LE STORIE DIMENTICATE DI BILL E SAM: Lo spettro della foresta di Khoun. Terza parte

di Titty

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In quell’anno, sembrava che il Signore Inverno non volesse cedere il passo alla sua ardente signora nelle terre di Khoun e tutti erano vittime del suo uggioso umore.
«Non ne posso più di tutta quest’acqua» borbottò il conte di Sent’Aten, osservando dalla finestra il lago increspato dal furioso temporale.
«La pioggia vi rende malinconico, mio Signore? Non abbandonatevi al suo canto ipnotico» rispose Iris con un timido sorriso.
«L’ozio di questi giorni mi rende nervoso. Vorrei dimostrarti la mia gratitudine ma con questo tempo non posso essere di nessuna utilità.»
«Non angustiatevi con questi inutili pensieri. Vi siete appena ripreso e la febbre è calata da qualche giorno, ogni cosa a suo tempo.»
«Il tempo non gioca a mio favore. Ti sono debitore e lo sarò per l’eternità. Voglio dimostrarti la mia profonda gratitudine prima di riprendere la mia missione.» Il conte si avvicinò a Iris, impegnata come al solito nel suo lavoro di cucito. «Se non ci fossi stata, per me sarebbe stata la fine. Mi hai aperto la porta della tua casa senza sapere se fossi degno di ciò. Una donna sola, senza un uomo a proteggerla, non dovrebbe fidarsi degli sconosciuti che bussano alla sua porta. Mi tratti con il massimo riguardo, è invece dovrei essere io a chinare il capo alla nobiltà del tuo animo. Sono sette giorni che mi accudisci con dedizione senza pretendere nulla in cambio.»
«È un immenso piacere per me. È vero, vivo da sola e la compagnia di un nobile signore è un dono raro che non va sciupato.»
Il conte di Sant’Aten sorrise, lusingato dalle parole della donna.
«Posso approfittare ancora della tua disponibilità?» Chiese il conte.
«Certo.»
«Solo i servi mi chiamano Signore. Quando sono ospite, mi fa piacere che il padrone di casa mi tratti da suo pari. Se non ti dispiace per te sono semplicemente Owen.»
«Io sono la figlia di un semplice boscaiolo e voi il signore delle terre di Rhion, non mi sembra opportuno accumunare il nostro destino» obbiettò Iris arrossendo visibilmente.
«Ti prego chiamami Owen come si conviene tra amici» ribadì l’uomo con tono gentile ma deciso. «La tua cortesia ti rende la più nobile tra le dame. I nostri destini si sono incrociati e non c’è motivo di tenerli lontani con formalità inutili. Sempre che ti faccia piacere, naturalmente.»
«Le tue parole mi lusingano, ma soddisferò il tuo desiderio se tu assolvi a una mia richiesta.»
Owen assentì con il capo.
«Smetti di pensare a come sdebitarti poiché non è necessario. Un giorno sarai tu a darmi il tuo aiuto, se sarà necessario.»
Il conte di Sant’Aten accettò la proposta di Iris con un inchino per poi chiudersi in una lunga riflessione. Fissava la fiamma che danzava davanti ai suoi occhi seguendo con attenzione i suoi movimenti sinuosi.
«Scusa la mia curiosità Iris, ma dov’è la tua famiglia? Perché vivi sola, lontano dal villaggio?»
Iris sollevò lo sguardo dal lavoro che stava terminando, incrociando quello di Owen. I suoi pensieri la rattristarono in un baleno e un velo di lacrime per qualche secondo rese i suoi occhi più luminosi.
«Non ho più una famiglia. Mia madre e morta dandomi alla luce e d’allora ho vissuto con mio padre. Per lui ero come il sole in una giornata di festa, unica consolazione del tempo che passava. Un giorno è uscito, come al suo solito, per raccogliere la legna da portare al villaggio e la sera non ha fatto ritorno. Il mattino seguente il cavallo è rientrato alle stalle senza di lui. L’ho cercato per giorni ma era come sparito nel nulla. Questa foresta è maledetta, lo sanno tutti. Promettimi di non avventurarti al suo interno di notte. Nell’oscurità si nasconde una minaccia silenziosa che in tanti hanno cercato di combattere, fallendo ogni volta.»
«Non dovresti rimanere qui se non sei al sicuro. Sarebbe meglio vivere nel villaggio, lì non saresti sola» suggerì Owen con trasporto. Si era inchinato di fronte a lei e poggiava la mando sulla sua. Iris la tirò indietro riprendendo il lavoro che aveva interrotto.
«Sarei sola anche a Glanghery. Rimango nella speranza che mio padre ritorni. Se nella notte riuscisse a scappare dal suo carceriere, troverebbe una luce a indicargli la via di ritorno.»
Quelle parole rattristarono Owen che nel momento non ebbe la prontezza di consolare il cuore di Iris.
«Ecco fatto» disse la donna rompendo l’imbarazzo di quell’ultimo scambio di battute. «Si è strappato il mantello quando sei caduto da cavallo. Adesso è come nuovo.»
Owen afferrò il manto che Iris gli porgeva. Lei abbozzò un sorriso e subito dopo si volse per aggiungere legna al fuoco.
«Grazie» sussurrò Owen.

