, e lui era uno di questi, per questo motivo aveva deciso di rimanere nel suo appartamento all’ottavo piano di una delle strade più trafficate della città, almeno fino a qualche anno prima. Adesso le automobili erano diventate rare e i marciapiedi rimanevano deserti anche durante il giorno.
Alla fine Thomas lo aveva convinto. Il ragazzo era entrato in contatto con alcuni ambigui personaggi della rete impegnati in un progetto di cui lui c’aveva capito ben poco. Riguardava i mondi virtuali, le esistenze digitali e le codificazioni delle entità, nomi strani che sembravano usciti da uno di quei fumetti di fantascienza che piacevano tanto al suo ragazzo.
I soldi per il viaggio riuscì a metterli insieme grazie ad alcuni lavoretti poco puliti, anche se nel caos in cui era precipitata tutta la civiltà occidentale era praticamente impossibile trovarne di legali. Dopo una serie di scali erano riusciti finalmente a raggiungere la desolata cittadina di Rio Gallegos, nell’estremo sud dell’America Latina. Nell’aeroporto internazionale del piccolo centro argentino si erano infine imbarcati su un airbus a prima vista poco affidabile, privo di qualsiasi identificazione. Il charter si era spinto ancora più a sud, fino alle propaggini del continente di ghiaccio. Il veivolo era quasi pieno ma nessuno aveva voglia di parlare. Tutti quanti osservavano in silenzio fuori dal finestrino la costa dell’America meridionale allontanarsi rapidamente, cento paia di occhi uniti in uno sguardo che significava addio.
Poi c’era stata la sistemazione negli alloggi, l’incontro con i trainer del progetto, i primi test sulla personalità, più tutta una serie di esami non solo medici. Nella fase finale della preparazione all’innescamento ogni soggetto doveva passare un test di compatibilità che veniva semplicemente chiamato “Screen”. L’uomo e il ragazzo non si erano mai separati; ogni prova, ogni esame l’avevano affrontato insieme, a parte quello conclusivo…
«Perché non può venire con me?» chiese lui incredulo.
«Mi spiace ma lo Screen di suo figlio non mostra i requisiti necessari per prendere parte al progetto Limbo.» La donna lo guardò solo un attimo, poi riprese a battere le dita sulla tastiera.
L’uomo guardò con odio la programmatrice. Lei sembrò non accorgersene, presa com’era dal suo lavoro.
«Che ne sarà di lui?» domandò ancora, stringendo i pugni fino a sbiancare le nocche.
«Parteciperà ad un programma alternativo. Limbo non è l’unica arca della salvezza, questo lo avrà capito anche lei.» rispose lei alzando le spalle.
«Si ma… potrò rivederlo?»
«Chissà, forse un giorno…» ma la voce della donna era gelida, priva di emozioni.
Una volta tornati nei loro alloggi l’uomo si avvicinò al ragazzo e lo abbracciò con trasporto. Lacrime calde cominciarono a rigargli il volto e non fece niente per trattenerle.
«Thomas, ti prometto che ci ritroveremo» disse.
Il giorno dopo si addormentò, e sognò di chiamarsi Sawar. Fu quella promessa non mantenuta a trasfigurargli l’anima, per tutti i secoli a venire…

«Padre, sei tu?»
«Si, ma sono anche tuo figlio e il tuo migliore amico…»
«È incredibile… dove stiamo andando?»
«Non lo so caro, ma questa volta non ti lascerò da solo…»
«Sono con te, padre.»
«Te lo avevo promesso che ci saremo ritrovati…»
Le onde continuarono a migrare verso stelle lontane, intrecciate come lo erano le loro storie, non più delimitate da un tempo lineare, ma appartenenti a qualcosa di eterno, che gli uomini sulla terra usavano chiamare amore.

Racconto tratto dal libro Limbo scaricabile gratuitamente a questa pagina 

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2 risposte a “LA PROMESSA DI SAWAR

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