IL BALOCCO

di Gaspare Burgio

C’era una volta, nella strada principale della città, un giocattolaio famoso in tutto il mondo per le sue macchine animate. Costruiva giocattoli incredibili e sofisticati, tanto perfetti da sembrare vivi, e li esponeva in una vetrina illuminata per la gioia e lo stupore di tutti.
Profondeva grande cura in ciascun dei suoi balocchi, impiegando la massima attenzione per ogni dettaglio, costruendone sempre di più perfezionati e fantastici. Finito un giocattolo lo esponeva sugli scaffali della vetrina, e dopo un certo tempo, breve o lungo, il balocco meraviglioso veniva immancabilmente acquistato.
Essendo di buon cuore, il giocattolaio vendeva i suoi prodotti ad un prezzo molto conveniente, e capitava anche che ne regalasse alcuni, soprattutto quando intuiva nel cuore di queste persone fortunate una certa scintilla di bontà.
Il giocattolaio voleva che il mondo fosse un posto migliore, e sapeva che i suoi incredibili giocattoli avrebbero fatto sorridere le persone e acceso le speranze migliori, magari salvando dalla solitudine chi non aveva affetti.
Tuttavia, fra tutti i suoi balocchi, ce n’era uno che non veniva mai comprato da nessuno.
Questo balocco se ne stava fermo seduto sullo scaffale, guardando con occhi spalancati la gente che si fermava o che entrava nel negozio, ma senza mai essere scelto.
Mentre gli altri giocattoli erano scintillanti e si muovevano come cose vive, questo sembrava non fare nulla di nulla. Se non che, probabilmente per una rotella difettosa, emetteva un piccolo e continuo ticchettio, come di un orologio nascosto lontano.
Il giocattolaio gli aveva dipinto in volto un largo sorriso, immaginando che questo servisse a venderlo, ma era una vana speranza.
Passavano gli anni, e il balocco restava sempre lì al suo posto, emettendo il sommesso ticchettio e scandendo così il passare di una stagione dietro l’altra.
Alle volte capitava che qualcuno si fermasse, e puntasse il dito sulla vetrina, indicando un altro giocattolo straordinario. Non accadde mai che qualcuno chiese al giocattolaio il suo prezzo, o si informasse di cosa fosse in grado di fare.
Il giocattolo non capiva. Forse sono rotto, si diceva. Forse la luce non mi illumina bene. Forse sono costruito male.
Provava a chiedere agli altri giocattoli, ma questi restavano sempre troppo poco per farsi un’idea della sua reale situazione, e non erano molto d’aiuto.
Se ne stava così, sempre con quel sorriso e gli occhi spalancati, attraverso gli anni, tic tic tic, sperando, sempre sperando che ogni essere umano che si fermava davanti alla vetrina si fermasse a guardare lui, a sceglierlo. Ma questo non accadeva mai.
Non conosceva nulla del mondo se non quel piccolo pezzo che poteva vedere dallo scaffale. E tutte le notti, quando il negozio era chiuso, nel più completo silenzio, riecheggiava piano soltanto il suo ticchettio.
E sognava di come doveva essere venire comprati. Come doveva essere venire scelti, portati in una casa, avere una famiglia propria. Essere guardati con ammirazione, come una cosa meravigliosa e unica, speciale. Immaginava le feste di compleanno, le cose belle che sarebbero state dette al suo riguardo, immaginava e sperava e sognava. Sognava che qualcuno si innamorasse del ticchettio che aveva dentro.
La vernice si stava screpolando, e la polvere si era incastrata nelle giunture, ma lo stesso il giocattolo continuava a sorridere e sperare e ticchettare.
I negozi sull’altro lato della strada cambiavano, cambiavano i modelli delle macchine, gli abiti della gente, e i bambini che sostavano davanti poco alla volta divennero grandi. I palazzi venivano abbattuti, e di nuovi edificati. Gente moriva, e gente nasceva a prenderne il posto. Mille nuovi balocchi venivano esposti e poi comprati.
Solo lui restava sempre.
Nonostante la polvere, nonostante il dolore delle rotelle consumate, nonostante l’evidenza di essere un balocco indesiderato, un errore di fabbricazione, continuava imperterrito a guardare, a sorridere e ticchettare.
Una mattina di primavera, che la città era riscaldata da un tiepido sole, senza preavviso si sentì uno strano click. E il battito cessò. Il balocco chiuse gli occhi e si spense per sempre, inclinando un poco la testa.
Il giocattolaio notò subito la mancanza del debole suono che comunque gli era divenuto familiare e che lo accompagnava da così tanti anni.
Prese il balocco dallo scaffale e scosse il capo.
Lo aprì per vedere cosa ci fosse che non andava, pensando che bastasse qualche giro di vite per rimettere tutto al suo posto. Ma quando lo aprì, poco mancò che non gli venisse un colpo.
Essendo ormai molto avanti negli anni dovette riprendere fiato per non cadere a terra stecchito.
Il giocattolo era del tutto vuoto all’interno. Non c’erano più rotelle, nè pistoni, levette o brugole. Tutto era scomparso, consumato nel nulla da chissà quanto tempo.
Il vecchio giocattolaio si chiese allora cosa fosse stato fino a quel momento a ticchettare.
Poi buttò quell’inutile guscio vuoto nel fuoco del camino, e nessuno ricordò mai che era esistito.

Gaspare Burgio – Altri Lavori

Foto di http://www.flickr.com/photos/31801547@N02/

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