L’ANGELO

di Giulia Riccò

Per le strade del quartiere l’unico suono che si udiva era il vento gelido che soffiava, facendo cigolare le insegne di un vecchio negozio. Appesi per i muri delle strade, campeggiavano manifesti dello spettacolo che si sarebbe tenuto quella sera alla cattedrale per dare il benvenuto a un nobile signore proveniente dalla Capitale.
All’interno della cattedrale, un leggero brusio circolava tra la gente, qualcuno ancora cercava posto, altri si erano messi a sedere dove potevano, per terra, sui bordi delle panche. Erano tutti curiosi di assistere allo spettacolo. Una leggera musica d’organo appena accennata annunciava che presto si sarebbe iniziato. In prima fila Sedeva un nobiluomo vestito con un completo nero. Un ricco foulard bianco adornava il collo esile. I capelli erano raccolti in una lunga coda dietro la schiena. Il viso era cinereo, le mani scheletriche stringevano un bastone con un grosso pomo d’argento lavorato finemente. Al suo fianco sedevano due grossi energumeni vestiti in maniera elegante anch’essi ma dai modi meno delicati e nobili: senz’ombra di dubbio le sue guardie del corpo.
Improvvisamente le candele si spensero. Solo quelle poste sull’altare rimasero accese facendo scintillare le imponenti rifiniture d’oro che coprivano il dossale e la mensa da comunione. Nell’ombra La musica del grande organo cambiò diventando più forte. Le mani abili di un uomo appena visibile danzavano sui tasti.
Quando alcune ciocche degli argentei capelli uscivano dall’ombra, venivano colpite dalla luce delle candele mandando barbagli. Per il resto l’uomo restava avvolto dall’oscurità come se fosse lui stesso ombra.
Da un punto imprecisato nel buio una donna prese a cantare con voce da soprano.

“O solitude, my sweetest choice… Places devoted to the night, Remote from tumult and from noise, How ye my restless thoughts delight…
O solitude! Oh, how I solitude adore!”

