VILLI

“Villi” è un racconto lungo di Bruno Magnolfi illustrato da Giulia Tesoro. Giulia mi ha chiesto di fare una selezione delle sue illustrazioni, ma io ho preferito inserirle tutte, facendo si che il progetto diventasse qualcosa a metà strada tra un racconto illustrato e un fumetto. Clikkate sulle immagini per ingrandirle.

4 giugno – Villi.

Certe volte si pretendeva che tutto fosse chiaro e tranquillo, e intanto si sguazzava nella complicazione più alta senza riuscire a ritrovare il nesso delle cose. Si fingeva controllo, e c’era sempre chi riusciva ad essere più credibile di altri, ma in generale era evidente il vuoto atteggiarsi di molti, senza alcun aggancio al concreto. Tutto ciò permetteva una leggerezza e una facilità di pensiero superiori al normale, e in questo comportarsi uscivano fuori idee e spunti creativi, quasi a getto continuo. Le amicizie spesso erano finte o superficiali, ma in certi casi ci si aiutava a vicenda in modo insperato, senza chiedere niente, senza farsi neppure domande o porsi dei dubbi. Si sentiva che il cemento comune era la sconfitta continua dell’ovvietà, e si cercava di rifugiarsi tra le cose scontate solo a patto di coniugare questo comportamento con una dose massiccia di autoironia. Infine si cercava di essere veri, ed era rara la mancata sincerità, e in questo modo, anche da soli, si riusciva a sentirsi solidali con gli altri. Non si parlava quasi mai dell’amore, sentimento troppo egoistico, però ci si innamorava continuamente, e spesso delle persone sbagliate.
Lungo la strada, quando ci incontrammo, Villi per prima cosa mi chiese se mi ricordavo di lei. Non sono mai stato un fisionomista, così risposi di si, ma soltanto per non sembrarle scortese. Di fatto qualcosa forse mi ricordavo di lei, adesso che mi rammentava l’occasione d’incontro, però l’avevo vista soltanto una volta assieme ad altre persone, e la sua faccia non mi era proprio rimasta nella memoria. Prendemmo assieme un caffè dentro a un bar, si parlò in generale di noi, e lei continuò a sorridere molto, a parlarmi come fosse realmente contenta di avermi incontrato, e contemporaneamente a comportarsi come fosse agitata, preoccupata di qualcosa che io non riuscivo minimamente a comprendere.
Poi disse che da poco erano tutti partiti coloro che avevano abitato fino ad allora in casa con lei, e lei aveva paura a rimanere da sola, forse per un suo vizio mentale, forse perché troppo grande quel suo appartamento, e così si stava facendo ospitare per quel periodo in una casa diversa, da una sua amica, insieme alla quale stavano preparando la loro tesi di laurea. Erano i primi giorni di giugno, ricordo, e le cose sembravano scorrere leggere in quel lungo periodo. Così quando mi chiese se per un po’ volevo andare a stare a casa da lei, in modo da permetterle di riprendere i suoi comportamenti di sempre, a me sembrò quasi normale, ma riflettevo dentro me stesso che quella era soltanto una delle tante possibilità che potevano normalmente accadere in quegli anni vivaci.

8 giugno – La casa dei greci.

