LE STORIE DIMENTICATE DI BILL E SAM: Lo Spettro Della Foresta Di Khoun. Ultima Parte

Si concludono le avventure del conte di Sent’Aten alle prese con lo spettro della foresta. Per leggere il racconto di Titty dall’inizio clikkate qui.

LE STORIE DIMENTICATE DI BILL E SAM: Lo Spettro Della Foresta Di Khoun. Quinta e ultima parte

di Titty

Giunse la notte e Owen rivide nei suoi sogni lo spettro della foresta. Il suo pianto questa volta lo condusse direttamente alla tomba, senza farlo vagare inutilmente per la foresta. La scena che vide non era quella che da sempre si era abituato a osservare. Non c’era nebbia a confondere la vista e tutto appariva chiaro nella sua tetra desolazione.
Owen si sentiva confuso. Non voleva avvicinarsi eppure ogni suo passo lo portava al cospetto di quel monumento funebre che con il tempo aveva iniziato a odiare. Avanzava lento, mentre il suo cuore batteva velocemente come se volesse ammonirlo sulla sua decisione.
Ora la vedeva come i maghi l’avevano progettata a suo tempo: un monumento incredibile, fatto di marmo e pietre preziose. Non era più un semplice blocco di ghiaccio come in origine era apparso, ma un piccolo mausoleo. La bara era adagiata su un piedistallo di pietra nera che sembrava uscire dal sottosuolo come una robusta radice che ricerca l’aria a lei per natura negata. A esso era avvinghiata un’edera di cristallo verde che ne impreziosiva gli angoli. La superficie della bara era trasparente e liscia, e lasciava intravedere il corpo della donna che ospitava.
Owen percorse con lo sguardo tutta la sua lunghezza e accarezzando il piano percepì delle sottili crepe che in alcune parti movimentavano la superficie levigata. Erano concentrate tutte in prossimità del cuore e formavano una fitta rete simile a una ragnatela.
«Cosa vuoi da me cavaliere?» Chiese lo spettro all’improvviso. «Perché scavi nel mio passato con tanta veemenza?»
«Voglio capire. Voglio rompere questo maledetto ghiaccio e dare pace alla tua anima.» Le sue parole furono accompagnate dai gesti eloquenti che dimostravano la sua concreta volontà. Con un masso tentava in tutti i modi di rompere il coperchio della bara.
«Non puoi fare nulla. Non sei uguale gli altri, insisti anche quando è evidente che non puoi farcela. Allontanati da me e non fare ritorno in questo luogo maledetto. La vita è un dono prezioso che non va sprecato. Non indugiare troppo su questa terra che non avrà mai pace.»
Quando Owen sollevò lo sguardo sul viso della principessa il terrore s’impadronì di lui riportando la sua coscienza alla realtà.