Mentre cantava la donna si fece avanti. I capelli neri e serici, scendevano sciolti fino alla vita. Incredibilmente alta era fasciata da un vestito nero di velluto, senza nessun ricamo, che mostrava un innaturale magrezza. La gonna, lunga e pesante, ricadeva in morbide onde sul pavimento mentre le maniche aderivano ad un braccio affusolato facendo risaltare le mani lunghe e appuntite, quasi fossero ossa allungate. Il viso della donna sembrava una maschera di porcellana. Dalle spalle corni ossei uscivano splendenti come avorio lucidato. Era innaturale ma affascinante.
Nessun suono si udiva tra le navate, non un bisbiglio, se non la voce della donna e l’organo che suonava. Tutti trattenevano il respiro rapiti da quella voce. Sembravano quasi temere di disturbare il lord straniero che sedeva in prima fila e che giocherellava con l’impugnatura del bastone.
In Realtà era ben altro a tenere incatenati gli esseri umani presenti. La malia nella voce della donna sul palco li incatenava alle loro panche e li rendeva suoi schiavi.
Il volto del nobiluomo si trasfigurò in maniera grottesca quando la donna allargò le braccia e la musica dell’organo si fece più forte. I denti ferini brillarono alla luce delle candele. Dalle tenebre, dietro l’altare, un coro di due voci femminili si unì al canto che divenne come un onda tempestosa.
Tra il pubblico, estasiato e magicamente immobile, le ombre si mossero e divennero vive. La donna sul palco con un lungo dito artigliato indicò qualcuno tra la folla e due lunghe mani d’ombra afferrarono una ragazza dai capelli biondi che non oppose nessuna resistenza. Le mani la innalzarono sul resto della gente, che continuò a fissare la donna che cantava sul palco ignorando ciò che accadeva attorno. Quando la giovane venne deposta sull’altare, altre ombre si mossero per tenerla ferma: gambe e braccia inchiodate a terra in una morsa oscura. La donna smise di cantare ma la musica continuò e il coro con lei.
La ragazza non si muoveva e continuava a fissare in trance la donna, finché essa non le passò una mano sul viso facendogli scomparire la bocca. A quel punto la giovine sembrò ridestarsi da un sogno e guardò con immenso terrore il volto impassibile della creatura che la sovrastava. La magia era dissolta. La cantante sorrise mostrando anch’essa i demoniaci canini. Con un unghia, affilata come un rasoio, incise la carne sul seno della ragazza che prese a sanguinare.
La Vampira leccò il sangue sgorgato e annusò il corpo tremante della fanciulla. Né fiutò il terrore e se ne inebriò completamente. A quel punto fu pronta e, mentre il suo compagno continuava a suonare per lei l’organo, ella cominciò la sua scultura di carne, immenso regalo da donare al Cardinale del Sabbath che sedeva in prima fila assieme ai suoi seguaci.
Per prime creò le ali, allungò le ossa delle scapole come quelle di un pipistrello: lunghe ossa tornite fuoriuscivano dalla schiena. Stirò la pelle per ricoprirle fino a metà lasciando le punte aguzze, bianche e lucenti, scoperte. Si fermò appena un attimo per assaporare il dolore della donna mescolato alle sue lacrime, poi passò a forgiare le gambe. Le fuse assieme, le torse, le allungò finché non divennero come una spirale di fumo che si solleva da un incendio. Per ultimo ritoccò le mani facendo diventare le dita artigli sottili e flessibili come fossero capelli d’angelo. Quando finì la donna bionda era svenuta per il dolore ma ancora respirava.
Finita la sua opera, la vampira alzò le braccia al cielo e le ombre sollevarono la scultura in alto sopra di lei: un angelo eretico, atroce, perfetto nella sua oscenità, era eretto dinnanzi alla croce, sopra la testa della Vampira. Un dono sublime per il Cardinale che guardava soddisfatto e con cupidigia quell’amenità.
Tra le panche qualcuno si alzò, musica e coro finirono e l’incantesimo fu sciolto.
Gli umani presenti si ridestarono: urlarono vendendo l’angelo librarsi sull’altare, terrorizzati, tentarono la fuga. Ma quella notte le ombre erano vive e bloccavano loro il passo.
I vampiri mescolati tra gli umani seduti sulle panche della cattedrale si mossero e una coltre oscura rese ciechi coloro che erano destinati a essere macellati. Solo le urla e le risa sguaiate si potevano udire: il grande banchetto era cominciato. L’odore di sangue si fece pungente e nauseante.
Quando uomini e vampiri tornarono visibili alla luce delle candele, degli umani nessuno era vivo. I non morti ridevano e parlavano tra loro ancora in preda alla frenesia del sangue. Sull’altare il vampiro che suonava l’organo raggiunse la donna e le porse una coppa d’oro ricolma di sangue che lei bevve avidamente. Nel mentre le ombre posarono l’angelo, svenuto ma vivo, ai piedi del Cardinale che guardò il vampiro sull’altare. Fece un gesto di ringraziamento e comandò ai suoi servi di prenderlo e portarlo via.
“Spettacolare mia cara” disse alla sua compagna. Lei non rispose ma si girò verso di lui guardandolo con quel suo viso marmoreo. Sorrise con gli occhi e inclinò dolcemente il capo di lato porgendo il bianco collo. Lui sapeva cosa voleva e si avvicinò mordendola sul collo e bevendo il suo sangue. Quando ebbe finito la donna prese il polso dell’uomo pallido che ancora la teneva stretta a se.
Con uno dei suoi lunghi artigli incise il polso facendone sgorgare gocce color rubino che leccò: “Si mio signore, spettacolare davvero. Ora godiamoci questa fantastica notte” sussurrò appena, mentre le tenebre corsero ad avvolgerli e lei conficcava i denti nel polso dell’amante.

Giulia Riccò – Altri Lavori

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