UNA MINUSCOLA GUERRA

di Gaspare Burgio

Il Centauro si fermò tossicchiando, sputacchiando, e poi nulla, fine lì, si bloccò nel mezzo del deserto.
Arturo uscì, disse qualcosa di irripetibile, e prese a calci la ruota dell’autoblindo.
-Calmati, calmati, che mica è una vacca del tuo paese.-, disse lui il Becattini.
-Ma ci mandano a fare la guerra con queste scatole di latta? Tanto valeva camminare.-, ringhiò Arturo, che il fez gli cadde nella sabbia.
Il Caporale Cassol saltò giù dal cassone, bevve dalla borraccia e si lisciò i baffetti, poi con occhi felini e la mano alla fronte scrutò l’orizzonte in ogni direzione.
-Camerati, qualcuno di voi ha la minima idea di dove ci troviamo? Guarnieri, cava la mappa.-
Il Guarnieri, che era il più giovane, praticamente un ragazzino, dall’interno del Centauro azzoppato rispose che la mappa non c’era. E non c’erano la bussola, il manuale di lingua, e un sacco di altre cose che prima stavano sotto al sedile.
Non c’erano neppure le munizioni dei fucili.
Si sapeva quel che era successo, e il Becattini alzò le mani in gesto di discolpa. -Chi mi ha detto “Chiedi da mangiare a quegli Abissini?” Chi mi ha detto “Senti se vogliono qualcosa in cambio?” Eh, accidenti, io ho fatto del mio meglio.
Ci furono discussioni accese, perchè era normale che quattro uomini persi nel deserto si innervosissero. Arturo aveva preso “una scorciatoia”, avevano mancato la colonna dei mezzi che andava verso Tripoli, e chissà dove erano finiti. Il battibecco, comunque non violento a causa del sole, fu interrotto dal profilarsi sopra dune lontane di molte sagome nere. I quattro si fermarono, cercando di trovare il lato positivo della cosa.
I Berberi si avvicinarono sul dorso dei cammelli, mentre i quattro cercavano febbrilmente una soluzione, ognuno ritenendo il piano dell’altro una emerita fesseria. Uno dei beduini si avvicinò senza dire nulla, col volto coperto da una pezza. Gli si vedevano solo gli occhi gelidi e fermi. Alzò la mano, e il resto della tribù sguainò le sciabole, e caricò i fucili.
-Io ho paura.- sussurrò Guarnieri all’orecchio di Arturo.
Cassol il caporale non sapendo bene che fare ebbe una reazione istintiva, dovuta all’addestramento e alla disperazione. Andò al cassone e cavò fuori il loro carico. Lo alzò bene alto, e iniziò a parlare al capo dei Berberi, che non rispondeva nulla. Fino a che il predone iniziò a ridere, a ridere a crepapelle, tanto che a momenti cadeva giù dal cammello. Chiamò gli altri, e questi si fecero vicini, prendendo a ridere anche loro. Si passavano di mano in mano il ritratto, e chi lo vedeva si scompisciava.
-Ma non vi sembra irrispettoso ridere del Duce? Insomma, non dovremmo fare qualcosa?- pensò a voce alta Arturo.
Non fu ascoltato, e gli altri si erano già messi a tirare giù dal cassone gli altri ritratti e distribuirli ai beduini. Ne avevano il Centauro pieno, erano diretti agli uffici e alle caserme della Tripolitania, e figuravano Mussolini nelle sue pose più tipiche. Sopra il carroarmato, semplice profilo, tra i cannoni, con la gamba sull’ala di un aereo, sopra una duna, insomma, vi era un Duce per tutti i gusti.
I Berberi se la ridevano di cuore, e giocavano a scambiarsi le immagini fino a che ciascuno fu contento di quella che aveva ottenuta.
Appena un paio d’ore dopo i quattro erano seduti in una tenda, col Centauro fuori che era stato trascinato dai cammelli e aveva ancora le corde legate al paraurti. Bevevano thè e mangiavano datteri e carne di cammello. I Berberi ancora ridevano.
I quattro soldati del fascio non compresero bene la ragione, ma non importava loro molto. Se si poteva dirla così, era molto meglio che se ne ridesse, invece di prenderlo sempre così maledettamente sul serio. A farlo dall’inizio, forse questa stupida minuscola guerra non ci sarebbe mai stata.

Gaspare Burgio – Altri Lavori

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