IL CAFFÈ, IL PONTE, LA GUERRA

di Gaspare Burgio

Conobbi il caffè abbastanza presto. Il nonno aveva l’abitudine di dormire due ore e venti minuti spaccati dopo il pranzo. Con questo ritmo regolare era semplice calcolare i tempi e preparare un caffè medicamentoso. In effetti da piccolo il caffè era per me un liquido magico dalle proprietà extraterrestri. Il nonno si svegliava dalla pennica in uno stato di totale disastro. Come avesse viaggiato per quelle due ore attraverso un deserto di fatiche impressionanti. Voce roca e bassa, occhi smorti, forze azzerate. I pochi capelli irti come il campo-giochi di scoiattoli nervosi. Portavo lui la tazzina del caffè, ed assistevo ad una reale metamorfosi, tanto che si poteva credere che la vera anima del vecchio stava nella caffettiera, e veniva travasata in quella marionetta disanimata per renderla senziente. Il soffio di Dio nella narice aveva profumo di arabica.
Tornato alla vita mi offriva un cucchiaino di straforo, perché certo nessuno avrebbe giustificato del caffè ad un marmocchio di cinque anni. Molti lustri dopo scoprii che quel caffè era blando, poco più di un’acqua colorata che la nonna tirava lunghissimo a causa di problemi cardiaci del marito. Ma questa sacralità e questo alone diffuso di piratesco sotterfugio scrissero impressioni di amore e fascino per il caffè che non mi hanno mai abbandonato. Era il mio elisir.
Successivamente scriveva la sua lettera di testamento. Ci passò anni su quei foglietti, senza arrivare mai a qualcosa di sensato. Aveva una calligrafia orrida, e molta poca cultura. Non gli riuscì mettere in chiaro il significato della vita, per quel che avesse capito, e probabilmente ci teneva.
Conosceva soltanto le poesie di Trilussa, e se non gli andava di scrivere me ne leggeva qualcuna. Aveva un accento romanesco del tutto inadeguato, a dire le cose per quel che sono.

LA STRADA MIA

La strada è lunga, ma er deppiù l’ho fatto:
so dov’arrivo e nun me pijo pena.
Ciò er core in pace e l’anima serena
der savio che s’ammaschera da matto.

Se me frulla un pensiero che me scoccia
me fermo a beve e chiedo aiuto ar vino:
poi me la canto e seguito er cammino
cor destino in saccoccia.

(Trilussa)

Mio nonno fece la guerra al confine, a Ventimiglia, facendo finta di sparare ad un reggimento di coscritti francesi, i quali, a loro volta, facevano finta di sparare a lui.
Non appena giunse notizia che i russi erano entrati a Berlino, mio nonno non perse un istante: scagliò il fucile giù per la scogliera a strapiombo sulla quale stava arroccato da mesi, e se ne andò a casa. A piedi.
Fu certo un cammino straordinario. Mano a mano che procedeva, la notizia della fine della guerra si propagava di città in città, di paese in paese; così, oltre che avvicinarsi sempre di più alla sua casa, il nonno camminava incontro alla pace e alla felicità che crescevano ad ogni passo. Ogni luogo era più allegro e in festa del precedente. Le facce sempre più sorridenti, consapevoli che il brutto incubo era per davvero finito.
Cammino da sempre.
Io cammino, eppure le cose non diventano migliori, intorno. I passi che faccio non mi conducono verso luoghi in festa. Vivere è camminare.
Gli incontri si realizzano andando in posti nuovi.
Le persone devono essere raggiunte.
Le stelle e i mondi camminano nel cielo. Il nostro sangue cammina dentro di noi.
Il tempo cammina sulla strada dei secoli e degli attimi.
Per esistere dobbiamo camminare.
Le occasioni e le soluzioni alle nostre sofferenze sono da qualche parte. Dobbiamo viaggiare per arrivarci.
Alcuni si fermano. Altri cammineranno per sempre. È il destino.
Una strada di sassi, o un sentiero tranquillo fra gli alberi: non possiamo saperlo fino a che non ci siamo dentro. Alle volte camminiamo da soli, altre volte qualcuno ci fa compagnia per un pezzo di strada.
Io cerco la sua strada, la stessa che percorse lui. Eppure tutto mi pare sempre così vano, così consunto e vecchio. Ed anche le cose nuove, quelle che nascono ora, mi profumano di effimero. Io la mia guerra l’ho combattuta, eppure non mi riesce di vedere la festa intorno.

