IL MURO DELLE ROSE

di Miriam Carnimeo

Questo è il luogo giusto, pensai.
Un luogo di cui non ci si ricorda mai il nome e dove la selvatica bellezza ha sempre dalla sua parte un vento perfetto che punta dritto al mare, indifferente verso tutto ciò che non si riconosce nella sua leggerezza. Qui la natura vince e i segni di una lotta atavica si perdono davanti ai paesaggi.
Poi, un raggio di sole in piena faccia e sei lontano dalla folla, quella che per esistere trattiene e prolunga, quella che di fronte al mare si intristisce per la propria pochezza e finisce nei tiri ripetuti di una sigaretta.
– Signora mi scusi, come si chiama questo paese?
Una donna senza scarpe e con i capelli alzati su da un rametto di quercia, mi guarda sorridente:
– Bell’amore!
Strano paese questo, il suo cielo è un letto disfatto e le nuvole sembrano coprirlo mentre alle nove del mattino ancora dorme in aria.
C’è un grande silenzio, il segreto suono delle cose si svela picchiettando nella sua lentezza. Scivola come un accogliente madre tra i viali che d’improvviso si fanno fioriti.
I pescatori con i loro capelli argentati sono gia sulla riva che lavorano e le donne hanno spalancato porte e finestre. Ma non fanno rumore. Neanche i bambini con le loro risate ed i loro giochi nell’acqua smuovono questo strano ordine del tempo.La gente si fa persona e si racconta nei gesti senza fretta, anche nei più semplici.
Seduta su una panchina l’attenzione è un discreto pennello che mi dipinge più vicina, meno estranea, intima quanto basta per desiderare di avere ancora una voce dolce con cui pronunciare il mio nome per presentarmi ma senza stanchezza. Guardo la linea sorridente del mare e mi scopro a togliermi una scarpa e poi l’altra senza neanche usare le mani.
Volevo scrivere un racconto che ho scoperto di portare dentro, i piedi grati che si stendono al sole, sorrido imbarazzata all’invenzione di un tempo che sono riuscita a far scricchiolare.
Demolito il muro di illusioni rimane solo un muro di rose nello sguardo.
Due alberi proteggono il suo biancore diventando di lui la stessa ombra. Le radici lo inchiodano a terra rendendolo una creatura vivente, come loro. Guardandolo si ha l’impressione che abbia gambe lunghe che si chiudono sul paese, riescono a custodire l’intera distesa di mare che bagna avido ogni possibile confine.
Qualcuno ci ha piantato delle rose.
Di notte, nel buio mi è sembrato di sentirlo discutere da solo, una voce fatta di baci e sospiri da cui si intravedono piccole ombre muoversi su di lui, utilizzarlo come un letto in cui farci nascere i bambini. Quando il sole cala c’è sempre qualcuno che lo innaffia e che riempie i grandi buchi che il vento toccandolo ripetutamente, gli procura. Su quel muro viene facile immaginarsi, i vestiti puliti ben ripiegati, il profumo del bucato fresco che si libera dagli angoli. Visti così quegli abiti non sembrano abbandonati ma solo in attesa di un vento che non li giudichi vuoti.
Poggiate a lui ci sono spesso delle donne. Quando c’è bassa marea le vedi sedute con le gambe a penzoloni. Guardano colui che le ha cresciute, una mano su quel muro a cui chiedono sostegno e l’altra ad accarezzare quel profondo gigante che ha insegnato loro a non avere paura della profondità superando la superficie. Hanno corpi abituati a sostenere grandi corazze e non amano gli abiti, troppo impegnati a costringere l’abbondanza tra sete e pizzi bianchi di cui subiscono l’orrore per l’improvvisa macchia.
Le donne del paese di Bell’amore sono belle. Perché sono belle le donne se quando crescono, lo diventano. Capaci di passare dalla guerra al naso sporco di farina, il loro sudore brilla sulle braccia e scompare nell’impasto. Una di loro mi ha detto che è per questo che il pane quando cresce, profuma.
I loro bambini lo mangeranno sulle biciclette con le facce paffute, il luccichio dei giochi negli occhi e gli slanci d’amore distanti dall’oscura paura. Sono tutti figli della pazienza ed un sorriso sempre pronto nascosto nei pugni morbidi. La loro carezza contiene il volto senza stringerlo, senza modificarlo nella sua delicata espressione.
Il paese adesso trilla ed il cuore si è arreso.
Mi scarto l’ultimo sorriso come una caramella da gustarmi al mio rientro nell’aria amara. La bellezza implode negli occhi e la vista si gode in silenzio la nudità di ciò che è nato e rimarrà tale senza invecchiare.
Starsene così, coraggiosamente sinceri, sapendo che se non ricorderò il nome di questo luogo, almeno ci saprò ritornare.

Miriam Carnimeo – Altri Lavori

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