***

Durante la notte Owen era sempre tormentato dallo stesso angosciante incubo.
Vagava perso nella foresta, fino a quando la sua attenzione era distratta dal pianto di una misteriosa donna. Lo attirava sino alla sua tomba, una bara di ghiaccio racchiusa in un groviglio di rami che l’ancoravano al terreno. Un monumento alla solitudine, stregato da potenti magie che lo trasformavano in una prigione inviolabile.
Ogni notte il pianto si faceva più disperato, trasportato dal vento per tutta la foresta che impotente ascoltava i suoi lamenti. Le tenebre pesavano sulla terra come una cappa soffocante. Non c’era nessuna luce a infondere speranza, anche il pallido riflesso della luna era celato dalla nebbia. Gli unici rumori che l’orecchio umano poteva percepire erano i richiami di una civetta che precedevano ogni volta il triste canto della donna.
Owen cercava tutte le volte di liberarla, ma ogni suo sforzo era inutile. La bara di ghiaccio non cedeva e più vani erano i suoi tentativi, più disperato diventava il suo tormento. Alla fine, quando tutto sembrava perso, la voce della donna lo riportava alla realtà con le solite parole:
«Non puoi far nulla per infrangere la mia prigione di ghiaccio. Nessuno può liberarmi dal gelo che attanaglia il mio cuore.»