Quando entrai nella casa dei greci, che sarebbe diventato il Consolato di Grecia vent’anni più tardi, se percorrendo le due rampe di scale fino a quel primo piano mi ero sentito a disagio, vuoi per il grande portone di legno in pieno centro storico, vuoi per l’odore di pietra serena che emanava dai grandi gradini sagomati della scala, mi parve, al contrario di ogni impressione, che tutto all’interno mi fosse più familiare di quanto avessi pensato, e che già dall’ingresso pareti e arredamenti attorno, fossero ancora più consoni ad ogni mia positiva aspettativa. Nella mia stanza, quella che mi aveva assegnato la Villi, troneggiava un basso letto dalla struttura di legno, e sulle pareti scaffali vuoti a vista, illuminati dalla luce rossastra di un bel tramonto quasi estivo che penetrava da una grande finestra ai piedi del letto.
Due porte opposte dominavano la camera, immettendo in altrettanti corridoi misteriosi, e si intuiva come sia le altre stanze, che tutto il resto del grande appartamento, girasse attorno ad una corte interna, fresca e silenziosa. Presi possesso della mia grande camera in maniera formale, senza capire realmente quale comportamento era meglio tenere, così mi limitai ad appoggiare sopra a qualche scaffale i pochi oggetti che avevo con me, quelli che mi sembravano più indicativi della mia personalità, come per una sorta di indicazione da dare alle cose. Finsi con la Villi una fretta che scongiurava qualsiasi domanda, sfuggendo il rapportarmi con una persona che in fondo non conoscevo per niente, e ammantato, come mi sentivo, di cose da fare e di impegni, accettai quasi di sfuggita la copia della chiave di casa, e infine uscii senza indugi, come tenendo il comportamento più ordinario del mondo, per tornare in quel luogo da sogno soltanto nella tarda serata.

15 giugno – Gatto Mammone.

Durante l’occupazione dell’ateneo si era girato in lungo e in largo dentro alle facoltà, fingendo sempre di cercare qualcuno, ma di fatto cercando una propria collocazione, un proprio ruolo, certe caratteristiche che rendessero specchiate le personalità di ognuno di noi. Avevo conosciuto un ragazzo, non so neanche come e perché, un tipo di Roma, con il quale ero andato in giro per un giorno intero, e che mi aveva riferito una frase che non mi sarebbe più uscita di mente: “conosco tanta gente, ma non ho neanche un amico…”. Eppure lo invidiavo. Girare per strada con lui era quasi imbarazzante: tutti lo salutavano, tutti avevano qualcosa da dirgli o da chiedergli, come un punto di riferimento, quasi una boa attorno alla quale far girare piccole e grandi imbarcazioni che veleggiavano in acque un po’ oscure, a volte persino minacciose.
Due anni dopo entravo in casa di Villi a serata avanzata, nella penombra tardo primaverile, fresca della bianca luce lunare che penetrava dai finestroni. Sulla lunga terrazza che dava sul cortile interno del grande appartamento lei stava lì, forse aspettandomi, con una bottiglia di Pinot grigio ghiacciata e due dita di vino bianco dentro ad un calice. Presi il mio bicchiere in cucina senza accendere neppure le luci, e andai a sedermi dall’altra parte del piccolo tavolo, nella stessa posizione di lei, spalle al muro, come ad un cinema, con i piedi appoggiati alla ringhiera di ferro, ad osservare i tetti delle case di fronte e il cielo giallo-rossastro delle luci cittadine e del tramonto che si riversava dall’alto sopra di noi.
Dei gatti si erano rincorsi fino ad allora miagolando arruffati, ed io, dopo un po’ di silenzio, avevo iniziato, tanto per riempire quel vuoto ed evitare argomenti un po’ triti, a narrare la storia di Gatto Mammone, che era probabilmente un animale un po’ timido, secondo la mia fantasia, poco adatto alla vita all’aperto con gli altri. I gatti sui tetti continuavano a correre e a rincorrersi, forse felici, ma lui no, introverso e sensibile, si teneva in disparte, e cercava un angolo buio dove ritirarsi da solo, senza mai mescolarsi con gli altri. La continuazione di tutta la storia l’avrei poi raccontata la sera seguente, e tutte le altre sere a venire, per un lungo periodo costituito soltanto da quei pochi ingredienti, fino a quando litigai con la Villi, non mi ricordo neppure di preciso il perché, e lei dovette andar via, in Grecia, a completare la sua tesi di architettura, lasciandomi padrone di una casa stupenda, però ormai priva della sua fondamentale presenza.

23 giungo – La fine del sogno.