Odio gli ospedali.
Mio nonno stava là, buttato su quel letto. Con una sorta di tunica azzurra che mostrava tutte le gambe storte, varicose, il pannolino, e le braccia contorte. Stava lì, buttato come un pezzo di carne umana. Gli occhi rivolti verso l’alto, fino a mostrare solo il bianco, e un lungo cannello infilato nel naso. Della bava gli colava piano da un angolo della bocca.
Tremava come un verme, incontrollabile.
Ictus. Lo avevano trovato nell’ingresso di casa, per terra come un grumo di sporco, che rantolava e tremava.
Aveva avuto tre infarti, e tutti si preoccupavano del suo cuore. Che idiozia.
Che razza di stupidi.
Mi avvicinai lentamente, senza sapere cosa dire. Quello non era mio nonno. Mia zia disse che non c’erano problemi, che tanto non si accorgeva neppure di dove si trovava.
Furono i tre passi più lunghi che io abbia mai percorso in tutta la mia vita.
Non sapendo che dire, gli presi la mano. Era tutta rattrappita, dura, le dita piegate in modo strano, e tremavano. Tremavano tanto.
Mi abbassai fino a mettere i miei occhi al suo livello, stringendo la sua mano nelle mie. E mi riconobbe. Per un attimo, un attimo solo, si accorse di cosa stava succedendo.
Quando ero piccolo, molto piccolo, avevo paura di tutto, e anche del buio. Passavo tanto tempo a casa dei nonni, e la notte mi infilavo nel loro letto, per salvarmi dai mostri invisibili che stavano ovunque. E con l’orecchio appoggiato alla schiena del nonno, pregavo. Sentivo il suo cuore e pregavo. Che almeno quella notte, almeno quella il suo cuore non smettesse di battere.
Ero un bambino, e già pregavo. Volevo che quel cuoore non smettesse mai di battere, che battesse per sempre accanto al mio, e scacciasse tutti i mostri che c’erano e ci sarebbero stati in seguito.
Alle volte, quando russava forte, gli appoggiavo la mano sulla schiena, e lo sentivo, il palpitare di quel cuore. E restavo sveglio fino a che il sole non era alto, ad ogni battito sperando che non fosse l’ultimo.
-Ciao Gaspare. Grazie di essere venuto. Mi raccomando.
Non seppi cosa dire. Sorrisi, forse. Restai con la sua mano nelle mie per alcuni minuti.
Aveva la voce impastata, non riusciva a chiudere tutta la bocca. I suoi occhi si piegarono a fatica verso i miei, solo un istante, solo un attimo, ma credo gli costò la più grande fatica che abbia mai speso. E fu così per me: sostenere quegli occhi senza distoglierli fu la cosa più difficile che sia mai stato chiamato a fare. Ma ci riuscimmo, come a dimostrare qualcosa l’uno all’altro, come a farci un regalo, una promessa reciproca.
Sapevo, lo sapevo che nessuna preghiera di questo mondo sarebbe mai servita a salvarlo. Stavolta nessun desiderio avrebbe impedito all’inevitabile di compiersi. Avrei voluto dirgli qualcosa di importante. Avrei voluto dirgli qualunque cosa. Invece rimasi così, fermo, con qualcosa nella gola, il sapore dell’inevitabile, immagino, il sapore di un addio che nessuno dei due voleva dire.
Rimasero tutti colpiti dal fatto che mi avesse riconosciuto. Io sapevo che lo avrebbe fatto. Sentivo il palpito del suo cuore attraverso la mano. E sapevo, lo sapevo, che quando di notte lo ascoltavo, lui ascoltava il mio.
Dove non arrivano gli occhi, dove non arrivano le parole, arriva la musica.
Non ricordo come me ne andai. Forse non me ne andai mai. Non sono mai andato via da quella stanza di ospedale.
Morì due giorni dopo, mentre stavo dipingendo qualcosa di blu.