***

Il giovane conte di Sent’Aten si svegliò di colpo, agitato dall’ultima visione del suo incubo. Sentiva che Iris era in pericolo e doveva partire il prima possibile. Fece sellare il cavallo e in poche ore era di nuovo in viaggio verso la riva opposta del Herckal.
Goibniu era più veloce del vento e ogni volta che il suo padrone lo spronava per non perdere il passo nitriva per lo sforzo. Era allo stremo ma non cedeva alla fatica.
Owen pensava solo a Iris. Lo spettro non aveva posato la sua mano malefica su di lei e lui si chiedeva per quale motivo l’aveva risparmiata. Forse la sua sventura, in parte simile a quella della principessa del Nord, aveva impietosito l’animo tormentato dello spettro ma da quanto aveva visto la notte prima, la sua indulgenza era cessata.
«Non prendere lei per salvare la mia anima. Sono io la vittima designata dal fato per placare la tua collera. Non lei, lasciala vivere. Ha pagato a caro prezzo la sete della tua vedetta.» Con questi pensieri Owen manifestava i suoi timori, nella speranza che lo spetto potesse sentire il suo messaggio. Un monologo disperato che si confondeva con il fischio del vento.
La situazione apparve subito disparata. L’uscio di casa era spalancato e il vento lo faceva sbattere ripetutamente facendo tremare i cardini. «Iris dove sei?» Urlò.
La piccola cucina era completamente in soqquadro. Alcune scodelle erano a terra, le sedie erano rovesciate e da qualche tempo nel cammino non bruciava una fiamma. Owen cercava disperatamente la sua amata, gridava il suo nome ma non c’era traccia di lei da nessuna parte.
Non esitò più del dovuto sui suoi tetri pensieri, prese la spada e corse dentro la foresta, più determinato che mai. Si addentrava nel cuore della boscaglia consapevole della minaccia cui andava incontro. «Iris rispondimi. Non aver paura, guidami. Non esiste magia che ti può nascondere al mio sguardo, né forza che mi possa fermare.»
La nebbia si stava alzando lentamente dal suolo, da prima timidamente per poi avvolgere ogni cosa. Owen sentiva l’umidità della notte scendere su di lui ma a farlo rabbrividire fu il suono del lamento disperato che da qualche tempo si era abituato a udire nei suoi sogni. Nella realtà quel pianto era più triste e angosciante, si confondeva con i rumori della notte per poi emergere con acuti lancinanti.
Owen tentava in ogni modo di ignorare quel subdolo richiamo ma quei gemiti erano in grado di condizionare la sua mente al punto di distrarlo dal suo intento. Lottava tenacemente contro un nemico invisibile ma quando inciampò sulle radici di una grande quercia, comprese di aver fallito la sua battaglia. Era giunto sino alla tomba dimenticata.
La vista della bara di ghiaccio risvegliava in lui tremendi pensieri che avevano il sapore di una scena già vista che avrebbe voluto cancellare dalla mente. Sapeva che a breve avrebbe rivisto la principessa dei suoi incubi e non si sentiva pronto a attraversare il confine tra la dimensione dei sogni e la realtà vissuta. Il suo sguardo seguì le forme delle lunghe vesti nere e quando si posò sul volto della donna ebbe un sussulto violento. Il viso che fissava era quello della sua amata Iris. Il fiore che avrebbe dovuto salvare dalle tempeste della vita era stato strappato via e lui non era stato in grado di proteggerla.
«Maledetta! Non hai avuto riguardo nemmeno di lei, l’essere umano più vicino alla perfezione» urlò Owen con rabbia.
La forza delle sue emozioni parve squarciare lo spesso velo di nebbia calato sulla foresta ma il suo ritiro era una tenue consolazione perché uno spettacolo più desolante prese consistenza attorno a sé.
Il cavaliere era giunto al cimitero che lo spettro aveva eretto a monito della sua forza. Centinaia di corpi stavano chiusi in innumerevoli bare di ghiaccio, allineate ordinatamente in più file che si confondevano tra gli alberi della foresta. Lì imprigionava le vittime che credevano disperse, di cui per anni non si è avuto più notizia.
Owen osservò con ansia quella scena incredibile. Sapeva di essere arrivato alla fine del suo viaggio e si accanì con tutta la sua forza contro la prigione di vetro che rinchiudeva Iris, nella speranza di salvarla. La sua tomba era l’unica a essere scheggiata in più punti: piccole fratture vicino a graffi più profondi che faceva supporre una certa fragilità. Colpiva senza tregua con la sua spada nella speranza di compiere ciò che nei suoi sogni non era mai riuscito a realizzare.
Ora il pianto che per molte notti aveva angosciato il suo cuore si era trasformato in una risata cinica e beffarda. «Non puoi far nulla per loro, uomo. Ti ostini in un’impresa che non ha speranza. Nessuno può liberare un corpo dal gelo che l’avvolge, nessuna arma è tanto forte da spezzare la mia corteccia di ghiaccio.»
Per Owen le parole dello spettro erano un invito a insistere, a non cedere alle apparenze. «Non la lascerò a te. Verrà via con me, costi quel che costi.»
In un baleno lo spettro avanzò verso di lui, giungendogli quasi di fianco. Il cavaliere ebbe però la prontezza di allontanarsi e di sguainare la spada. «Liberala!»
Lei non rispose. L’unico suono che proveniva dalla sua bocca era una rauca risata che sembrava crescere sempre più d’intensità. «Non la lascerò a te, maledetta» ribadì Owen.
Owen osservava la strana creatura con timore furbamente celato. La sua presenza era inquietante e ogni suo gesto ricordava la sua natura malefica. Si muoveva sfiorando il terreno e non rimaneva ferma più di qualche secondo. Non si vedeva il volto perché celato da un lungo velo nero che si spostava senza mai rivelare l’espressione e il viso segnato dalla morte. Provò anche a colpirla ma la sua lama non poteva nuocerle, era come un bastone agitato nel vuoto. Mentre il suo braccio lottava contro ciò che non poteva abbattere le immagini dei giorni felici trascorsi con Iris riaffiorarono nella sua mente. La sua grazia e la sua bellezza rinvigorivano il suo amore e con esso la volontà di preservarla dal gelo e dalla disperazione di quel luogo.
«Lei non ha colpa se non quella di avermi amato. Perché la condanni al tuo stesso tormento?» Chiese Owen. «Non la lasco qui, la porto via con me in un luogo dove si sentirà sempre amata.»
Lo spettro tacque per un istante. Gli unici rumori che si udivano erano il vento e il frusciò fastidioso delle sue vesti. In quel momento il velo che copriva il volto si allontanò dal viso della principessa rivelando una verità che Owen non avrebbe mai sospettato. L’uomo cadde in ginocchio, non aveva la forza di accettare quel bizzarro scherzo del destino.
La sua Iris, la donna che aveva amato più della sua stessa vita, era dinnanzi a lui. I suoi occhi in principio ridenti e luminosi erano i realtà buchi scuri e profondi, specchi delle più intime paure.
«Piango la solitudine cui gli uomini, uno dopo l’altro, mi hanno condannato. Rimpiango l’affetto che ho donato e che da sempre si dimentica nel momento del bisogno. Piango per la tristezza che nel mio cuore non ha fine. Piango per il gelo dei loro cuori che alimenta la sofferenza della mia anima, segnandola per l’eternità» sussurrò Iris in un rauco lamento.
Owen si muoveva gattoni sopraffatto dalle parole della donna. Quando giunse sulla sua bara, la racchiuse tra le braccia con gli occhi velati dalle lacrime, osservando il viso di colei che aveva amato in silenzio. Maledì il destino che gli aveva privato la possibilità di dimostrare la sincerità del suo amore. Il suo pianto si sostituì a quello dello spettro perché sapeva che senza di lei anche il suo cuore sarebbe diventato di ghiaccio e la sua anima avrebbe vagato in eterno alla ricerca di ciò che aveva perso.
Quando i suoi occhi finirono di piangere tutte le lacrime che aveva in corpo il sole aveva iniziato la sua salita nel cielo. Le tombe erano scomparse e con loro lo spettro che vegliava su di loro. Al suo posto Owen rivide Iris libera dal suo tormento, sorridere al sole con la sua consueta grazia.