Gatto Mammone si era stufato. Stufato dei tetti da dividere con gatti senza cervello, stufato di fare quello che se ne stava da solo in un angolo, stufato di fare quel personaggio in mezzo a dei simili, che quel personaggio non riuscivano neanche a comprendere, che non faceva parte dei loro orizzonti, sempre ammesso che ne avessero avuti. Gatto Mammone si sentiva fondamentalmente diverso, e il suo aggirarsi per i tetti con gli altri, era solo una dimostrazione verso gli altri della sua capacità di mostrarsi sociale. Ma ora era finita. Era saltato giù, sopra un lungo terrazzo, nella parte più buia che aveva trovato, e aveva intercettato la conversazione dei due che bevevano da calici freddi e parlavano in toni soffusi, probabilmente cercando un’intesa che andava semplicemente creata, inventata dal niente.
Lei parlava di un’isola greca, di Thassos, sul mare davanti alla città di Kavala, e lui seguiva i percorsi di ogni frase che lei soggiungeva cercando di spiegarne i contorni, come fosse un accrescimento strategico di ogni sua conoscenza. C’era del fascino in quella serata, e gatto Mammone passava la sua coda come una piuma lungo le gambe delle sedie dei due, mentre nel buio, tramite parole sommesse, i due si scambiavano forti impressioni senza peraltro conoscersi affatto. Gatto Mammone era una variabile astratta di ogni concetto che venisse sotteso, in un contesto in cui lei si sentiva già fragile, più di una semplice componente di un sogno qualsiasi, e lui, affacciato alla finestra sul mondo, come fotografato una volta per tutte, ad osservare e misurare la sua capacità di assumere dentro di sé il pensiero e la sofferenza degli altri.

30 giugno – La buonanotte.

Gatto Mammone aveva strisciato a lungo contro quei muri, senza neanche dare troppa importanza a ciò che faceva o che lasciava pensare di sé, usando il suo solito modo di fare, tipico di chi non è interessato quasi di nulla, e sta passando da lì solo per caso. La Villi aveva riposto nel frigo la sua bottiglia di vino quasi terminata, e aveva appoggiato i calici di vetro sopra al lavabo, augurando di passata la buonanotte, mentre si ritirava nella sua stanza, forse irritata, forse delusa, chissà. D’improvviso la casa era piombata nel silenzio, non che precedentemente fosse stata particolarmente rumorosa, solo che adesso i pensieri sembravano strisce di carta colorata che passavano davanti alle lampadine ancora accese, brillando per un attimo nel buio generale.
La luna fredda della luna invece, illuminava i finestroni della camera, con la sua luce bianca omogenea, rassicurante. Il Gatto, con la sua riconoscibile livrea bianca e nera asimmetrica, era entrato senza chiedere alcun permesso, soffermandosi a lungo ai piedi del letto, ad osservare e a farsi osservare. Un senso di sospensione spasmodica era rimasto nell’aria, senza conseguenze, senza epilogo, e questo apriva il sipario ai pensieri più sfuggenti, forse al preambolo dei sogni da vivere e da scoprire nel corso della notte.
Poi Villi era tornata indietro, come cercando un’ultima possibilità, o forse solo per concedere quella stessa ultima possibilità a sé, o agli altri, o alla sera sfumata. Aveva visto Gatto Mammone, aveva sorriso, come di fronte alla materializzazione di tante frasi inventate e di tanti discorsi tentati, e infine aveva pianto tra sé, solo con un timido e isolato singhiozzo, come per la comprensione improvvisa dell’impossibilità di avere quanto stava cercando. Il Gatto tentava di pensare tra sé qualcosa di positivo attorno a quegli esseri goffi che ritrovava ogni giorno incantati a guardarlo, così limitati nei movimenti, così assurdi nel loro sentirsi perfetti, ma così capaci di tutti quei versi, così simili e monotoni tra loro da divenire qualche volta un canto alla luna, o alle stelle, o al cielo di notte, ricco di tanti presagi per il giorno ancora lontano.

15 e 16 luglio – La solitudine.

