IL DIPINTO

di GM Willo

La prima volta che varcai la soglia della Casaccia avevo appena compiuto undici anni. I miei genitori organizzarono la festa di compleanno il sabato a ridosso del giorno ufficiale, ma era anche l’ultima settimana di scuola e molti dei miei amici se ne sarebbero partiti per il mare quello stesso weekend, perciò quel pomeriggio estivo di venticinque anni fa si presentarono soltanto tre dei sette ragazzi che avevo invitato. Quel giorno mia madre fece di tutto per accontentarmi, forse per farsi perdonare il fatto di non aver accettato, come ogni anno, la mia proposta di anticipare la festa al sabato prima, proprio per dare l’opportunità a tutti di parteciparvi. Ma lei, sempre disponibile e accondiscendente, diventava inflessibile quando ci si metteva di mezzo una superstizione. Mai e poi mai avrebbe acconsentito a celebrare il mio compleanno prima della data effettiva, perché portava male, e lo sapevano tutti.
Perciò quel giorno c’erano soltanto Gianni, Leo e Massimo, e fuori il sole splendeva torrido arroventando l’asfalto, e la cedrata fredda frizzava dolce in bocca ma ti lasciava anche dei fastidiosi crampi allo stomaco. Rimanemmo a giocare all’Atari fino a pomeriggio inoltrato, quando s’alzò d’improvviso una brezzolina che ci asciugò il sudore sulla fronte, convincendoci a spegnere la console e a riversarci nel cortile con un pallone da calcio. Giocammo a rigori, ma ci annoiammo quasi subito, così Leo propose un’escursione alla Casaccia. Tutti sapevamo che saremmo arrivati fino al cancello, avremmo osservato per un po’ le mura decrepite della costruzione, i voraci rampicanti che si allungavano come tentacoli fino al tetto, e le finestre rotte e buie come neri occhi abissali, con le persiane spezzate e penzolanti, dopodiché ce ne saremmo andati dicendoci che tanto non valeva la pena entrare, perché non avremmo trovato altro che polvere e ratti.
Era passato però quasi un anno dall’ultima volta che avevamo fatto visita alla macabra costruzione che, per qualche oscura ragione, non era stata demolita insieme alle case del vecchio borgo, per fare posto alle nuove residenze della periferia allargata. La Casaccia, parzialmente nascosta dalla vegetazione fuori controllo del giardino che la circondava, si affacciava sul moderno paesaggio fatto di villette a schiera, parcheggi e condomini, come una dissonanza improvvisa in un pezzo di musica da camera. Avevamo tutti un anno in più e un’esperienza di parecchi film dell’orrore visti nei lunghi pomeriggi invernali, e d’un tratto quella brutta casa, che in passato ci aveva fatto correre più di un brivido lungo la schiena, ci sembrò molto più innocua di quanto ricordavamo.
Aggrappati saldamente al cancello, giocammo a chi sputava più lontano, sporgendosi il più possibile tra le sbarre arrugginite ed osservando la nostra saliva sparire nell’erba alta costellata di margherite e pisciaaletto. Poi improvvisamente Gianni si issò sopra di noi annunciando di voler per davvero entrare nella casa. Noi lo guardammo stupiti, ma la stupore ci passò in fretta, e lo seguimmo facendo molta attenzione a non ferirci sulle punte aguzze del cancello.
Attraversammo il giardino e raggiungemmo l’entrata con agili balzi, nell’aria fresca di quel lungo pomeriggio in cui il sole sembrava bizzarramente deciso a non tramontare mai. La porta di legno massiccio, che non dava segno di voler cedere all’inarrestabile lavoro del tempo, era saldamente chiusa ed invalicabile, ma molte finestre del pian terreno erano rotte o divelte, perciò non ci fu difficile raggiungerne una e gettare uno sguardo fugace all’interno dell’edificio. L’aspetto di quello che pareva stato il soggiorno della casa ci apparve molto più trasandato di quello che ci aspettavamo. Non era rimasto quasi niente che lo identificava come tale, a parte una sedia di vimini gettata in un angolo e in parte rosicchiata dai topi, e un tappeto arrotolato per metà e ricoperto da uno spesso strato di polvere.
Gianni ci sfidò a mettere un piede dentro, ed io fu il primo ad arrampicarmi e a toccare con la punta della scarpa una delle piastrelle scure che formavano il pavimento della stanza, ma mi ritirai alla svelta perché il cuore mi batteva più forte ed avvertii un fetore rancido che proveniva dall’interno. Leo fu più azzardato e mise entrambi i piedi per terra, ma riconquistò l’esterno dopo pochi secondi. Gianni rise e ci sfidò nuovamente. Entrò e fece due ampi passi verso il centro della stanza, si rivolse a noi e ci derise, poi tornò indietro con tranquillità rimanendo all’interno della casa e appoggiando distrattamente il gomito sullo stipite della finestra.