***

La mattina Owen si sentiva stanco, con l’animo svuotato da ogni speranza e la mente agitata da oscuri pensieri. Era tormentato da un profondo senso di colpa poiché non riusciva a liberare quella donna che, nei suoi sogni, chiedeva di continuo il suo aiuto.
«È un sogno,» si ripeteva per darsi coraggio «non mi devo crucciare tanto per qualcosa che non esiste. Questo senso di colpa che mi affligge a ogni risveglio è solo il monito che non devo dimenticare la mia missione. È questa l’origine reale della mia ansia.»
I suoi occhi esitarono un secondo in più dinanzi al sole che per giorni era rimasto occultato alla vista di tutti. La visione di Iris ebbe la forza di destarlo dalle sue riflessioni. Era scesa al lago a lavare i panni, approfittando della bella giornata che il tempo le aveva concesso.
La sola vista della donna bastava ad alleviare la pena del conte. Con la sua voce gli illuminava la mente, confusa da intricate riflessioni, e con i suoi sorrisi gli infondeva coraggio, ricordandogli il valore del suo cuore. Il suo volto era l’immagine della serenità. Non era segnato dalla fatica o dalla tristezza. Ora il sole illuminava la sua candida pelle con una luce che era sempre in lei anche quando le nubi celavano per giorni il bagliore celeste.
«Sino a oggi i miei occhi non ti hanno mai osservato con attenzione. Ora colgo quella bellezza che i bardi descrivono nei loro canti. Non ho mai visto donna dal portamento più fiero; non ho mai incontrato principessa dai modi tanto gentili; non ho conosciuto donna con uno sguardo tanto amorevole. Possibile che davanti a miei occhi abbia la semplice figlia di un boscaiolo?»
Owen avanzò lentamente verso Iris nella speranza che lei avvertisse per tempo la sua presenza. Non voleva spaventarla ma allo stesso tempo desiderava godere della sua grazia il più possibile.
«Aspetta Iris. È troppo pesante per te, la prendo io» disse infine superando ogni indugio.
«Non è necessario» provò a obbiettare la donna quando Owen ebbe raccolto la cesta del bucato, ma egli fu più risoluto di lei. «È il minimo che posso fare.»
Iris sorrise con affetto e guidò Owen verso il luogo in cui andavano sistemati i panni. «Puoi appoggiare la cesta lì» ordinò con un sorriso.
Dietro la casa erano stati legati alcuni fili a due pali sui quali Iris aveva iniziato a sistemare il suo bucato. «Ecco fatto!» Esclamò una volta terminato.
Owen raccolse la cesta e insieme si avviarono verso casa. «Pensavo di riparare il tetto del fienile prima di riprendere il mio viaggio. Tempo permettendo! L’inverno non è ancora trascorso ed è meglio garantire un riparo sicuro e asciutto agli animali. Ho visto che hai alcune capre e un vecchio cavallo fa compagnia a Goibniu.»
«Grazie, mi faresti un gran servizio. Povero Mores,» rise Iris «alla sua età dovrebbe passare più tempo al caldo e invece in questi ultimi mesi non gli è stato possibile. Hai ragione quel tetto è ridotto davvero male. Ho notato che la pioggia di questi ultimi giorni ha bagnato tutta la paglia che avevo raccolto, n’è rimasta molto poca asciutta.»
«Bene, inizierò immediatamente.» Owen restituì la cesta e si congedò con un inchino, per poi allungare il passo verso il fienile.
Iris ricambiò con un sorriso mentre si attardava qualche secondo sull’uscio di casa. «All’interno troverai tutti gli attrezzi che ti potranno servire» aggiunse prima di entrare.
Owen lavorò sul tetto per due giorni consecutivi e riuscì a terminare il lavoro prima che il tempo volgesse al peggio.
«Siamo stati fortunati. Goibniu e Mores passeranno le prossime notti all’asciutto, riposeranno al meglio» commentò Owen soddisfatto.
«Sembri molto stanco. Devi stare attento a te, ti sei ripreso da un brutto incidente e non devi approfittare delle tue forze» osservò Iris un po’ preoccupata.
«Non ti angustiare per me, sto benissimo. Purtroppo non dormo bene da quando sono qui, per questo ti sembro stanco. Ogni notte faccio lo stesso sogno e il mattino mi risveglio più stanco della sera precedente.»
«Che cosa sogni?» Chiese Iris con tono allarmato.
