GIUGNO 1990

di GM Willo

A vent’anni usavamo focali corte, concentrandoci sui primi e i primissimi piani. Se chiudo gli occhi riesco ancora sentire sulla pelle l’umidità di quel pratone dove andavamo a finire le serate, quattro amici, una busta piene di birre e un pezzo rock suonato nella distanza. Ebbro della sensazione di immortalità, a quell’età fai soltanto le cose che ti senti di fare, pensando ingenuamente di essere l’unico a farle, e ti aggrappi come un naufrago alla convinzione di essere speciale, solo per scoprire con gli anni di aver percorso una strada scritta e riscritta più volte. Eppure, per quanto tu possa elaborare e razionalizzare quegli eventi, le emozioni di quegli anni rimarranno a farti compagnia fino alla vecchiaia…
Ricordo solo sprazzi di quella serata di giugno, quel lontano 1990 che a bisbigliarlo tra le labbra assume tutto il significato di un riquadro appartenente ad un millennio lontano. Si, proprio così, un’accozzaglia di immagini preconfezionate, simili alle picconate sul muro di Berlino e alle scudisciate di chitarra di Curt Cobain, vendute dalla televisione come placebi di libertà. Ma ancora oggi la sensazione rimane quella di un periodo pieno di finzioni, dal quale preferivamo prendere le nostre distanze quando il mondo ce ne dava l’occasione. Il pratone era un modo come un altro, ma c’erano anche le serate sotto i palazzi, le gare in motorino e le panchine dei giardini di periferia.
La notte era calda, gli amici erano quelli giusti e la birra era quella a buon mercato, che a metà bottiglia perdeva già tutto il gas e diventava rancida, ma a noi ci andava bene lo stesso. Ne potevamo bere finché ce n’era e al ritorno, sui nostri motorini, il vento in faccia ci avrebbe tenuto lontano dai guai. Della birra, anche quella da due lire, ci si può sempre fidare. I superalcolici invece sono un’altra faccenda…
Giacomino non era un abituale del gruppo. Lo conoscevamo tutti ma stava insieme ad altra gente, quelli del “metal pesante”, dicevamo, che noi ascoltavamo a volte, evitando sempre di conformarci a una qualsiasi tendenza, anche quelle più estreme. Capelli lunghi, smilzo, con indosso una maglietta dei Cannibal Corpes e due occhi cerchiati che la dicevano lunga sulle sue abitudini alcoliche, è così che me lo ricordo ancora oggi, un’ombra degli anni novanta che cercava alla sua maniera di lasciare il segno.
Suonava il basso in una band, roba quasi inascoltabile, e mi era successo un paio di volte di andare a vedere le prove in un piccolo studio arrangiato dietro la parrocchia del quartiere. Girava sempre molto alcol e nessuno della band si faceva dei problemi a mischiare birra, jegermeister e vin santo nella stesso bicchierino di plastica. Ma l’oscurità del contorno non riusciva a dissipare una particolarità di quel ragazzo che mi ha sempre colpito; la sua empatia. Ti guardava da oltre quella cascata di capelli corvini che gli arrivavano fino al culo e mai una volta che non ti regalasse un sorriso, di quelli sinceri, che la gente normale non sa nemmeno dove prenderli in prestito.
Quella sera di giugno venne a sedersi insieme a noi con una bottiglia di grappa piena solo per metà. Era assorto, più silenzioso del solito. Solo in un secondo tempo venimmo a sapere che aveva dei problemi con il padre, un uomo vecchio ancora prima di nascere, consumato da un rancore di cui ignorava lui stesso l’origine. Ma a vent’anni avere problemi con il proprio padre è una cosa talmente normale che a ripensarci adesso mi vien da alzare le spalle e fare finta di niente. Eppure la storia rimane, rossa e incancellabile come le macchie di sangue sull’asfalto, ed ogni storia ha i suoi perché.
Quando il bar in fondo al pratone staccò la spina agli altoparlanti troncando a metà un pezzo dei Depeche Mode, la gente continuò a riversarsi nel parco, perché a quell’ora non c’era quasi più niente aperto in città e sul pratone si poteva fumare indisturbati, parlare fino al mattino e continuare a bere senza problemi; l’importante era averci il rifornimento. Noi andammo avanti oltre l’ora solita, perché era sabato e non ci correva dietro nessuno. Giacomino si finì da solo la grappa, che alternava alla birra che ci passavamo. Quando le prime luci dell’alba rischiararono le chiome del parco, qualcuno del gruppo decise che era giunta l’ora di prendere la strada di casa e unanimemente seguimmo la sua decisione, perché avevamo davvero troppa roba nelle budella.
Fui io a vedere Giacomino per ultimo. Lui ci salutò con quel suo solito sorriso, allontanandosi barcollando verso un altro gruppo di ragazzi che noi non conoscevamo. Mentre seguivo i miei amici mi venne in mente di passargli una cassetta che tenevo in tasca del giacchetto, una compilation “anni settanta” che speravo potesse interessargli. Tornai indietro, lo chiamai e gli allungai il nastro. Lui mi sorrise con due laghi smeraldini negli occhi, poi mi abbracciò in maniera istintiva, una di quelle cose che si fanno di solito a fine serata, con la mente alla deriva e il sangue pericolosamente contaminato dall’alcol.
La notizia ci arrivò la sera dopo, come un macigno scagliato da Willy il Coyote nella gola del Gran Canyon. La legge sul casco era già entrata in vigore da qualche anno, ma alle sei del mattino, rientrando da una nottata brava, con la temperatura che finalmente scende sotto i trenta gradi, ce ne sono pochi che si prendono la briga di allacciarselo. Forse, se Giacomino l’avesse fatto, sarebbe ancora insieme a noi.

GM Willo – Altri Lavori

Immagine di http://www.flickr.com/photos/kylebaker/

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