La Villi era partita di giovedì, in silenzio, senza particolare risalto. Sarebbe tornata un mese più tardi, o poco più, ma io non l’avrei più rivista, le nostre strade si interrompevano lì, anche se non lo sapevo e neppure l’avrei immaginato. Quella sera tornai in quella casa che mi parve persino troppo grande soltanto per me. Chiusi subito le stanze che non mi servivano, sistemai qualcosa in cucina e nella mia camera, poi aprii il frigorifero, quasi come per un gesto automatico. C’era ancora rimasta una mezza bottiglia di quel vino bianco leggero che mi aveva fatto passare parecchie serate in compagnia della Villi, così presi un bicchiere e mi sistemai seduto sulla terrazza, come avevo fatto quasi ogni sera da circa due mesi.
Sopra al tetto di fronte, per estrema normalità, un paio di gatti svogliatamente si chiamavano, e la serata appariva terribilmente tranquilla. Gatto Mammone si fece avanti più tardi, quando il vino oramai era quasi finito; probabilmente notò la mia solitudine, ma rimase al suo posto, rispettando quei dettagli che non conosceva. Mi aveva osservato dal tetto, poi si era stirato le zampe girellando là attorno. Gatto Mammone era cosciente di essere soltanto e semplicemente un felino, però era sornione più di ogni altro, comprendendo le cose che ad altri sfuggivano. “Un giorno, forse, scriverò qualcosa che ti riguardi…”, dissi verso di lui a voce alta, quasi più per esorcizzare la mia solitudine, che per sentire il suono della mia voce. Era chiaramente un augurio che mi facevo: quello di riuscire a descrivere cose che al momento soltanto vedevo o pensavo.
Poi il Gatto parve capire qualcosa del mio stato d’animo sperso e irrequieto, con due salti scese dal tetto, si fece avanti con flemma verso di me, e promise alla Luna di tenermi compagnia per quella e per tante altre serate. Quando alla fine del mese andai ad abitare in una casa diversa, in un diverso quartiere, lo portai assieme a me, e lui si adattò senza problemi alla sua e alla mia nuova vita. Morì sotto una macchina, come è destino degli spiriti liberi.

13 luglio – Inevitabile frattura.

Tutto il problema sta dentro alla comunicazione. Si dice una cosa pensandone una simile ma non proprio la stessa. Chi ascolta accetta il gioco e cerca di scoprire cosa si sottenda davvero. Basta poco per scatenare una ridda di equivoci. Con la Villi era andata più o meno in questo modo quando aveva riposto i bicchieri e la bottiglia. Non voleva più parlare con me, non voleva più ascoltare le mie storie sui gatti, tutto annullato, non voleva più avermi tra i piedi.
“Non ho fatto niente”, le avevo detto, ma la sua gelosia la sopraffaceva. Le pareva tradita quella dolce intimità che avevamo coltivato sul terrazzo interno della sua casa, ad osservare i tetti, i gatti, le stelle, i nostri pensieri illuminati per un attimo sul muro di fronte, in quell’atmosfera calda e piacevole da vino bianco fresco e noi due, senza un passato comune da interpretare, solo le nostre diverse vite da raccontarci nella maniera che ritenevamo più opportuna, o a fantasticare sul presente e forse un po’ sul futuro.
Lei persa tutto il giorno nelle biblioteche e in facoltà a preparare la sua tesi di laurea, io preso tutto il giorno da un mestiere assurdo che mi nevrotizzava. Quelle serate erano belle, ma non obbligatorie. Ci eravamo ritrovati lì, nella debole luce della terrazza, ma non ci eravamo dati mai appuntamento. Come quei gatti che si rincorrevano sui tetti, che in certe sere non si erano neppure fatti vivi, forse proprio per sentirsi più liberi.

15 luglio – Prima di partire.