«Una donna. Vago perso nella foresta finché non sento il suo pianto disperato. La sua tristezza mi spezza il cuore. Alla fine mi ritrovo davanti alla sua bara. Mi avvicino e cerco di vederla, ma non mi è possibile perché la superficie opaca della sua tomba di ghiaccio nasconde il volto. Tra le scanalature posso distinguere le sue lacrime. Cerco in tutti i modi di spezzare quel maledetto ghiaccio ma non ci riesco. Non posso nemmeno spostare quel letto di morte perché un groviglio di edera l’ancora al terreno. Alla fine tutta la sua tristezza penetra in me e il suo sconforto diventa il mio. A quel punto mi sveglio e l’ultima cosa che sento sono le sue parole. Mi dice che “non posso far nulla per infrangere la sua prigione di ghiaccio.” Che “nessuno può liberarla dal gelo che attanaglia il suo cuore”.»
Iris si lasciò cadere disperata sulla sedia.
«Ti senti male?» Chiese Owen precipitandosi su di lei.
Iris fissò l’uomo con disperazione. «Sei sotto l’influenza di un potente incantesimo. Ti sta attirando a sé lentamente, alla fine non potrai più opporre resistenza e diventerai suo schiavo.»
«Di chi stai parlando?»
La donna strinse convulsamente il grembiule. Le sue parole si fecero un sussurro e Owen dovette inchinarsi per sentire quello che stava dicendo.
«La donna che senti piangere nei tuoi sogni è in realtà lo spettro che dimora da qualche tempo in questa foresta. In vita era una bellissima principessa venuta in queste terre per far visita a un lontano parente. Quì, conobbe un giovane, un nobile signore, e di lui s’innamorò. Si giurarono eterno amore ma quando la donna rientrò in patria per comunicare ai genitori la sua volontà di sposarlo, successe quello che mai avrebbe immaginato. Egli infranse il loro patto di fedeltà e convolò a nozze con un’altra donna. La notizia del matrimonio raggiunse la principessa e fu la fine per lei. Quell’uomo l’aveva ferita nel profondo e il dolore che provava la stava consumando dall’interno. Si racconta che il suo pianto era talmente triste e disperato che sembrava non avere fine. Poi la donna fuggì dal castello. Tutti pensarono che fosse scappata, che fosse ritornata dall’infedele amante per cercare vendetta ma si sbagliarono. Non giunse mai a cospetto dell’uomo, perché si perse nella foresta e morì di freddo senza riuscire a placare il suo dolore. Si dice che mentre esalava l’ultimo respiro, la sua bocca mormorava una potente maledizione contro l’uomo che le aveva spezzato il cuore, dannando la terra che le aveva sottratto la vita.
«Quando il Re ritrovò la figlia era troppo tardi. Non gli rimase altro che chiedere ai suoi stregoni di preparare le sue spoglie per il lungo viaggio che l’avrebbe riportata a casa. Ma quando i maghi si avvicinarono al corpo percepirono la magia cha aveva evocato e consigliarono al Re di lasciare la figlia nella foresta per evitare che la maledizione lanciata la seguisse sino al loro regno.
«I maghi costruirono la tomba al centro del bosco. Una bara di ghiaccio avrebbe conservato il suo corpo per sempre, preservandolo dall’inevitabile distruzione che colpisce ogni cosa alla fine del suo esistere. L’edera incantata a dovere, avrebbe unito il suo corpo e il suo spirito alla terra in modo che nessuno sarebbe riuscito a spostarla dal luogo che aveva causato la sua morte.
«Da quel momento lo spirito vaga per la foresta animato da una profonda sete di vendetta che trova ristoro durante la notte. Odia questo luogo e tutti quelli che lo abitano, li considera responsabili della sua solitudine, del suo dolore. Gli abitanti di Glanghery non passano mai per la foresta durante la notte perché lei li cattura e li trascina via per sempre senza dargli alcuna speranza di salvezza. Con gli altri la sua vendetta è più incerta. S’insinua nei loro sogni fino a farli impazzire. Alla fine li attira nella foresta e di loro non si sa più niente. Ha stregato anche te» sussurrò angosciata.
«Sono solo leggende. Non bisogna farsi suggestionare da queste storie» disse Owen nel tentativo di tranquillizzare Iris.
«Non sottovalutare il suo potere come fece mio padre. Ci siamo trasferiti qui dopo la morte di mia madre e quando giungemmo, gli altri boscaioli ci misero in guardia sulla maledizione, ma egli non volle crederci. Quando iniziarono i sogni non diede importanza alla cosa e un giorno è scomparso. Promettimi che non andrai mai di notte nella foresta. Giuramelo?» Disse disperata.
«Va bene. Non ti preoccupare» rispose Owen consolando la donna con un lungo abbraccio. «Tranquilla, non mi succederà nulla di male!»

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Titty – Altri Lavori


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