INTOCCABILE

di Gert dal Pozzo

FRAMMENTO A001 – PSICOSONDA ALPHA – SOGGETTO I-PA-98

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Superi l’uscio, silenziosamente. Ti accorgi quasi subito che non servirà. È sveglio ed è ubriaco fradicio… come sempre.
Quando compare ti sbraita qualcosa, non capisci, ma non importa perché non ti ha ancora riconosciuto. Si ferma a fissarti per qualche minuto, poi barcolla verso di te reggendosi a tutto ciò che trova nella stanza.
Ora senti il suo fiato fetido e umido sul volto. Pensi che potresti svenire, ma non succede, sei perfettamente cosciente quando inizia a percuoterti. La scusa è la solita: in fabbrica ti fai pagare troppo poco, porti pochi soldi a casa e il tuo povero padre malato non riesce a comprarsi abbastanza medicina. È una scusa, ovviamente, non rinuncerebbe a batterti nemmeno per tutti i Troni dell’Imperatore. D’altronde hanno pestato lui, probabilmente le guardie della Casa, gli Enforcer, altri balordi.
Cambiano ogni volta, ma l’esito è sempre lo stesso. Non gli fanno troppo male, al massimo gli rompono qualche osso di quando in quando, ma vogliono che torni, ci si divertono con quel vecchio ubriacone. Solo che lui non riesce a reggere l’umiliazione, deve provare a se stesso che non è l’ultima nullità dell’Alveare. Non trova miglior modo di rifarsi su di te, suo figlio.
O almeno, questo è quello che hai sempre saputo, ma in fondo non gli assomigli, per niente. Forse assomiglia di più a tua madre, forse, ma nemmeno sai che faccia abbia: a quanto ricordi non l’hai mai vista. Di fatto i tuoi ricordi si fermano al piccolo tugurio dove vivi, all’omuncolo squallido che l’abita con te quando non è in giro a bere, alla fabbrica titanica dove trascorri la maggior parte del tuo tempo, da quando hai imparato a reggerti in piedi fino ad oggi, ai vicoli oscuri e fetidi delle Aule del Crepuscolo.
A te però, di tutto questo non è mai importato nulla. Hai sentito sempre tutto lontanissimo. Dentro sei vuoto e freddo. Dolore, sofferenza, squallore, violenza, crudeltà, miseria, abiezione… etichette vuote, prive di ogni significato. L’esistenza è senza scopo, l’unica certezza è che giunge ad un termine, non devi far altro che aspettare.
Aspettare, aspettare che smetta di berciare, che le sue nocche imprecise ma pesanti smettano di abbattersi sui tuoi zigomi, sulla bocca, nello stomaco, aspettare che si sia stancato. Quando finisce strisci nell’antro dove sta il tuo giaciglio, ti ci sdrai e scivoli rapidamente in un sonno privo di sogni.
Apri gli occhi, ti ha afferrato per il bavero e ti scuote bruscamente. Quando si è accertato che sei cosciente comincia a parlare. È più sobrio ora ed ha l’espressione più patetica e più malinconica del solito. Ti dice che qualcuno, di là, ti sta aspettando, che dovrai alzarti ed andare con lui, che il tuo povero padre malato non si può più permettere di mantenerti.
Razionalmente comprendi quanto siano paradossali queste affermazioni, se esistesse dentro di te la minima traccia di senso dell’umorismo, rideresti, rideresti di gusto. Ma ti limiti ad ascoltare, imperturbabile.
Mentre parla non ti guarda in faccia. Probabilmente l’ultimo residuo di senso del pudore. Lentamente ti alzi dal giaciglio, raduni le poche cose che sono tue, tue solo perché nessun’altro potrebbe desiderarle, ti metti addosso la logora giacca di pelle che ti accompagna da quando non riuscivi a riempirla che per metà.
Senza dir nulla, lo superi. Sulla porta, sotto la fioca luce intermittente di una barra luminosa azzurrina si staglia un’alta, scura figura avvolta in una cappa nera. Entro il cappuccio, un pozzo di oscurità. Da quei recessi, poche parole sibilate. La voce gelida si limita ad una breve esortazione. La figura si gira verso l’uscio.
Ti avvii per seguire il tuo anonimo accompagnatore. Quando, alle tue spalle, senti l’urlo di tuo padre. Dice che ci ha ripensato, che non vuole separarsi da suo figlio, che restituirà tutti i troni versati.