Telefonai alla mia mamma prima di partire. Lei mi chiese il giorno in cui dovevo arrivare, l’orario, come stavo, a che punto fossi con la mia tesi. Poi, dopo una pausa mi disse: “Villi, hai una voce strana, un modo diverso di dirmi le cose, che cosa ti succede?”. Sull’immediato cercai di rispondere “niente, solo un po’ di stanchezza…”, però sapevo che con la mia mamma era difficile quel gioco, e poi, forse, avevo voglia di parlarle di me, di dirle qualcosa che tenevo troppo chiuso in fondo a tutti quei miei pensieri.
“Sai, in quest’ultimo periodo ho conosciuto un ragazzo. No, non è greco, è di qui, della Toscana. Non sono stata molto assieme a lui, solo qualche serata. Però mi ha fatto sognare con i suoi racconti fantastici, con le sue invenzioni. Ci sono state delle sere che non ci siamo neppure salutati; semplicemente ci siamo seduti, abbiamo guardato nella stessa direzione, e poi abbiamo parlato, tirando fuori la nostra sensibilità, forse i nostri pensieri e i segreti più nascosti, e li abbiamo condivisi, senza commentarli, solo lasciandoli andare a liberarsi contro un muro bianco, come forme di fumo nel vento debole, forme insensate sollevate da terra e proiettate nel cielo, piccole entità senza spessore, cercando di farle congiungere con tutte le nuvole, e di unirsi alla loro maestosità. Non lo so, mamma, ma all’improvviso non vorrei rompere l’incantesimo di questo momento, non vorrei più partire…”.
La mia mamma capiva tutto quanto, ne ero convinta, e non insistette a chiedermi niente, cercando solo di alleggerire come poteva il mio affanno, cambiando argomento e lasciando che io le dicessi soltanto ciò che mi andava. Ricordo bene, fu proprio quella stessa sera che rimasi da sola, ed il mio vino bianco tenuto in fresco per lui, continuò sopra al tavolo a scaldarsi e a far compagnia a due bicchieri che non si sarebbero riempiti mai più.

12 dicembre – L’ultima volta.

Il cielo era chiaro quel giorno, e l’autobus che la portava in città era pieno di gente. La strada era identica, e quando arrivò ad entrare in quella che era stata la sua casa per tutti quei cinque e più anni, la colse un sentimento di estrema malinconia. Erano già trascorsi quasi sei mesi dall’ultima volta che Villi era tornata, e forse questa sarebbe stata la sua ultima volta, ma in questo periodo le pareva fossero già cambiate dentro di sé così tante cose che adesso cercava di lasciare i pensieri a riposo, per paura di scoprirsi diversa anche in quelli. Stavolta sarebbe rimasta soltanto cinque o sei giorni, il tempo per sistemare le ultime cose, salutare gli amici, la facoltà che le aveva concesso quella laurea sudata, e poi tornarsene in Grecia, a costruire il futuro.
In casa le parve tutto come si ricordava, la sua stanza, i finestroni, gli scaffali di legno, anche quel terrazzino che era stato presente a quelle serate da sogno. Chissà dove mai era fuggita quella persona di cui non aveva più niente, un oggetto, una foto, una cosa qualsiasi. Solo i ricordi, ricordi di sogni inventati sotto ad un cielo di stelle tra i gatti sornioni, che forse sapevano fin dall’inizio già più di lei. Era decisa, avrebbe camminato per strada, avrebbe girato per lungo e per largo, in tutti quei posti dove avrebbe potuto incontrarlo, per tutti quei giorni che sarebbe rimasta; poi, comunque fosse stato, sarebbe partita.
Aveva iniziato chiedendo a qualcuno che poteva sapere qualcosa, ma non era riuscita ad avere alcuna notizia. Era assurdo tenersi nell’anima una persona senza riuscire a vederla, neppure una volta, e così continuava a girare per strada guardando ogni persona come potesse essere lui, con la stessa speranza incrollabile. Infine lo vide, ad una certa distanza, davanti a un negozio, mentre parlava con altri. Si fermò accanto a un portone, lo osservò quanto poteva, i suoi modi, le espressioni, le sue mani che esprimevano all’aria parole che lei non poteva sentire. Infine si volse, Villi, e andò via.

Bruno Magnolfi – Altri Lavori

Giulia Tesoro – Altri Lavori

Altre immagini…

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