LA GIOSTRA

di GM Willo

C’era una vecchia giostra in città, di quelle in stile ottocento, anche se indubbiamente smaltata di nuovo. Occupava una piazzetta un po’ nascosta, quasi in periferia, e ci si arrivava per strade poco frequentate, conosciute solo agli anziani e ai padroni di cani, perché loro la città la conoscono fin nei minimi dettagli; ogni marciapiede, angolo, lampione e albero non sfugge ai loro amici a quattro zampe. Un tempo avevo anch’io avevo un cane, e grazie a lui ho avuto l’occasione di conoscere gli anfratti più curiosi di questo antico e stantio capoluogo. Abbiamo marcato un bel po’ di territori assieme, ed è così che questi palazzi e queste chiese mi sono rimasti dentro, nonostante un’avversione innata che mi sono sempre portato dietro. Non mi è mai piaciuta la mia città, forse perché troppo palesemente bella, perché trovavo antipatica tutta quella gente che se ne veniva da ogni parte del mondo per assaggiarla, fotografarla, in qualche modo viverla, nonostante fosse già morta da svariati decenni. La mia città è morta, ma solo chi ci è nato dentro e ne è venuto fuori lo sa. Gli altri, quelli che la sfruttano come un museo a cielo aperto, o chi ne è egoisticamente orgoglioso, non lo sanno, perché sono morti insieme a lei.
Ma la giostra di cui vi dicevo, quella aveva poco a che fare con la città. Il suo aspetto sognante strideva con l’austerità dei monumenti, la serietà delle chiese, l’efficienza della segnaletica turistica. Per me rappresentava un riquadro in contrasto con la cornice, una porta su un mondo distante, una specie di varco spazio-temporale. I suoi cavalli con i pennacchi e le carrozze dorate richiamavano la leggerezza delle favole e l’innocenza della fanciullezza, aspetti distanti anni luce dalla solennità dell’arte con la “A” maiuscola, venduta insieme alle piadine al prosciutto secondo la spregiudicata legge dell’industria turistica.
Ci passavo vicino quasi con fare timoroso, senza bene sapere cosa volessi da lei. Una parte di me avrebbe voluto farci un giro, ma il timore di essere preso per un matto mi ha sempre fatto desistere. È odioso come molte cose ci siano precluse per colpa di paure inutili. Me ne stavo in disparte, a fare finta di leggere le locandine di un’edicola, gettando sguardi fugaci verso la cabina dove il proprietario della giostra vendeva i biglietti, ma riuscivo a scorgere solamente uno scorcio del suo volto, il suo naso prominente sopra due folti baffi e una barba rigogliosa, nera come le ombre sotto le chiese in una giornata estiva. “Mangiafuoco!”, pensai, perché mi ricordava proprio lui, e fu così che la chiamai per molti anni; la Giostra di Mangiafuoco. Si vede che si era annoiato dei burattini e con il ricavato della vendita del teatrino si era comprato una giostra.
Una sera raggiunsi la piazzetta che non c’era già più nessuno. La cabina era chiusa e i tre ingressi alla pedana girevole erano ostruiti dalle catene, mentre un cartello avvertiva la clientela che l’attrazione sarebbe rimasta chiusa fino al lunedì successivo. Era ferragosto e l’aria calda sopra l’asfalto giocava brutti scherzi anche alle sei di sera, tanto che la strada che si allargava in direzione della periferia, deserta come solo il quindici di agosto le strade sanno essere, ondeggiava come un miraggio sahariano. Approfittando della situazione, scavalcai le catene e presi posto sopra uno dei cavallucci. Sotto la copertura dell’installazione la temperatura doveva raggiungere abbondantemente i quaranta gradi, ma non ci badai. Afferrai il cavallo per i manici che gli spuntavano da sotto le orecchie ed improvvisai una galoppata senza freni. E fu così che sfiorai per un attimo, per la prima volta dopo tanti anni, il segreto che ogni bimbo è destinato a perdere; la leggerezza del momento, il distaccamento emotivo, il miracolo della vita, anche se in realtà non esiste alcun miracolo… basterebbe evitare di farci ingannare dalle nostre assurde convinzioni.
“Cavoli, ma è così dannatamente semplice!” mi venne da dire, e incominciai a ridere, con la maglietta che mi si attaccava alla schiena per colpa del sudore, ma era una sensazione che percepivo appena in quel mio attimo di immaginazione alla deriva. Mi tornò in mente una frase di John Lennon: “La vita è quella cosa che ci accade mentre siamo occupati a fare altro”. Solo i bambini sono pienamente consapevoli della vita, fino al giorno in cui… ma no, non succede in un giorno. Non saprei indicare il momento esatto in cui la vita mi è sfuggita di mano. È successo gradualmente, grazie ad una sistematica ed efficacissima programmazione socio-culturale. Se solo riuscissimo ad ingannare il programma, aprire gli occhi, svegliarsi… si, forse ci è ancora concesso un giro di giostra, ma quando i cavalli rallentano e la musica sfuma nella distanza, come si combatte la sensazione di dover ritornare alla realtà?
E se la realtà fosse la più grande delle illusioni?

GM Willo – Altri Lavori

Immagini di Willoclick

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