LA DONNA DELLA TORRE

di GM Willo

Alla vecchia torre ci andai una domenica mattina dei primi di febbraio, in uno dei giorni più freddi dell’anno, assicurandomi così la quiete del momento e la cristallina visione di quel paesaggio che, passandoci com’era mia consuetudine ogni settimana per recarmi da un cliente, mi ero ripromesso più volte di andare a visitare. La vista dalla strada statale lasciava presagire un piccolo ed idilliaco quadro medievale e devo ammettere che non ne rimasi deluso. Costruita durante il tredicesimo secolo, la torre fungeva da avamposto per i soldati nei periodi di guerra. Ristrutturata più volte, era oggi una semplice attrazione turistica, anche se era ancora parzialmente abitata.
Scesi dall’auto appressandomi al cancello di accesso al piccolo ponte di legno che raggiungeva la base della costruzione, circondata interamente da un fossato pieno d’acqua che, durante la notte, aveva incominciato a ghiacciarsi. Scattai un paio di foto ispirato dalla luce del sole invernale, con i suoi raggi orizzontali e freddi, poi rimasi per un po’ ad osservare la superficie congelata del fossato e le fronde degli alberi che, protendendosi dalla riva, scomparivano sotto l’acqua come arti mozzati. Preoccupazioni prive di urgenza mi rapirono al paesaggio e mi ritrovai così a pensare ad alcuni appuntamenti di lavoro che avevo preso per la settimana successiva. Quando mi resi conto di cosa stavo facendo, scrollai la testa e cercai una nuova angolazione per riprendere a fotografare, ma in quell’istante mi accorsi di una presenza.
Non avevo udito alcun rumore, né quello della porta che si apriva, né i passi sulle assi del ponte, eppure quella figura aveva raggiunto il cancelletto a pochi metri da me. Era una donna alta, avvolta in una vistosa pelliccia scura, non saprei dire di che animale, dalla pelle chiara e dai profondi occhi marroni. Indossava un colbacco che le nascondeva la capigliatura e ai piedi calzava alti stivali di pelle col tacco che la rendevano più alta di me di almeno cinque centimetri. Non guardava nella mia direzione. Teneva il volto rivolto verso il sole, basso sopra i campi, così potetti ammirare con più attenzione i delicati lineamenti della sua faccia, la piega leggermente abbronciata della sua bocca carminia, il taglio lievemente a mandorla dei suoi occhi che, per qualche strano gioco di luce, mandavano riflessi esasperati.
Di colpo una strana soggezione s’impadronì di me.
– Buongiorno – salutai, facendo fatica a non strozzarmi con le parole. Lei non rispose ma voltò lo sguardo nella mia direzione, regalandomi un brivido che c’entrava poco con la temperatura glaciale di quella mattina.
– Lei è di qui? – chiese, quando ormai mi ero convinto che non parlasse la mia lingua. La sua voce era baritonale, poco adatta al quel suo volto da bambina.
– Beh, non proprio… – risposi, – però passo di qui spesso, per lavoro intendo… ogni settimana…
Lei tornò a guardare il disco dorato all’orizzonte che quel giorno sembrava incapace di emanare alcun tepore. La sua bocca scintillava del suo riflesso, forse per il rossetto o perché inumidita dalla saliva, oppure… una strana idea prese campo nella mia testa. Una patina di ghiaccio…
– C’è un bel sole, oggi… – disse lei, distraendomi dai miei pensieri.
– Si, però sembra che sia stato disegnato… – risposi, ma il mio umorismo non parve colpirla. – È lei che si occupa della torre?
– Si… e no.
Le sue parole sembravano schiocchi di ghiaccio incrinato. Non riuscii a chiederle altro. Rimasi lì per un po’, mentre il gelo incominciava a rendermi insensibile la mano in cui tenevo ancora stretta la fotocamera. Guardai il sole, seguendo il suo sguardo, poi tornai ad ammirare la torre, un bastione squadrato ed imponente sopra di noi, insensibile all’inverno e al passare delle vite degli uomini. Infine guardai di nuovo il volto della fanciulla, rivolto ancora verso l’alba. Qualcosa si era formato ai lati dei suoi occhi scintillanti. Lacrime parevano, ma erano solide e sfaccettate come diamanti. Rotolarono sulle sue guance come pietruzze, rimanendo impigliate nel pelo della pelliccia.
– Buona giornata – disse lei, voltandosi e attraversando con sicurezza il ponte, per poi scomparire dentro la torre.
Mi ci vollero alcuni minuti per riprendere il controllo delle mie membra, guadagnare il parcheggio e montare finalmente in auto. Volsi un ultimo sguardo verso la torre, in cui dimorava una misteriosa donna che piangeva lacrime di ghiaccio, e provai ad immaginare la sua storia, per quanto improbabile fosse. Ero impazzito?
Mentre tornavo a casa, decisi di non essere diventato pazzo. Forse quell’incontro era la cosa più normale che avessi fatto negli ultimi anni. Forse il mondo era pieno di cose simili, ed io le avevo scansate di proposito, con la mia sveglia alle sette in punto, le abitudini del dopo lavoro, le serate fuori il sabato e le domeniche mattina a rigirarmi fino a tardi nel letto, in attesa della partita di campionato.
Da quel giorno le cose non sono state più le stesse… No, non ho cambiato vita. Ciò mi avrebbe soltanto condotto verso una nuova routine… Ho fatto di meglio…
Ho imparato a sorprendermi, tutto qui.

GM Willo – Altri Lavori

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3 risposte a “LA DONNA DELLA TORRE

  1. Ecomi tornata, avvincente racconto, un paesaggio che non lascia respirare e la visione
    maestosa di una donna che piange lacrime di ghiaccio.
    Caro Willo, la vita che noi viviamo e conosciamo è solo la punta di un Iceberg, la Vita vera è sommersa, e noi ,purtroppo ,non siamo dotati di “strumenti” per poter comprendere. Poi, all’ improvviso, un giorno qualcosa accade e ….restiamo imbambolati
    a stroppicciarci ancora di domande.
    Mi piaci come scrivi e ciò che scrivi
    Un caro saluto
    Gina

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