Il nonno era brutto. Un omino basso, con le gambe storte e le mani grandi. Oltretutto era orfano e decisamente povero.
Dopo la guerra si impegnò in una legatoria industriale, dove tagliava le pagine dei libri e dei giornali.
Aveva un’amica, con la quale si confidava spesso. Marciavano per tutta la città dopo il lavoro, abitando entrambi su, verso le colline aldilà dell’Arno. Parlavano molto, soprattutto del fatto che mio nonno non trovava uno straccio di donna. All’epoca ci si maritava più giovani che oggigiorno, ed era una cosa quasi obbligata, sia per il costume di quei tempi che per schietti motivi economici.
Il nonno sappiamo chi era. Sgraziato a vedersi, piccolo, e decisamente malvestito. Per intendersi: buchi nelle scarpe e vestiti usati e rattoppati.
L’amica era invece di famiglia borghese, magari non ricca, ma con i mezzi per vivere una vita sopra la media. Lavorava in fabbrica per pagarsi gli studi artistici, e le lezioni di canto. Il dopo-guerra aprì comunque alle donne un certo blando diritto all’affermazine personale e all’indipendenza. Era lei, per certo, un partito molto ambito all’epoca: alta, occhi chiari, una gran bella donna, molto gentile. Aveva preso a simpatia quel ranocchio perchè la faceva sorridere. E perchè la capiva sempre, in modo naturale. Riuscivano a parlare di tutto, senza mai pretendere che l’uno fosse qualcosa di differente da ciò che era davvero. Il nonno era un po’ musone e pessimista, ma aveva rubacchiato qua e là una cultura a base di poesie in romanesco.
Così, un giorno, mentre il nonno si lamentava che nessuna lo prendeva, l’amica si fermò sul ponte. Non c’erano tutti i suoni che ci sono adesso nella metropoli. Solo lo scrosciare di acque calme e grigie, intorno ai pilastri del ponte. Lo guardò, e gli disse di colpo: Ti prendo io.
Immagino il suono di quelle parole. Le immagino addirittura dipinte per aria, come un piccolo stormo di uccelli che solcano un cielo vuoto, che si fa rosso per il tramonto. Immagino gli attimi dilatati, lunghissimi, mentre il nonno cerca di capire se sia tutto vero, e prendere coscienza di quelle parole, di cosa stanno a significare.
Con queste parole quella donna rinunciò alla vita agiata che le avevano promesso avvocati, artisti, politici, e tutti gli spasimanti che ogni giorno le facevano la corte. Rinunciò ad essere una cantante, a farsi una posizione, a un’esistenza di divertimenti, di comodità, di fiori, sale da ballo, viaggi e regali costosi. Tutto quello che le altre donne dell’epoca volevano, ecco, lei con quelle parole vi rinunciò.
Aveva capito qualcosa di indefinibile e segreto, che andava aldilà del vantaggio immediato, delle cose materiali.
Mio nonno si stupì. Davvero, resta leggendaria la storia di lui che si mette a ballare per il ponte, con quel pastrano rappezzato che gli fa da mantello.
La incontro spesso quella donna. È la madre di mia madre. È mia nonna.
Continuarono a marciare tutta la vita, fianco a fianco. Fecero un passo assieme, poi un altro, e non riuscirono più a fermarsi.
E la nonna mi dice sempre che quella scelta, quella scelta che fece sul ponte, fu di certo la migliore di tutta la sua vita: perchè si era accorta che il nonno avrebbe potuto darle quello che avvocati, dottori, generali e tutti i soldi del mondo non potevano comprarle. E gli anni le diedero ragione.
Se ci penso, questa consapevolezza è la mia vera madre. Senza quelle parole, dipinte per aria nel cielo d’inverno, io non esisterei.

Gaspare Burgio – Altri Lavori 

Immagine di: http://www.flickr.com/photos/michele_brl/

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