Ancora una volta, l’uomo sull’uscio ti sibila l’esortazione. Ancora una volta, fai per seguirlo, anche se con un attimo di esitazione. È la prima volta, da quando ricordi, che la parodia di uomo che legalmente è tuo padre ti riconosce la qualità di figlio.
Quando torni a girarti verso l’uscita, nuove grida ti raggiungono:
– Maledetto! Maledetto!! Me l’hai portata via! Me l’hai portata via nel modo più atroce! Le hai divorato l’anima, l’hai privata della luce dell’imperatore! Sei un mostro, un mostro senz’anima! Come puoi andartene?! Me l’hai rubata, lei doveva restare con me, tu me l’hai rubata e ora te ne vai senza una parola! Non parli mai, non ridi mai, non piangi, me l’hai rubata e non mi hai dato nulla… tu non sei mai stato vivo, mai! Io non ho mai avuto un figlio, per te io, tua madre, il mondo intero sono nulla!… ma sei tutto ciò che resta, che mi resta… Non te ne andrai!!! Non ti lascerò portare via!
La sequela di parole sconnesse ti colpisce o almeno, richiama la tua attenzione e ti fa fermare sul posto. Ti giri di nuovo e lo vedi, ancor più patetico con il volto coperto di lacrime e gli occhi disperati. Senti qualcosa, qualcosa nel profondo, da qualche parte, allo stomaco. È un esperienza insolita. Non sai darle un nome, è come una sorta di dolore, come una sorta di puntura.
Tuo padre si scaglia sulla figura nera davanti alla porta. Con un movimenti talmente rapidi che a stento li percepisci, ti afferra per il polso frapponendoti tra sé ed il suo assalitore. Prima che tu possa capire cosa sta succedendo, stringi in mano un coltello, la lunga lama affondata nel ventre del genitore.
Rimani stordito. Lo guardi mentre boccheggia. Fissi i suoi occhi umidi mentre la vita lo abbandona. La puntura nel profondo del tuo animo si fa per un attimo più forte, poi esplode in un onda di calore che in un tempo infinitesimo ti pervade. Provi una sensazione piacevole che cresce rapidamente fino a riempirti, a sopraffarti. Resti stordito.
Dalla ferita all’addome ti sembra di veder uscire come un fumo azzurro, poi dalla bocca deformata e spalancata di quello che ormai è un cadavere che rapidamente si raffredda, poi dalle narici. Una sorta di grumo traslucido si addensa sopra la scena, alimentata dai filamenti di fumo.
Ti sembra di vedere, tra le volute, il volto urlante di tuo padre, poi il grumo comincia a turbinare rapidissimo, si assottiglia e allunga uno pseudopodo intangibile verso il centro del tuo petto. Appena la protrusione ti tocca, senti il calore esplodere nuovamente ancora più forte dentro di te, l’aria sembra vibrare rumorosamente, gli occhi non riescono più a mettere a fuoco la visione. Il fumo sparisce nel tuo petto ed una luce bianchissima e rovente pervade tutto.
Perdi i sensi.
Ti risvegli dopo un tempo che non sai quantificare, ti senti leggero, euforico. La cappa opprimente che solo ora ti accorgi averti sempre gravato sembra sparita. Sei accasciato a terra, a fianco al cadavere di tuo padre. L’uomo dalla cappa nera si china su di te e ti afferra la spalla sinistra. Nel farlo, il cappuccio si scosta: la luce artificiale del neon si riflette gelida su una maschera di metallo foggiata a mo di teschio ghignante.
– Non sai quanto aveva ragione… un mostro senz’anima… un assassino perfetto. Alzati ragazzo, dobbiamo andare: anche l’arma più letale deve essere adeguatamente affilata.

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FRAMMENTO A001 – PSICOSONDA ALPHA – SOGGETTO I-PA-98

> REGISTRATE ANOMALIE DI TRACCIATO PSICHICO – TIPO: SCONOSCIUTO – TRACCIA: MULTIPLA – RIFERIMENTO: PROGETTO PARIAH / 057 A

> LIVELLO AUTORIZZAZIONE: ALPHA TERTIUS

> REFERENTE INQUISITORIO: ***********CENSURATO***********

Gert dal Pozzo – Altri Lavori

Immagine di http://www.flickr.com/photos/jmcphotos/

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