Massimo non nascondeva il suo disagio e propose di andarcene, ma il mio orgoglio era stato ferito, anche se all’epoca non sapevo neanche che cosa fosse l’orgoglio. Scavalcai di nuovo la finestra ed entrai dentro per la seconda volta, poi incominciai a passeggiare tranquillamente attraverso il soggiorno, da un lato all’altro della stanza, dimostrando a Gianni di avere più fegato di chiunque altro. Era soltanto una vecchia casa vuota, tutto qui, e ad ogni passo che muovevo al suo interno la paura rifluiva via, come fanno le forme di sabbia quando la marea sale e le onde le vanno a lambire. Scrutai con più accortezza l’interno di quel soggiorno. Vidi un’altra sedia, o ciò che ne rimaneva, appoggiata alla parete opposta dalla quale ero entrato, notai la porta della stanza, chiusa e priva di maniglia, e poi la carta da parati strappata in più punti e quasi totalmente ammuffita. Non c’era altro, e non vedevo più alcun motivo di rimanere lì, perciò tornai dai miei amici con fare trionfante. Fu in quel momento che mi accorsi del dipinto.
Non era appeso al muro ma appoggiato a terra nell’angolo più buio della stanza e per questo non ero riuscito a vederlo prima. Mi avvicinai distrattamente a quel quadro, distinguibile nella distanza solamente per via della sua appariscente cornice dorata, e cercai di visionarne il contenuto, ma la luce faceva fatica ad illuminarlo. I miei amici mi chiesero che cosa avevo trovato ma io non badai a loro. C’era qualcosa di terrificante in quel dipinto, che solo successivamente realizzai fosse causato da quel fetore nauseabondo che avevo già avvertito prima, eppure non riuscivo a trattenermi. Non era semplice curiosità, ma qualcosa di molto più profondo, una necessità incontrollata che trascendeva gli stessi sensi.
Afferrai la cornice e la sentii fredda al contatto. Con determinazione trascinai il quadro fuori dall’angolo buio, lasciando per terra un profondo solco nella polvere; poi mi chinai a guardare.
Allora le onde dipinte, che erano fatte di pennellate ad olio, scure come il mare di notte, presero a vorticare, demarcate da sottili linee di schiuma argentea, e le nubi plumbee nel cielo si aprirono per dare modo ad una luna cremisi di affacciarsi ed illuminare il corpo gibboso e cosparso di tentacoli di una creatura abominevole, che fluttuava sopra la superficie oleosa dell’oceano. Gli occhi di quella bestia, due spilli glaciali d’odio, afferrarono violentemente il mio sguardo e lo costrinsero a guardare attraverso di lui, risucchiando la mia vista interiore in un vortice di perversione e follia, laggiù negli abissi di R’lyeh, dove la morte può morire, e la sofferenza rimane prigioniera in eterno.
Tutto questo io vidi quel giorno di venticinque anni fa, ma non lo seppi fino a molto tempo dopo, quando i sogni vennero a trovarmi. Inconsapevolmente rimisi il quadro dove l’avevo trovato e dissi ai miei amici che era solo un vecchio e stupido dipinto ammuffito; poi ce ne tornammo a casa ed io non ci pensai un secondo di più.
Passarono gli anni e la Casaccia rimase là, dove era sempre stata, con le pareti ancor più disseminate di crepe ed il giardino che era ormai diventato una vera e propria giungla. Per delle ragioni che all’epoca non riuscii a spiegarmi, molti anni dopo quella temeraria escursione mi interessai al suo acquisto. Seppi che apparteneva ad un uomo agiato residente in Inghilterra ormai da svariati anni, che riuscii a contattare per email. Con mia enorme sorpresa, dato che nessun altro aspirante acquirente era riuscito nel medesimo intento, si dimostrò fin da subito propenso alla vendita. Il 17 marzo del 2010 iniziarono i lavori di ristrutturazione e cinque mesi più tardi potetti finalmente entrare nella mia nuova casa.
La prima notte che vi passai iniziarono i sogni e l’episodio del quadro mi tornò di colpo alla mente in tutto il suo magnifico terrore. Col tempo ho imparato ad accettare i miei viaggi onirici, ad apprendere da essi ed a comprendere in ogni minimo aspetto i meccanismi del grande disegno. La mia vita è diventata più delineata, più ritmata, perché rivolta con tutto il mio essere verso quell’abisso di cui avevo appena intuito le proporzioni, perdendo il mio sguardo di ragazzo dentro quel quadro.
I sogni tornavano con regolarità ed io li accettavo con la consapevolezza di stare varcando molte porte di conoscenza. Sapevo che presto sarei stato pronto… mancava solo una cosa.
Fu in un giorno di novembre, lo scorso novembre, che mi arrivò il pacco. Portava il timbro di un ufficio postale inglese e la cosa non mi stupì.
Senza aprirlo raggiunsi il soggiorno, arredato adesso in stile moderno ed illuminato soffusamente da una serie di spot, fermandomi al centro di una parete rimasta volutamente vuota se non per un chiodo che spuntava dal muro come un aculeo. Scartai l’involucro ed afferrai con sicurezza la fredda cornice dorata. “Questo è il tuo posto”, pensai. Poi l’ultima porta si aprì, ed il tempo perse significato… per questo motivo so che ciò che è stato e che sarà di nuovo, è già qui insieme a noi.
Guardatevi intorno.
Non lo sentite anche voi?

GM Willo – Altri Lavori

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2 risposte a “IL DIPINTO

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