CARAMELLE

di Gaspare Burgio

Quando si fermano i cavalli di legno, dopo la musica da carillon, i bambini scendono impacciati, assai spesso aiutati dalle mamme, e il più delle volte strepitano per un altro giro: ma con alcune promesse, un palloncino o certi dolcetti si riesce a placarli. Per non parlare di quelli molto piccoli, che restano basiti, increduli, nel lento girare di quello scintillìo. Guardano in alto, non capiscono il trotto dei cavalli, è la luce che li rapisce, toglie loro il fiato. Quando il papà, un po’ scocciato dell’attesa, li riprende in braccio, sono così avvinti di stupore da sembrare spaventati. Finiti senza volerlo in quel sogno barocco.
Guardo queste scene almeno cento volte ogni sera, e mangio caramelle. Sono quelle al rabarbaro, che a dirlo così paiono orribili, invece le abbiamo infilate in bocca tutti, sono una delizia. Non comuni, sempre più difficili da trovare. I piccoli laboratori di dolciumi sono spariti, nei vicoli delle città non si sente più l’odore pastoso, rotondo dello zucchero, delle essenze riscaldate. Così, se ne trovo uno, o scopro un negozio fornito, ne faccio incetta.
Pacchetti di caramelle. Vizio di un vecchio stupido che osserva bambini pieni di meraviglia.
Ricordo bene che è esistito un giorno nel quale bastava un naso diverso, un posto in fila sbagliato, anche il colore del cappotto e un uomo con un piccolo arnese tirava un pezzetto di ferro attraverso il cranio di un altro uomo. E quell’uomo, quello col naso diverso, o che era al quinto posto invece che al quarto, col cappotto grigio invece che blu, smetteva di esistere. Non parlava più, non costruiva più, non sarebbe stato più buono né cattivo, né allegro, né triste. Marciva nella terra.
In quel giorno non c’era brava gente, possiamo stare tranquilli su questo: nessuno poteva o doveva esser bravo. Il requisito era soltanto esistere, esser là, non avevi in una tasca la fede e nell’altra tasca la speranza, non ci tenevi che le mani quando era freddo. Né inferno né paradiso. O c’eri o marcivi nella terra. Non diverso dall’autunno, che pioverà, di sicuro pioverà, ma non quando vuoi, non quando te lo aspetti. Un lungo autunno nel quale i poeti scrivevano dietro foto sbiadite, gli agricoltori guardavano morire gli alberi da frutta e non c’erano corde di violino per chi suonava. Un autunno silenzioso su tutta la Terra.
C’è stato un giorno, e c’è stato, nel quale diventavi orfano, o perdevi i figli, non avevi più una compagna. Marcivano nella terra, le tue persone. Perché avevano il naso diverso, erano al posto sbagliato, il colore del cappotto non era gradevole. Si diventava specialisti nel guardare la terra che inghiottiva le tue persone, la terra che inghiottiva le città, le storie, le famiglie, passato e futuro.
Era inevitabile. Non era una guerra, qualche gara che perdevi, un concorso su meriti o demeriti. Che poi ci avranno messo di mezzo religione, razza, economia, tutti i nomi che vuoi, le giustificazioni più varie. Ma la verità dei fatti, nuda e cruda, è che stavi là nell’autunno, le mani in tasca e un piccolo arnese tirava un pezzetto di ferro attraverso il cranio di tua figlia. Non era più nulla, e marciva nella terra. Che era pure il suo compleanno; non era più una bambina, feste non le voleva da tanto, ma avevi rinunciato al cappello nuovo per comprarle una torta; si sarebbe imbarazzata, ma sotto sotto sarebbe stata felice. Mi piaceva vederla ridere.
Ed era là, cancellata, in un autunno silenzioso. Su un selciato freddo, e sopra il vuoto del cielo aperto. Non più mia figlia, ed io non più padre, perché aveva il naso diverso, era quinta della fila, o il cappotto era blu invece che grigio, o tutte queste cose o nessuna di esse.
Così tengo caramelle nel taschino quando lavoro e mando avanti la Giostra. L’autunno sul mondo è finito, sono vecchio, stanco, e non sono marcito nella terra. Di figli no, non ne ebbi più, la donna che sposai fu cancellata. Volò leggera danzando tra le nuvole, ridotta in minuta cenere. Come soffiata via.
Mangio le stesse caramelle che piacevano tanto alle mie persone importanti. Solo un pacchetto in tasca, e se la tosse sale mi riempio la bocca di questo sapore dolce che non spiega l’inspiegabile, non riporta indietro nulla e non compensa mai, ma almeno è dolce. Poi riparte un altro giro, un giro di giostra coi miei cavalli di legno, a far felici e ridere bambine che l’autunno no, non lo vedranno mai.

Gaspare Burgio – Altri Lavori

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