***

Sam era rimasto con il bicchiere in mano, sospeso a mezz’aria. «Dove vai a pescarle queste storie» disse scrollandosi di dosso l’ultimo brivido che le parole dell’amico gli avevano trasmesso.
«Ho una buona memoria, tutto qui» rispose Bill dopo aver degustato l’ultimo sorso della sua birra.
«Credi davvero che nella foresta sia vissuto uno spettro, che alla fine ha trovato la pace eterna grazie al nobile gesto di un cavaliere?»
«Stolto!» Ridacchio Bill.
«La tua immaginazione non ha limiti» rise Sam.
«Non puoi dire che certe cose non esistono solo perché hai la fortuna di non imbatterti in esse.» Bill giocherellò per un istante con il suo bicchiere, poi con l’aiuto del bastone si rimise in piedi. Scese i tre gradini che lo separavano dalla strada e prima di avviarsi verso casa si volse di nuovo verso il suo amico.
«Comunque, non ti facevo un inguaribile romantico. Pensi davvero che il cavaliere sia riuscito a riscattare lo spirito dalla sua maledizione? Si vede che conosci poco le donne. Il giovane Owen ha salvato la sua anima non quella della principessa. Non si può cambiare la natura delle cose.»
«Cinico. Quale sarebbe la morale, se non che “l’amore vince su ogni cosa, e quando è sincero supera ogni barriera» commentò Sam.
Bill non rispose subito. «Nelle mie storie non ci sono morali da insegnare. Sono parole che ricordano fatti che in molti hanno dimenticato. Te l’ho raccontata per dimostrarti che una donna ferita è sempre vendicativa e a ogni costo.»
«Non me la bevo Bill» incalzò Sam.
«Oggi il castello di Hightway ha esteso la sua proprietà sino al lato Nord del lago di Herckal. Lì non arriva l’elettrica e non c’è nemmeno linea telefonica, però esiste ancora una piccola baita, ben tenuta, dove ogni tanto trovano rifugio i forestieri di passaggio. Uno di loro mi ha detto di aver incontrato una giovane donna che gli ha precisato di essere la proprietaria della costruzione. Mi ha detto che è molto gentile e incredibilmente bella. Chissà in quanti hanno ceduto alle sue grazie? Fai un giro da quelle parti e salutamela. Ah, ricordati di rientrare prima del tramonto, e meglio non girare da soli nella foresta nella tarda ora.»
«Sì andrò, per dimostrarti che a volte le spari grosse» rispose Sam leggermente irritato dall’ironia dell’amico.
Bill riprese la via di casa sussurrando poche parole prima di scomparire dalla vista di Sam. «Io ti ho avvisato…»

FINE

Titty – Altri lavori

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